• L’INTERVISTA

L’arcivescovo di Addis Abeba: «Giovani, restate in patria»

In Etiopia i cattolici sono meno dell’1% della popolazione, ma svolgono un ruolo importante nel processo di pacificazione interna e con la vicina Eritrea. «Facciamo da ponte fra le comunità ortodosse e, possiamo dire, anche fra cristiani e musulmani», spiega in un’intervista alla Nuova BQ il cardinal Souraphiel, chiamato alla guida della Commissione nazionale per la riconciliazione, voluta dal premier Ali, Nobel per la Pace. Sull’emigrazione, l’arcivescovo di Addis Abeba indica che la priorità «dovrebbe essere quella di aiutare queste persone a restare nel loro Paese», favorendone la formazione. E invita il Papa: «Venga in Etiopia ed Eritrea».

Nell’anno appena trascorso gli occhi del mondo si sono concentrati sull’Etiopia dopo il Nobel per la Pace assegnato ad Abiy Ahmed Ali, primo ministro dal 2018. Ali è stato insignito del prestigioso premio per - si legge nella motivazione ufficiale - l’impegno a “risolvere il conflitto di confine con la vicina Eritrea”.

Il Paese subsahariano ambisce a diventare una terra di pace e proprio a tal fine il primo ministro ha voluto l’istituzione di una Commissione nazionale per la riconciliazione, alla cui guida è stato chiamato il cardinale Berhaneyesus Demerew Souraphiel. Un riconoscimento importante per la Chiesa cattolica, i cui fedeli rappresentano meno dell’1% della popolazione nazionale.

Per avere una panoramica della situazione etiope, la Nuova Bussola ha intervistato il cardinale Souraphiel, che oltre ad essere arcivescovo metropolita di Addis Abeba è anche presidente dell’Associazione delle Conferenze Episcopali dell’Africa Orientale (Amecea) e della Conferenza Episcopale di Etiopia ed Eritrea.

Eminenza, oltre alla stabilizzazione della pace con l’Eritrea, l’Etiopia si ritrova a fare i conti con il tentativo di risolvere i non pochi conflitti interni, di natura interetnica e sociale, che per decenni l’hanno attraversata. Come procede questo processo di riconciliazione interna?
Sta andando bene, grazie a Dio. Non mancano movimenti politici che, mossi dalla ricerca del potere e da interessi economici, cercano di mantenere inalterate le divisioni, ma il popolo vuole la pace e prega per ottenerla.

Che ruolo sta svolgendo la Chiesa cattolica nei processi di pace in corso?
Un ruolo molto importante. I cattolici sono una minoranza sia in Etiopia che in Eritrea e questo ci consente di fare da ponte fra le comunità ortodosse e, possiamo dire, anche fra cristiani e musulmani. La nostra Chiesa sta cercando di mettere la gente insieme, a prescindere dalla religione e dalla cultura d’appartenenza.

Per questo il premier Abiy Ahmed Ali ha scelto due cattolici - lei e Yetnebersh Nigussie come vice - per presiedere la Commissione nazionale per la riconciliazione e la pace che deve preparare il Paese alle prossime, delicate, elezioni?
Esatto. Quando uno è piccolo, non è pericoloso per i grandi. Anzi: gli risulta più facile fare da ponte.

Anche l’Etiopia non è immune al fenomeno dell’emigrazione. In base a quanto sostiene ACS (Aiuto alla Chiesa che soffre), i giovani coinvolti dalle attività delle comunità cattoliche locali sono i meno invogliati ad abbandonare il proprio Paese d’origine. È una circostanza che riscontra nel suo impegno quotidiano sul territorio?
Da noi, quello che spinge i giovani ad andarsene verso i Paesi arabi, in Sudafrica o in Europa è la povertà. Vogliono sfuggire alla povertà, migliorare la loro vita e quella delle loro famiglie. La priorità, però, dovrebbe essere quella di aiutare queste persone a restare nel loro Paese. Per questo motivo la Chiesa cattolica locale ha come priorità l’impegno educativo al fine di far passare nella mentalità della gioventù del posto la convinzione che si può cambiare la propria condizione senza essere profughi altrove. Questo è fondamentale: occorre dare la possibilità a queste ragazze e a questi ragazzi di studiare e crescere nel proprio Paese d’origine, non fuori. Secondo me questo è l’unico modo che abbiamo per frenare i flussi. Dobbiamo, inoltre, far capire ai nostri giovani che in Europa o in America non c’è il paradiso e che si deve lavorare ovunque si va. La cosa migliore resta lavorare e migliorare sé stessi a casa propria.

Ci sono stati flussi di ritorno verso l’Etiopia dopo l’avvio del cammino di pace interno e con l’Eritrea?
Sì, alcuni stanno tornando. Molti altri, poi, stanno arrivando dai Paesi arabi, anche deportati e noi li riceviamo. Ma per questo ci serve un grande aiuto. A tal proposito, parlando con i vescovi italiani, ho chiesto loro di darci una mano ad avere più centri di formazione sul territorio in grado di favorire un’accoglienza incentrata sull’educazione.

Vi sta aiutando il “Programma Hungary Helps” con cui vengono forniti aiuti umanitari alle comunità cristiane africane - e ai credenti perseguitati per la loro fedeltà al Vangelo - anche al fine di scongiurare la partenza dei loro giovani verso l’Europa?
Sì, il governo ungherese ci sta aiutando. Sono stato a Budapest lo scorso giugno come membro di una delegazione ecumenica etiope. In Africa ci sono luoghi dove i cristiani sono perseguitati. In Etiopia, finora, non si può parlare di una vera e propria persecuzione religiosa, purtroppo però esistono alcuni movimenti che vogliono strumentalizzare le differenze etniche e religiose come mezzi per rivalità politiche.

Un’ultima domanda: si aspetta di vedere il Santo Padre in Etiopia quest’anno?
Sì, vogliamo invitare papa Francesco a visitare l’Etiopia e l’Eritrea. Abbiamo sentito che lui vorrebbe andare in Sud Sudan. Quindi, se lui volesse passare da noi sarebbe una grande gioia anche perché nessun papa in precedenza si è recato nel Corno d’Africa. Sarebbe una prima volta storica.