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Luis Arce presidente, con i primi segni di autoritarismo

Domenica c’è stato l’insediamento del socialista Luis Alberto Arce Catacora a nuovo presidente della Bolivia. Il Mas continua a pesare, ma i numeri sono più risicati che ai tempi di Morales. Perciò la maggioranza ha cambiato le norme del parlamento per centralizzare il potere. La Nuova Bussola intervista il politologo Franklin Pareja.

La scorsa domenica, 8 novembre, c’è stato l’insediamento del socialista Luis Alberto Arce Catacora come nuovo presidente della Bolivia, tra tensioni politiche per le proteste che rifiutano il ritorno al potere del Movimento per il Socialismo (Mas) e dell’ex presidente Evo Morales. Il nuovo presidente ha guidato l’economia del Paese andino per più di un decennio durante il governo di Morales e il suo percorso verso la presidenza è stato possibile dopo che il presidente indigeno si è dimesso, costretto dalle accuse di frode, nel vano tentativo di farsi rieleggere per un quarto mandato, non consentito dalla Costituzione boliviana.

“Siamo la maggioranza”, ha detto Arce Catacora durante il suo discorso di insediamento, nel quale ha criticato duramente il governo di transizione che, per un anno, era riuscito a pacificare il Paese e ha sopportato la crisi della pandemia. Tuttavia, quella maggioranza nell’“Assemblea Legislativa Plurinazionale” non è la stessa che ostentava Evo Morales: dai 139 seggi che il Mas aveva nella precedente legislatura alla Camera dei Deputati si è passati a 75, e da 36 senatori a 21. Ecco perché i socialisti hanno approfittato dell’ultima sessione del Senato per cambiare il regolamento di Senatori e Deputati in modo che una “maggioranza assoluta”, e non più di “due terzi dei membri presenti nell’Assemblea Legislativa”, possa approvare le decisioni fondamentali del potere legislativo, come l’elezione del Controllore generale dello Stato, del Difensore Civico e del Procuratore generale dello Stato. Una manovra che garantirà al nuovo governo il controllo politico dei poteri pubblici dello Stato ed è quindi un chiaro segnale di autoritarismo.

“Che modo di iniziare!”, ha affermato il politologo boliviano Franklin Pareja attraverso il suo profilo Twitter: «Il potere costituente (SOVRANO) ha eletto i suoi rappresentanti per i prossimi 5 anni e la quota di potere che gli corrisponde. Il “potere costituito” in uscita (ALP) ha deciso di ignorare tale volontà modificando i 2/3. Perché allora ci sono state le elezioni?».

Per comprendere le profonde contraddizioni del Paese sudamericano e perché i boliviani affrontino un’apparente svolta, con il ritorno al potere dei masisti, la Nuova Bussola Quotidiana ha intervistato in esclusiva proprio Franklin Pareja. Docente di Scienze politiche presso l’Università Maggiore di San Andres, è stato presidente dell’Ordine dei Politologi di La Paz ed è un socio strategico della Fondazione Giubileo in Bolivia, che ha coordinato la campagna “Il tuo voto conta”, promuovendo la trasparenza elettorale durante le elezioni generali del 18 ottobre.

“Il Movimento per il Socialismo continua ad essere una forza che non è disposta a rassegnarsi. Ma le molteplici crisi che configurano problemi di natura economica, sociale e sanitaria sono un cocktail esplosivo per il futuro governo che dovrà prendere decisioni molto complesse e anche impopolari”.

Professor Pareja, che analisi si può fare dei recenti risultati elettorali?
Questi risultati hanno dimostrato che il Movimento per il Socialismo è stato ricostituito e ha anche recuperato segmenti importanti della classe media e anche di settori ricchi che in precedenza non volevano esprimere il loro sostegno e facevano parte del voto nascosto. Ciò significa che non è una forza politica che ha sostegno solo nei settori popolari; in realtà è una forza poli-classista. L’aver ottenuto un’adesione popolare così importante senza la partecipazione di Evo Morales infonde sicuramente nel signor Arce Catacora molta legittimità, ma sarà complicato perché sicuramente i settori legati alla leadership di Evo Morales pretenderanno comunque di avere una quota importante di potere e di influenzare le decisioni del prossimo governo. La grande domanda, quindi, è: chi governerà la Bolivia? L’ala dura di Evo Morales o la nuova era di Arce Catacora?

Ci sono numerose denunce di azioni incostituzionali commesse da Evo Morales durante i quasi 14 anni in cui è stato al potere, al punto da minare le istituzioni democratiche. Ora, con un ex ministro del suo governo, la democrazia in Bolivia è a rischio?
L’istituzionalità democratica è stata fortemente influenzata dalla sistematica violazione della Costituzione che Evo Morales ha promosso; ora la grande sfida che il popolo deve affrontare è vedere se le stesse pratiche continueranno o se avremo un governo più democratico, con uno spirito di dialogo e di rispetto dell’ordinamento giuridico. Tuttavia, il Paese ha un deficit cronico di forte presenza di partiti politici, che non contribuisce a una democrazia di qualità, perché dobbiamo capire che in una democrazia deve esserci uno spazio di potere condiviso e non uno spazio di potere concentrato. La verità è che, con il Movimento per il Socialismo, attraverso la legittimità dei loro voti si è creato un effetto opposto, che ha instaurato un sistema monopartitico nel Paese e che, lungi dal contribuire alle politiche sociali, alla fine è stato svilito ed è stato molto favorevole a un progetto politico personale. Questa è la crisi che sta attraversando il Paese, anche con qualche sfumatura di instabilità.

Quali sono le sfide del nuovo governo?
Le sfide si concentrano principalmente sulla riattivazione dell’economia, sulla creazione di posti di lavoro, sulla reingegnerizzazione del sistema sanitario e, infine, sul vedere quale decisione verrà presa con il sistema giudiziario. Il fatto che abbia una maggioranza parlamentare permetterà al governo di avere ragionevoli margini di stabilità, ma se le misure sono impopolari e se la crisi economica non migliora rapidamente come vorrebbe la popolazione, Arce Catacora, che a quanto pare è stato l’architetto del successo economico di Morales, sarà duramente messo in discussione.