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Lo scandalo dei bimbi dell'utero in affitto bloccati in Ucraina

Le immagini dei 46 neonati chiusi nell'albergo di una clinica della maternità surrogata sono strazianti. A prendere le loro parti non è stata la Chiesa né il mondo cattolico, ma la rete italiana delle femministe che, con una lettera all'ambasciatore italiano e a Di Maio, ribadiscono che l'«utero in affitto è un reato», per cui non può venire «concesso alcun permesso speciale per recarsi a “ritirare” i bambini». Che fare di loro? Lo spiegano bene le femministe.

Strillano, strillano, strillano. È un pianto straziante quello dei 46 neonati, soli nelle loro culle, una adiacente all’altra, privati della madre e del padre e strappati dai seni delle donne che li hanno messi al mondo.

È con le grida innocenti che comincia il video della clinica ucraina Biotexcom che il 30 aprile scorso ha messo in circolazione le immagini dei piccoli (incuranti della loro privacy) per confortare le persone che, avendo pagato profumatamente le pratiche dell’utero in affitto, si domandano in che stato siano i "prodotti". Immagini che provano a mascherare un crimine umanitario, fra i più crudeli che l'uomo abbia mai commesso, dietro ad una melassa sentimentale che però può convivere solo chi abbia il cuore veramente assuefatto dal relativismo. Sappiamo bene infatti di quanto bisogno abbiano i neonati, soprattutto nei primi istanti della vita, di sentire l’odore materno, di ricevere il latte dalla madre, di un ambiente sicuro, protetto, silenzioso.

Nel video i piccoli sono accuditi in uno stanzone da alcune babysitter come fossero bambole, come se questi figli non avessero diritto (come tutti gli altri bambini) al calore del seno e all’affetto di un papà. Privati dell'accoglienza gratuita di due genitori da cui si viene al mondo come un dono non prorio e misterioso, non come un prodotto di fabbrica di cui servirsi per accontentare i propri desideri.

Ma l'ipocrisia della pretesa confusa per amore porta, ad certo punto del video, una delle dirigenti della clinica ad avere il coraggio dire ai propri clienti che «ci spezza il cuore per questa situazione!», nonostante la situazione sia stata prodotta proprio da loro e da chi li ha pagati per mettere al mondo bambini come oggetti. Sì, perché nessun bambino nato naturalmente da mamma e papà oggi, nonostante il Covid-19, si trova in una situazione come questa. Ma siccome il diavolo fa le pentole e non i coperchi, prima o poi le contraddizioni del male emergono, come in questo filmato che mostra cosa può accadere quando la procreazione viene disgiunta dall'atto sessuale pur di soddisfare le voglie di un adulto (nella maggior parte di questi casi con tendenze omosessuali e deciso a privare il nascituro di una madre o di un padre).

«Alcuni Stati sono già andati incontro ai propri cittadini ed hanno avviato il processo», spiega l'avvocato Biotexcom, che sprona le coppie a rivolgersi al proprio ministero degli Esteri per chiedere una deroga al lockdown. Ma se la pratica, ancora vietata in Italia, viene di fatto tollerata nel silenzio, con i fatti alla luce del sole sarebbe gravissimo se le istituzioni, come richiesto nel video, facessero un’eccezione alle norme varate per l’emergenza Covid-19 mandando i colpevoli a ritirare il frutto del proprio reato.

A prendere le parti dei bimbi, che in diverse zone del mondo, non solo in Ucraina (dove Monica Ricci Sargentini su Il Corriere della Sera parla di 500 neonati bloccati), si trovano in questa situazione, e a difendere i loro diritti non è stata la Chiesa né il mondo cattolico, che da anni ha abbandonato le battaglie sui princìpi non negoziabili, ma la rete italiana delle femministe che condanna la pratica come abominevole. “Rete Italiana contro l’Utero in Affitto”, a cui aderiscono “In Radice-per l’Inviolabilità del Corpo Femminile”, “RadFem Italia”, “Se Non Ora Quando Libere”, “Udi” e perfino “Arcilesbica Nazionale”, ha inviato una lettera a Davide La Cecilia, ambasciatore italiano in Ucraina e al ministro degli Esteri Luigi Di Maio.

Nella missiva si chiede «di verificare le effettive condizioni di salute dei bambini e quanti e chi siano gli italiani clienti di Biotexcom e di altre cliniche», ribadendo che l’«utero in affitto è un reato e chiunque, in qualsiasi forma, realizza, organizza o pubblicizza la commercializzazione di gameti o di embrioni o la surrogazione di maternità punito con la reclusione da tre mesi a due anni e con una multa da 600.000 a un milione di euro». Ragion per cui non può venire «concesso alcun permesso speciale, in deroga al lockdown, per recarsi a “ritirare” i bambini». Ma ieri sera Sargentini ha raccontato di aver chiamato l'ambasciatore per chiedergli se aveva ricevuto la lettera della Rete contro l'utero in affitto sul caso dei 46 neonati: «Non mi lascia nemmeno parlare. Mi zittisce con un no comment. Io rispondo: scusi ma non sa nemmeno cosa voglio chiederle? Lui: va bene, mi dica. Non appena pronuncio la parola bambini dice nuovamente no comment e attacca...Una reazione veramente scomposta che fa pensare».

Che fare allora di questi piccoli? Chi ne ha parlato, pur condannando la pratica, non fa ipotesi. Oppure pensa che, dato che ormai ci sono, questi bambini vadano consegnati alle coppie che hanno pagato somme ingenti per la loro venuta al mondo. Addirittura un articolo di Avvenire sulla vicenda si conclude così: «Il problema esiste però anche all’interno dei Paesi: The Indian Express ieri dava notizia di 17 neonati parcheggiati nell’Akanksha Infertility Center, nel Gujarat, uno dei centri di surrogata più grandi del Paese: i loro genitori committenti, tutte coppie indiane,…non possono raggiungere la clinica a causa del lockdown. E i bambini aspettano». Ma Sargentini che telefonato all'ambasciatore spiegando sul suo profilo Facebook così: «

Ma se si afferma che l’utero in affitto è un crimine gravissimo sia contro le donne sia contro i bambini, bisogna poi dire che le coppie che l'hanno favorito macchiandosi di un reato nei loro confronti non sono idonee a crescerli. Anzi, come ricorda la lettera delle femministe queste persone dovrebbero pagare le pene previste dalla legge. Inoltre, se si allontanano dalle case dei genitori naturali bambini verso cui vengono compiute violenze, per darli in affido o in adozione ad altre coppie, la logica vuole che anche in questo caso lo Stato italiano debba muoversi in questo senso, cercando coppie per l’affido o l’adozione. E tutto ciò va detto anche in forza dell’assenza di una legge che riconosce il diritto a coppie delle stesso sesso di avere figli.

E se dirlo è ritenuto troppo rischioso per chi preferisce non avere nemici, per fortuna ci hanno pensato sempre le femministe che concludono la loro lettera chiarendo che l’Italia dovrebbe attivarsi affinché i minori «vengano affidati, di preferenza, alle madri che li hanno messi al mondo. Oppure, se esse non possono o non intendono farsene carico, a famiglie che se ne possano prendere cura. O che vengano dichiarati in stato di adottabilità» (Per aderire all’appello scrivere a inviolabili01@gmail.com).