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La Germania mette al bando Hezbollah, il jihadismo sciita

Da qualche giorno la Germania si aggiunge alla lista di paesi che bandiscono Hezbollah, anche se non la riconoscono ufficialmente come "un'organizzazione terroristica" a tutti gli effetti. Già perquisite moschee e associazioni culturali islamiche vicine al gruppo armato sciita. Che non è solo un "partito libanese", ma molto di più...

Parata di Hezbollah in Libano

Da qualche giorno la Germania si aggiunge alla lista di paesi che bandiscono Hezbollah, anche se non la riconoscono ufficialmente come "un'organizzazione terroristica" a tutti gli effetti. Nel bel mezzo del ramadan, il  ministro degli Interni, Horst Seehofer, ha dispiegato le forze di polizia e forze speciali per perquisire, all'alba, moschee e associazioni collegate a Hezbollah a Brema, Berlino, Dortmund e Muenster. Secondo quanto documentato dai fotografi dell'AFP la moschea di Al-Irshad, a Berlino, è stata circondata da circa 16 furgoni della polizia.

Apparentemente Hezbollah - in arabo il Partito di Dio, l'organizzazione paramilitare terroristica libanese, nata nel 1982 e diventata poi anche un partito politico sciita del Libano - non è presente in maniera ufficiale in Germania, anche se le forze di sicurezza stimano che ci siano più di un migliaio di membri nel Paese. Diventato, così, rifugio sicuro per fare piani, reclutare simpatizzanti e raccogliere fondi, anche attraverso attività criminali.

La decisione appena partorita nasce circa un anno fa, ma il passaggio fondamentale arriva il 19 dicembre, quando la camera bassa del parlamento tedesco approvava una mozione in cui si iniziava a chiedere che venissero bandite tutte le attività di Hezbollah sul suolo tedesco e che cessasse anche il riconoscimento all’ala politica per ragioni di sicurezza nazionale. E' stata, però, probabilmente l'uccisione di Qasem Soleimani ad aver giocato un ruolo chiave nel processo decisionale. E la debole reazione iraniana, ora come allora, ha mostrato tutta la vulnerabilità del regime rivoluzionario di Teheran. La Merkel, uniformandosi all’agenda di Usa e Israele, ha tentato di giocare di anticipo, preparandosi a qualcosa che avrà delle implicazioni a livello di sicurezza internazionale sia nel contesto europeo che nel contesto mediorientale.

D'altronde in una dichiarazione rilasciata durante la notte, il ministero degli Esteri iraniano si è limitato ad affermare che il divieto delle attività di Hezbollah ignora le "realtà nell'Asia occidentale", e mostra la "totale mancanza di rispetto per il governo e la nazione del Libano, poiché Hezbollah è una parte formale e legittima del governo e del Parlamento del Paese". Il fatto, però, che l'organizzazione terroristica sia una forza politica del Paese è la ragione per cui tanti governi in Europa sono riluttanti nel bandire il gruppo nella sua interezza. Come in Italia dove domina una visione pericolosamente distorta, ma ben espressa da tanti esponenti di governo, in particolare del M5S, che ritengono Hezbollah "parte del popolo libanese, e pertanto i suoi appartenenti non possono essere etichettati come terroristi". Ma il 'Partito di Dio' è molto di più, e soprattutto è espressione di quel progetto di egemonia che ha come attore principale Teheran e il suo interesse di espandere la propria influenza su tutto il Medio Oriente. Qualcosa di più di un fenomeno locale.  

Il governo tedesco, dopo anni di equivoci, ha annunciato, però, quel che equivale a un divieto parziale del gruppo terrorista. La Federal Gazette ha riferito che Hezbollah è soggetto a un divieto di attività (Betätigungsverbot), ma non a un divieto organizzativo (Organisationsverbot) - un'importante distinzione legale perché il divieto di attività è "più debole" del divieto organizzativo. Il documento di due pagine proibisce che il logo del gruppo venga esposto pubblicamente e ha decretato la possibilità di confisca per qualsiasi patrimonio che Hezbollah possa avere in Germania. Il divieto non richiede la chiusura delle moschee o dei centri culturali sotto l'egida del 'Partito di Dio', né richiede l'espatrio per i membri del gruppo. Il divieto non proibisce inoltre agli agenti di Hezbollah di recarsi in Germania. Ma è certo che non si vedranno più raduni con le bandiere dell'organizzazione islamica libanese come quello, annuale, a Berlino che viene organizzato per l'ultimo giorno del ramadan e che chiede, puntualmente, la distruzione di Israele. 

