• CORONAVIRUS

Negare il castigo di Dio è negare la tenacia del suo amore

La Tradizione della Chiesa ha sempre custodito il senso del castigo: un male necessario a salvare l'uomo da quello eterno. Se neghiamo che le calamità sono un richiamo forte a ritornare a Dio, la nostra parola apparentemente rassicurante, intenta a “salvaguardare Dio” e consolare a basso prezzo gli uomini, diventa una voce che copre la Sua voce. Guai a noi: Dio è fuoco di carità che interviene, scuote l’uomo e non lo vuole scusare, ma salvare, come fa un padre con il figlio ribelle.

Ci risiamo. Ogni volta che siamo nel mezzo di una catastrofe naturale o dovuta a negligenze umane oppure ad epidemie, c’è sempre qualcuno che deve fare il difensore del “Dio buono”. Dio non c’entra nulla, Dio non castiga, Dio non punisce, e via con le solite argomentazioni che talora attingono al “misericordiosismo” (scusate il neologismo) più estremo e talaltra alle conclusioni dell’esegesi positivistica ed asettica, che liquida tutto in nome del primitivo antropomorfismo.

Poi abbiamo quelli della serie “il Signore ci è vicino e ci consola”. Giusto, giustissimo, ma se si termina qui, si finisce per ridurre il Signore ad una mamma che sta vicino al figlio sofferente, lo accarezza, lo incoraggia, ma si trova essa stessa travolta dalla sofferenza e vi rimane impotente, tanto quanto il figlio. Si è già avuto modo, un po’ più per esteso, di affrontare la questione dei castighi di Dio, che acquista una certa comprensibilità nella luce della Tradizione, sebbene si rimanga comunque all’interno del chiaroscuro della fede, come è giusto che sia.

Però almeno qualche considerazione dev’essere fatta: siamo certi che un Dio che non castiga sia veramente misericordioso? Siamo sicuri che la negazione dei castighi divini sia la modalità corretta per porsi di fronte ai flagelli che colpiscono l’umanità? Infine, la domanda delle domande: siamo sicuri che il Dio senza ira sia quello vero, rivelatoci dalle Scritture?

Alla prima domanda si può rispondere solo se si capisce cosa sia un castigo. Difficile in questo tempo di mammismo e devirilizzazione. Come giudichereste un genitore che lascia fare ai propri figli quello che vogliono, perché loro sono liberi e lui è buono? Un genitore che di fronte ad un figlio che sta rovinando se stesso, la propria famiglia, i propri amici, si limiterebbe a dirgli che non va bene, ma poi lo lascia fare?

Un castigo è un atto educativo ed un atto educativo è un atto d’amore. Il castigo poi - quando serve - non è un atto d’amore qualunque: è insostituibile, perché la sostanza di un castigo è quella di essere un fatto che si impone ad un figlio, una restrizione insindacabile, uno sculaccione. In altre parole, castigare significa coartare la volontà ribelle, perché non faccia e non si faccia troppo male; trovarsi di fronte la strada sbarrata alla realizzazione di un proprio capriccio, è un modo per far rinsavire la persona, per umiliare un orgoglio eccessivamente strabordante, che può causare danni irreparabili. Il castigo dunque è un atto d’amore ben preciso, che risponde ad una situazione che necessita quel tipo di intervento e non un altro. Un bravo genitore sa che la carezza e lo schiaffo sono due modalità di esprimere il proprio amore ad un figlio, ma sa anche che non sono interscambiabili.

È così che la Tradizione della Chiesa ha sempre custodito il senso del castigo, abbondantemente presente nelle Scritture come espressione della tenacia di Dio nel voler salvare le anime, che altrimenti si perderebbero, finendo per sempre in quel castigo eterno, che non avrà più scopo medicinale ma solamente punitivo, ossia l’Inferno. Il castigo non è una condanna, ma la prevenzione della condanna.

