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L'Ue si sveglia sulla crisi demografica, ma si muove tardi

L'Ue si sta rendendo conto della crisi demografica. Entro la fine del secolo, gli europei saranno appena il 4,1% della popolazione mondiale. L'impatto della crisi demografica si farà sentire in ogni settore. Un recente rapporto del Parlamento Europeo indica anche gli esempi virtuosi (fra cui non appare l'Italia) e le politiche per resistere

Anziano

L’Europa inizia il lungo cammino per favorire la crescita demografica, ma mentre Parlamento dell'Ue e Commissione intraprendono il lungo viaggio per evitarci il genocidio futuro, i cittadini europei guardano con disincanto e disapprovazione l’incapacità europea di agire durante la recente pandemia. La sfida reale per l’Europa è ora fare le cose giuste, con reale efficacia e nei tempi giusti.

L'Ue affronta un numero di sfide demografiche imponente, l'invecchiamento, un calo del tasso di natalità e lo spopolamento in alcune delle sue regioni (visto che la popolazione si concentra sempre più nelle grandi aree urbane). L'Ue vede ridursi la forza nel mondo, in proporzione alla popolazione ora siamo solo il  6,9% (in calo dal 13,5% nel 1960) e scenderemo al 4,1% entro la fine di questo secolo. Tutto ciò avrà ripercussioni drammatiche sia sul piano economico sia su quello elettorale e democratico. La continua discesa dei tassi di fertilità, nella Ue-28 la media era di circa 2,5 bambini per donna nel 1960, oggi siamo a poco meno di 1,6, lo scriviamo da tempo, dilata davanti a noi uno scenario spettrale per i prossimi decenni. L'invecchiamento della popolazione è un'altra tendenza nell'Ue. A causa di progressi in medicina e qualità della vita, l'aspettativa di vita media nell'Ue è aumentata considerevolmente e ora ciascun nato può ragionevolmente sperare di vivere (in media) sino a 81 anni.

La  demografia conta eccome: l'economia, il mercato del lavoro, la sanità, le pensioni, lo sviluppo regionale e i programmi e risultati elettorali, sono tutti fattori dipendenti dall’andamento demografico. Gli Stati membri dell'Ue hanno le proprie strategie e politiche per contrastare il declino demografico, l'Ue ha un ruolo ausiliario e limitato nel campo della demografia, tuttavia le decisioni politiche che si prendono a Bruxelles sono rilevanti perché indicano la volontà o meno di affrontare la tragedia che stiamo vivendo. L'articolo 159 del Trattato sul Funzionamento dell'Unione Europea (TFUE) afferma che: «La Commissione elabora una relazione annuale sugli sviluppi nella realizzazione degli obiettivi dell'articolo 151 [politica sociale, ndr], compresa la situazione demografica nell'Unione», tuttavia, la politica sociale è principalmente di competenza dei paesi dell'Ue. L'Ue ha una serie di fondi e strumenti che indirettamente si possono piegare alle politiche favorevoli alla crescita demografica dei singoli paesi, per esempio il europeo Fondo sociale (FSE), il programma per l'occupazione e l'innovazione sociale (Easi), il Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione (EGF), il Fondo di aiuti europei agli indigenti (FEAD), e l'iniziativa a favore dell'occupazione giovanile (YEI).

Anche l’articolo 174 del TFUE afferma che: «[...] l'Unione mira a ridurre le disparità tra i livelli di sviluppo delle varie regioni e l'arretratezza delle regioni meno favorite. Tra le regioni interessate, attenzioni particolari devono essere poste alle aree rurali, alle aree colpite dalla transizione industriale e alle regioni che soffrono di grave o permanente naturale o svantaggi demografici». Il sostegno alle regioni dell'Ue è promosso nell'ambito di un più ampio investimento della strategia dei fondi strutturali e di investimento europei (Fondi SIE). Il coronavirus ha avuto un impatto sulla demografia e, pur non essendo pubblicati studi definitivi, taluni evidenziano che la pandemia ha avuto un impatto notevole sull'andamento della popolazione dell'Ue (ad esempio numero di morti per Paese, riduzione di aspettativa di vita e sulla pianificazione familiare). A fronte di tutto ciò, il Parlamento europeo e il Comitato europeo delle regioni stanno preparando propri "rapporti e opinioni" sull'emergenza demografica, entro la fine dell’anno.