Ad oggi sono state perquisite quattro moschee delle trenta che si ritiene siano legate al partito libanese. Addirittura secondo il Die Welt, molto probabilmente, Hezbollah era persino pronto alla perquisizioni. Per il Bundestag, invece, bandire totalmente Hezbollah è impossibile perché le strutture del gruppo in Germania "non sono attualmente verificabili". L'AfD, che da tempo preme per l'approvazione della risoluzione, si è complimentata con il governo, ma ha dichiarato di non voler demordere dall'intenzione di un divieto assoluto dell'organizzazione terroristica libanese in Germania.  E anche per l'esperto di sicurezza tedesco Stefan Schubert, il parziale divieto tedesco di Hezbollah riflette la mancanza di una completa volontà politica di reprimere il gruppo. "Il governo ha fatto principalmente un gesto simbolico. Altrimenti avrebbe istituito una commissione speciale e fornito alle autorità di sicurezza risorse finanziarie e umane per identificare e smantellare il gruppo a livello nazionale", ha scritto.
 
Quello di Berlino, però, resta un passo importante nel tentativo di tagliare la "lunga mano" del principale sponsor di Hezbollah, l’Iran, oltre i suoi confini. Anche se la strada resta lunga, considerando che le Istituzioni europee, a cominciare dall’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza, continuano a negare l’unicità dell’organizzazione. Sebbene, per esempio, già nel 2012, il vice segretario generale di Hezbollah, Naim Qassem, sosteneva: “Non abbiamo un’ala militare e un'altra politica”. E l'attuale segretario generale, Hassan Nasrallah, da sempre non nasconde la soddisfazione nel vedere in Hezbollah l’esempio di organizzazione militare su grande scala, con decine di migliaia di uomini perfettamente addestrati e con un arsenale missilistico gigantesco. Ed è sempre Nasrallah a sostenere che Hezbollah deve tutto all'Iran.
 
Nell'attuale cornice geopolitica va dato sicuramente il merito a Trump di aver intuito cosa voglia dire colpire Hezbollah: colpire l’arma più potente in mano agli Ayatollah iraniani. Un modus operandi agli antipodi rispetto all'amministrazione  Obama, che si era persino messa di traverso ad un'indagine dell’FBI sui traffici di droga dei terroristi in America. A Washington hanno capito la gravità della propaganda di Hezbollah nell'islam di tutto il mondo: i sermoni in TV di Hassan Nasrallah, vengono seguiti da milioni di musulmani in tutto l’islam, a prescindere dal credo sunnita o sciita. Nasrallah viene associato a una sorta di “santone islamico globale”, ed è addirittura considerato un discendente del Profeta Maometto. E non si può ignorare il fatto che Hezbollah sia il candidato più credibile a coordinare i tanti gruppi sciiti in Iraq, specie dopo la morte di Qassem Soleimani. Anzi, tra i tanti motivi che hanno spinto gli USA a uccidere il generale iraniano al comando della Forza Quds, uno dei più importanti e proprio quello secondo il quale Soleimani era considerato l’anello di congiunzione tra Teheran e i terroristi libanesi.
 
Anni di indagini hanno rivelato come Hezbollah si sia creata in modo autonomo una fitta rete di “collaboratori internazionali”, banchieri, uomini d’affari e finanzieri, che permettono all’organizzazione di riciclare le centinaia di milioni provenienti dal traffico di stupefacenti a da altre decine di attività illecite perpetrate da Hezbollah.
Date queste premesse, l’incontro a Roma dello scorso anno, tra il viceministro degli esteri iraniano Gholamreza Ansari e il sottosegretario agli Affari esteri italiano (M5s), è qualcosa di certamente improvvido. Perché ha significato un'ulteriore legittimazione della strategia terroristica portata avanti da Hezbollah in Medio Oriente e in Europa. E tiene l'Italia fuori da una strategia geopolitica capace di servire anche solo la logica dell'antiterrorismo islamico.