• UN VESCOVO SPIEGA

La Messa è la vita della Chiesa. Richiede la nostra presenza

L’11 maggio scorso, Mons. Bernard Ginoux, vescovo di Montauban, ha scritto una lettera alla sua diocesi per denunciare la violazione del diritto dei fedeli cattolici di prendere nuovamente parte alle Sante Messe e per far comprendere come la Chiesa non può stare senza la celebrazione pubblica del Divino Sacrificio. La riportiamo integralmente.

L’11 maggio scorso, Mons. Bernard Ginoux, vescovo di Montauban, ha scritto una lettera alla sua diocesi per denunciare la violazione del diritto dei fedeli cattolici di prendere nuovamente parte alle Sante Messe e per far comprendere come la Chiesa non può stare senza la celebrazione pubblica del Divino Sacrificio. La riportiamo integralmente.

L’11 maggio 2007 sono stato nominato vescovo di Montauban e, dopo la mia ordinazione, il 2 maggio 2007, ho cercato di adempiere la mia missione con dedizione e cura del bene comune. Questa missione sta per volgere al termine, perché si avvicina l’età canonica del ritiro. Le settimane che abbiamo vissuto sono state una prova che per alcuni ha comportato la morte e per altri la lotta contro la malattia. Molti hanno sofferto di una restrizione talmente rigorosa che la loro salute mentale è stata compromessa più di quella fisica. Penso a tutte le persone anziane che non sono state colpite da questo virus. Certamente, bisognava proteggerle, ma era davvero necessario privarle dei loro legami naturali, al punto di impedire ai nonni di vedere i propri nipoti? Se fossero state prese delle misure preventive coerenti e se gli strumenti necessari (come le mascherine) fossero stati forniti fin dall’inizio, sarebbero stati evitati dei drammi familiari. Sappiamo bene anche che tra queste persone molte si sono lasciate morire. Tra i più giovani, dei suicidi sono stati causati dalla tensione accumulata. Bisognerà fare un bilancio onesto di queste realtà.

Questi fatti non tolgono il lavoro compiuto dagli operatori sanitari, le vite offerte per il servizio degli altri, gli sforzi realizzati da molte persone anonime per combattere il Covid19. La Chiesa cattolica non ha mancato di essere presente sui fronti più esposti e nel suo servizio permanente della carità, in particolare tra la popolazione più in difficoltà, come i migranti. La Chiesa ha anche accettato le misure draconiane che non le hanno permesso di vivere i grandi momenti della nostra fede cristiana: la Settimana Santa, dalla Domenica delle Palme alla Santa Pasqua, cuore e fondamento della fede in Cristo, morto e risorto. L’abbiamo accettato, nonostante l’immensa rinuncia che i nostri fedeli hanno dovuto sperimentare. La loro sofferenza è stata modestamente attenuata dalle trasmissioni e da tutte le tecniche audio-visive. Ma rimane il fatto che la nostra fede non è alimentata da questi mezzi: la fede cattolica si nutre della presenza reale di Gesù Cristo.

La Chiesa si realizza continuamente per il sacrificio della Messa, nel quale si attualizza l’unico sacrificio di Cristo sulla croce. La Messa ci inserisce in esso, ce lo rende presente e ci fa partecipare al “banchetto del Signore”: noi prendiamo parte realmente alla sua mensa. Non si tratta di un momento di preghiera o del semplice ascolto della Parola di Dio, e ancor meno di una riunione fraterna. Di tutto questo possiamo anche fare a meno, ma non dell’Eucaristia, così come abbiamo bisogno anche degli altri sacramenti. La Messa è la vita della Chiesa cattolica. Ed anche se siamo uniti a Cristo in molti modi, è per mezzo dell’Eucaristia che viviamo di lui.

Nel momento in cui molte attività riprendono e ci possiamo trovare gli uni accanto agli altri su un aereo, in ampi spazi, o in attività all’aperto come le piste da corsa, una parte di cittadini liberi di praticare la propria fede partecipando alla Messa è impedita di farlo con il pretesto di una pandemia, i cui dati ci riferiscono di una diminuzione. I numeri parlano. Inoltre le nostre chiese sono molto grandi e noi abbiamo tutti i mezzi per rispettare le misure sanitarie. E’ in gioco la nostra libertà, che viene gravemente pregiudicata. Ho raccolto la testimonianza di molte persone che ne soffrono e mi faccio loro portavoce.

Sono vescovo di un posto in cui nell’agosto del 1942, il vescovo, Mons. Pierre-Marie Theas, aveva osato denunciare, pressoché da solo, le violazioni della libertà e della dignità di alcuni cittadini francesi. Non siamo a questa vergogna. Però io denuncio la violazione dei diritti dei fedeli cattolici di partecipare liberamente alla Messa, denuncio il rifiuto che viene fatto di questo diritto. La legge civile, della quale si dovrà provare l’obbligazione in questo ambito, non si può imporre alla mia coscienza di pastore, allorché mi impedisce di compiere il mio dovere. Sono sacerdote e vescovo per dare Cristo ai fedeli che ne hanno bisogno. Questa è la mia missione ed intendo realizzarla. La Chiesa cattolica ha sempre richiamato il diritto delle persone di praticare la propria religione. Impedire di esercitare questo diritto è una violazione dei diritti umani fondamentali, che potrà provocare altre derive. Questa lettera è un appello alla coscienza dei cattolici di questa diocesi di Montauban che mi sono cari e dei quali sono il pastore da oltre tredici anni. Sapere che voi potete vivere liberamente la vostra fede, sarà per me una grande gioia pastorale perché, anche nei momenti delle grandi epidemie, la Chiesa ha sempre offerto al Popolo di Dio, con le dovute precauzioni, la presenza del Salvatore attraverso il culto pubblico.

Affido alla Beata Vergine Maria, venerata nella Cattedrale di Montauban con il titolo di Nostra Signora dell’Assunzione, la diocesi e tutti coloro che la abitano. Che vegli su di noi e ci custodisca sotto la sua protezione.