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“La pace sia con te” (ma senza ideologia)

Il gesto dello scambio di pace a Messa è svuotato della sua funzione. Secondo il liturgista don Enrico Finotti è perché si è persa la dimensione verticale della pace che scende da Dio e arriva al fedele attraverso il ministro. Alcune accortezze per conferirgli un valore diverso e più rispondente a quello della tradizione. 

Don Enrico Finotti è nativo di Rovereto ed è responsabile della rivista Liturgia Culmen et Fons. È autore di numerosi testi sulla liturgia e sulla retta applicazione della riforma liturgica successiva al Concilio Vaticano secondo. 

L’epidemia di coronavirus ci fa essere attenti ai rapporti umani a distanza ravvicinata. Questo nella Messa ci fa ripensare al segno della pace, che ad alcuni sembra oramai svuotato della sua funzione. Che ne pensa?
“Bisogna distinguere tra il gesto liturgico in sé stesso e la sua realizzazione concreta nelle nostre assemblee. Il segno della pace è  testimoniato fin dalle prime fonti della storia della Messa (cfr. San Giustino martire): lo scambio della pace chiudeva la liturgia della parola e introduceva quella sacrificale. È  il Signore stesso che raccomanda: prima di presentare la tua offerta all'altare riconciliati col tuo fratello e poi vieni ad offrire il tuo dono. La storia liturgica perciò attesta l'uso  dello scambio della pace, anche se in momenti diversi all'interno della Messa: nel passaggio alla liturgia eucaristica (rito bizantino e ambrosiano) o prima della comunione (rito romano). Quindi il gesto viene da una lunga e coerente tradizione liturgica.
Vi sono due prospettive diverse per comprendere ed impostare il segno liturgico della pace:
1. Uno scambio orizzontale tra i fratelli riuniti nella sacra celebrazione, che si riconciliano dopo aver accolto la Parola di Dio e prima di partecipare all'offerta del Sacrificio divino. 
2. Un dono di pace che scende dall'alto e che il sacerdote attinge dall'altare  e comunica ai ministri e al popolo come dono celeste. 
Vi sono quindi due aspetti: la pace reciproca che si scambiano i cuori riconciliati e la pace superna che fluisce come frutto del divin Sacrificio, quella pace che il mondo non può dare perché è il dono del Risorto, secondo il suo saluto: Pax vobis!”.

Va bene, ma non le sembra che oramai si dia più importanza ad una dimensione solo orizzontale del segno di pace, come un gesto di amicizia fra le persone a cui fatalmente manca il riferimento a cui Lei ha fatto riferimento in precedenza? Anche la Congregazione per il Culto Divino nel 2014 tentò di porre qualche paletto all’abuso per questo gesto liturgico.
La liturgia romana predilige l'aspetto trascendente della pace, che viene dall'alto e che scaturisce dall'immolazione incruenta del Signore, per cui localizza il gesto nel contesto della fractio panis e prima della Comunione. Quindi il carattere sacro del gesto è del tutto evidente, sia dall'atto discendente con cui la pace si comunica per gradi, dal sacerdote ai ministri maggiori, ai ministri minori, fino a raggiungere il popolo, sia dal momento ad alta intensità sacra in cui il gesto si compie, in prossimità immediata con i tremendi misteri del Corpo e del Sangue di Cristo.Per realizzare adeguatamente il rito della pace secondo la liturgia romana classica è necessario rispettare dei protocolli precisi che assicurino il carattere sacro di tale gesto e la sua trascendenza:
1. La trasmissione a catena discendente: dal sacerdote attraverso i ministri fino all'assemblea.
2. L'abbraccio liturgico di pace che riveste un carattere nobile rispetto alla stretta di mano che tende ad una riduzione secolaristica del gesto.
3. Le parole liturgiche - «La pace sia con te. E con il tuo spirito» - che distolgono dall'uso improprio di espressioni profane e inadeguate.
Con queste attenzioni il gesto di pace viene mantenuto nel rigore della sua vera identità sacra. Si vede purtroppo quanto sia distante la comune pratica invalsa dal modello liturgico attestato nei secoli. Occorre quindi una seria e coraggiosa verifica sulla opportunità  di un gesto di pace lasciato alla libera spontaneità dei fedeli”.

Esattamente! Oramai questo gesto ha perso quel senso sacro che Lei adombra. E cosa pensare oggi nel dare la mano a perfetti sconosciuti dopo le raccomandazioni contro questo gesto per via della pandemia di coronavirus? Io avrei serie difficoltà a compiere questo gesto conoscendo i rischi connessi.
Il problema in sé non sussiste in quanto la liturgia invita ad "un segno di pace" senza una precisa determinazione. Quindi basta un piccolo cenno col capo verso che mi sta accanto per realizzare lo scambio di pace richiesto. Già le vigenti disposizioni stabiliscono che nessuno deve muoversi dal proprio posto e i ministri sacri non devono uscire dal presbiterio. Questo consente una limitazione opportuna in ordine alla proprietà dell'azione liturgica. Infine il gesto è sempre stato facoltativo e si potrebbe prevedere anche una temporanea sospensione nei tempi penitenziali (Avvento e Quaresima) in vista di un recupero più motivato e più  autentico, come già si fa con altri elementi liturgici (Gloria e Alleluia).

In effetti, almeno in questo, io sono fermamente convinto che dobbiamo imparare dai cinesi, che non si danno la mano ma che inchinano il capo l’un l’altro. Non pensa questa possa essere una soluzione che la Chiesa potrebbe proporre per salvaguardare il gesto liturgico e le esigenze sanitarie?
Non occorre alcuna disposizione perché già  vi è  libertà di espressione. Si tratta di introdurre modalità  compatibili col buon senso e la proprietà della liturgia. La presente calamità  potrebbe essere un'occasione propizia per un ripensamento e una correzione di comportamenti”.

Lei pensa la Chiesa italiana sia matura per cambiamenti di questo genere nella liturgia, dove l’ideologia fa da padrona?
Ogni ideologia è difforme o almeno riduttiva dalla verità ed inevitabilmente sarà effimera nel tempo. Soltanto una visione retta della natura teologica della sacra liturgia e una conoscenza oggettiva del suo sviluppo storico, non disgiunta da una obbedienza matura alla tradizione liturgica della Chiesa, consentiranno una vera edificazione, un progresso omogeneo e una sicura durata nel tempo. Occorre quindi abbandonare ogni visione ideologica e partire dai documenti autentici del magistero perenne della Chiesa quali basi di continua verifica nell'intraprendere gli ulteriori passi esigiti da un coerente progresso liturgico. In tale orizzonte la liturgia può  essere ritenuta - come la Chiesa - "semper reformanda". Dopo un arco di cinquant'anni dal Concilio Vaticano II è conforme a sapienza saper valutare, con un giudizio onesto e competente, anche alla luce della sua applicazione pratica, la riuscita o i deficit della recente riforma liturgica conciliare.  In questa prospettiva pure il rito della pace deve essere oggetto di attenta valutazione e verifica, senza tema di dover procedere a quegli  emendamenti che si riterranno necessari o almeno opportuni. È  evidente che dovrà  essere del tutto corretta la deriva secolaristica che lo ha travolto e si dovranno determinare indicazioni più  precise per rendere il gesto conforme alla sua natura sacra e a quella misura e sobrietà  che sono proprie di ciascun elemento proprio della liturgia, soprattutto romana.