San Gregorio Magno, commentando l’intervento di Dio, che vuole richiamare a sé Israele, sua sposa, sbarrandogli la strada con le spine, facendogli smarrire i propri umani sentieri, impedendo che raggiunga i suoi “mariti”, ossia gli idoli (cf. Os. 2, 6-7), commenta: «Quando non possiamo ottenere ciò che vogliamo in questo mondo, quando ci stanchiamo nell’impossibilità di adempiere i nostri desideri terreni, allora ritorniamo di cuore a Dio, allora comincia a piacerci colui che ci dispiaceva; i suoi precetti ci erano amari, ma egli all’improvviso ci torna dolce alla memoria e l’anima peccatrice, che aveva cercato di essere adultera ma non vi era riuscita in realtà, decide di essere sposa fedele» (Omelia XXXVI).

Allora, negare che Dio castighi, significa non capire quanto tenace sia il suo amore e significa anche privare l’umanità della comprensione profonda di quello che avviene, lasciandola in balìa di spiegazioni sociali, politiche, scientifiche, che non costituiscono mai la ragione ultima degli eventi che accadono. Se dunque alla prima domanda rispondiamo che Dio castiga precisamente perché è giusto e misericordioso, alla seconda ribattiamo che negare il castigo di Dio significa condannare le persone a restare nel disorientamento, nei propri peccati e nelle proprie infedeltà, anziché aiutarle a comprendere che Dio non gode «della morte dell'empio», ma vuole «che l'empio desista dalla sua condotta e viva» (Ez. 33, 11). Se noi però neghiamo che le calamità che ci colpiscono sono un richiamo forte a ritornare a quel Dio di cui ci siamo dimenticati, correndo dietro ai “falsi mariti”, allora rendiamo i nostri fratelli sordi alla chiamata di Dio. La nostra parola apparentemente rassicurante, intenta a “salvaguardare Dio” da false antropomorfizzazioni e a consolare a basso prezzo gli uomini, diventa una voce che copre la Sua voce. Guai a noi.

È per questa ragione – e veniamo così alla terza domanda – che la Sacra Scrittura sovrabbonda del linguaggio del castigo e dell’ira di Dio. I Padri non erano certo così stupidi da pensare che Dio ogni tanto si svegliava un po’ arrabbiato e lanciava fulmini sulla terra. Eppure mai hanno pensato di edulcorare il linguaggio biblico, preoccupati che qualcuno lo potesse intendere male. Perché? Perché Dio non è un filosofo distaccato che questiona sul mondo e sull’uomo; Dio è fuoco di carità che interviene, grida e scuote l’uomo e non lo vuole scusare, ma salvare. Salvare significa liberare dal male, distruggere il peccato che manda in perdizione, condannare l’errore che fa deviare su sentieri di morte. E allora, per fortuna, Dio castiga.

Gesù rivela questo volto di Dio, non quello di un nonnino che compra caramelle e vuole solo che i nipoti si divertano (grazie a Dio, non tutti i nonni sono così): «Un Gesù che sia d'accordo con tutto e con tutti, un Gesù senza la sua santa ira, senza la durezza della verità e del vero amore, non è il vero Gesù come lo mostra la Scrittura, ma una sua miserabile caricatura. Una concezione del “vangelo” dove non esista più la serietà dell'ira di Dio, non ha niente a che fare con l’evangelo biblico. Un vero perdono è qualcosa del tutto diverso da un debole “lasciar correre”. Il perdono è esigente e chiede ad entrambi - a chi lo riceve ed a chi lo dona - una presa di posizione che concerne l'intero loro essere.

Un Gesù che approva tutto è un Gesù senza la croce, perché allora non c'è bisogno del dolore della croce per guarire l'uomo [...]. La croce come espiazione, la croce come “forma” del perdono e della salvezza non si adatta ad un certo schema del pensiero moderno. Solo quando si vede bene il nesso fra verità ed amore, la croce diviene comprensibile nella sua vera profondità teologica. Il perdono ha a che fare con la verità e perciò esige la croce del Figlio ed esige la nostra conversione. Perdono è appunto restaurazione della verità, rinnovamento dell'essere e superamento della menzogna nascosta in ogni peccato» (J. Ratzinger, Guardare a Cristo, Jaca Book 1986, 76). Meglio ricordarlo spesso.