• LA SENTENZA

Non coprì gli abusi: assolto il cardinale Barbarin

La Corte d’Appello ha assolto Philippe Barbarin dall’accusa di aver coperto gli abusi dell’ex sacerdote Bernard Preynat, riconoscendo che l’arcivescovo di Lione agì correttamente. Gli avvocati delle parti civili annunciano ricorso. Ma, intanto, la sentenza riabilita la figura di un cardinale finito nel tritacarne mediatico per un eccesso di giustizialismo anticlericale

Assolto. La Corte d’Appello di Lione ha così deciso nel processo al cardinal Philippe Barbarin. L’arcivescovo di Lione era finito alla sbarra con l’accusa di aver nascosto alla giustizia gli abusi sessuali perpetrati su scout minorenni dall’ex sacerdote Bernard Preynat. Le aggressioni risalgono a un arco di tempo che va dal 1986 al 1996, un periodo in cui il porporato francese non era ancora alla guida della diocesi.

Il processo contro Barbarin è nato dalla denuncia di una delle vittime che ha raccontato ai magistrati di aver riferito all’arcivescovo già nel 2014 del drammatico episodio di cui fu protagonista, per richiedere l’allontanamento del sacerdote pedofilo dalla parrocchia in cui continuava ad operare all’epoca. La prima indagine si era conclusa nel 2016 con l’archiviazione, contestata da un gruppo di vittime che aveva fatto ricorso alla citazione diretta in giudizio contro il porporato.

Lo scorso 7 marzo 2019, il tribunale penale aveva emesso una condanna a sei mesi di reclusione con sospensione della pena detentiva per aver ostacolato deliberatamente la giustizia. Per potersi difendere meglio in appello, l’arcivescovo aveva rimesso il suo mandato nelle mani di papa Francesco. Ma il pontefice non aveva accettato le dimissioni, probabilmente convinto dell’infondatezza dell’accusa contro il porporato francese, al quale nel giugno scorso aveva affiancato un amministratore apostolico, monsignor Dubost. La battaglia legale, infatti, non ha più permesso al prelato di dedicare il tempo necessario alla guida della diocesi.

Ieri, la sezione penale presieduta da Éric Seguy si è appunto pronunciata con un’assoluzione. Contro questa decisione hanno già annunciato ricorso gli avvocati delle parti civili, determinati ad arrivare fino in Cassazione. Ma, intanto, la sentenza di ieri si aggiunge all’archiviazione del 2014, e riabilita la figura di Barbarin, una figura finita in questi anni, come spesso avviene in questi casi, nel tritacarne mediatico.

Contro di lui si è mossa anche la penna di Frédéric Martel, autore del discusso libro “Sodoma”, che in un articolo su Le Nouvel Observateur (tradotto in italiano e pubblicato sul Fatto Quotidiano) ha addirittura parlato di “sistema Barbarin” che si fonderebbe su “sesso, potere, bugie e protezioni a destra”. L’articolo, basato principalmente sulla testimonianza di don Pierre Vignon - un prete di Lione che lanciò una petizione online per chiedere le dimissioni del suo arcivescovo - sosteneva questa tesi in virtù della vicinanza del porporato a “La Manif pour tous”, un’associazione pro famiglia, e delle presunte domande che sarebbe stato solito fare per verificare la presenza o meno di tendenze omosessuali nei candidati al sacerdozio della sua diocesi.

Verifiche che, qualora fossero davvero state fatte, sarebbero in linea con quanto stabilito nell’Istruzione della Congregazione per l’Educazione Cattolica circa i criteri di discernimento vocazionale riguardo alle persone con tendenze omosessuali, in vista della loro ammissione al Seminario e agli Ordini sacri (vedi qui).

Dall’accusa di aver ostacolato deliberatamente la giustizia, non denunciando Preynat alle autorità francesi, Barbarin si è sempre difeso sostenendo che “i fatti per lui erano prescritti e impedivano un ricorso alla giustizia”, oltre a ricordare di aver denunciato tutto a Roma. L’ex sacerdote pedofilo ha subito un processo ecclesiastico che si è concluso con una condanna alla riduzione allo stato laicale, la pena massima nel diritto canonico.

I giudici della Corte d’Appello hanno quindi dato ragione al cardinale, riconoscendo l’assenza di infrazioni penali nel suo comportamento. Il caso dell’arcivescovo di Lione, di cui non pochi hanno chiesto la ‘testa’ a colpi di petizioni e appelli sui giornali, dovrebbe indurre a una riflessione sugli eccessi di un certo giustizialismo non scevro di una componente anticlericale e che in relazione a una questione delicata e complessa come quella degli abusi sessuali nella Chiesa rischia di indurre l’opinione pubblica a “buttare via il bambino con l’acqua sporca”.