Nel recentissimo Report dell’Ufficio Studi della Parlamento Europeo emerge non solo la conferma della situazione drammatica europea, sempre più un continente in via di desertificazione umana, ma si evidenziano le politiche pro-natalità di diversi Paesi che hanno dimostrato efficacia. Tra esse (Spagna, Germania e Polonia), inutile dirlo, non esiste nessun cenno, né potevamo sperarlo, alle inesistenti politiche italiane. La stessa Commissaria Dubravka Šuica, nominata Vicepresidente per la democrazia e la demografia in Europa, che nella sua lettera di incarico (missione) aveva il compito di “fornire un iniziale piano sulla situazione demografica ed esplicitare nuove proposte”, tra cui quelle di “conciliare meglio lavoro e famiglia, sostenere le persone durante la loro carriera e suggerimenti per investire di più nel futuro di bambini”, ha presentato nei giorni scorsi il suo primo Report, una chiara mappatura della tragica situazione demografica europea. Esso è anche una prima analisi sull’impatto da brividi del deficit demografico sul futuro europeo che potrebbe portare ad una perdita di popolazione attiva del 18% entro i prossimi decenni. Seguiranno, tra la fine del 2020 e l’inizio del 2021, le vere e proprie proposte operative ed azioni politiche concrete che poi si promuoverebbero anche in collaborazione con altri Commissari europei (Lavoro, Coesione, Green, Politiche regionali ecc...).

Sono primi passi importanti, finalmente le Istituzioni europee ed in particolare la Commissione Von der Leyen (si prende coscienza chiara del fenomeno, dei suoi prossimi devastanti effetti, della urgenza di intervenire), ma non ancora sufficienti (mancano proposte concrete ed iniziative chiare). Di tre importanti richiami nel Rapporto presentato dalla Vice Presidente Dubravka Šuica vogliamo complimentarci: la politica guardi alla realtà della gente comune e riduca le disparità regionali; la sfida demografia-democrazia deve essere affrontata di ‘petto’; a partire da questo Report, la Commissione intraprenderà un dialogo con tutti coloro che contano e cioè gli Stati membri, tutte le istituzioni europee ed in particolare il Comitato Economico Sociale e quello delle regioni. Fare il bene farà bene, ma è necessario farlo bene e presto! Noi europei abbiamo e continuiamo ad avere ben altra convinzione, purtroppo, a seguito delle imbarazzanti incapacità europee.

Un recentissimo sondaggio  dimostra che la stragrande maggioranza dei cittadini europei ha dichiarato che le Istituzioni europee sono state "irrilevanti" nella gestione e nel contrasto alla pandemia di Covid 19.  La stragrande maggioranza in tutte le nazioni ha sentito che il proprio Paese era stato lasciato da solo. La ricerca recentissima a riguardato i cittadini dei nove Paesi europei che comprendono i 2/3 della popolazione. Il livello di disillusione è inquietante ma, dobbiamo ammetterlo, più che giustificato. Il 58% dei francesi e più del 50% dei portoghesi dichiarano l’irrilevanza europea; il 63% degli italiani dice che l’Europa ha fallito e solo il 10% degli svedesi e danesi sono invece convinti che l’Europa sia stata efficace. Tali livelli di disillusione pubblica sono "inquietanti" mentre i leader dell'UE discutono, ancora in completo disaccordo, sul Recovery Fund e, millantano una spesa pubblica che è ben al di là da venire. Un primo e buon passo di presa di coscienza sulla tragedia demografica è stato fatto, ma è troppo poco. L’Europa vuole curare la lebbra purulenta con un cerotto sul mignolo del piede, è un inizio ma temo che il paziente muoia.