• DISEGNO DI LEGGE

Omofobia, libertà e verità: la lezione di Ruini e Crepaldi

Due recenti interventi del cardinale Ruini e dell'arcivescovo Crepaldi criticano duramente il disegno di legge Zan sull'omofobia, lodando la nota CEi e criticando Avvenire. Ma soprattutto pongono il tema del rapporto tra libertà e verità in un mondo in cui domina il relativismo che si fa assolutismo.

Il cardinale Ruini

Le parole del cardinale Camillo Ruini e dell’arcivescovo Giampaolo Crepaldi a proposito della legge Zan cosiddetta contro l’omotransfobia hanno brillato nel mare di silenzio degli altri vescovi e hanno riproposto con vivacità il modo di ragionare messo a punto da Benedetto XVI. Ambedue gli interventi hanno infatti una chiara impostazione ratzingeriana.

Il Cardinale Ruini aveva parlato della legge di prossima discussione parlamentare il 2 luglio, durante una tavola rotonda on line condotta con monsignor Nicola Bux e il senatore Gaetano Quagliariello e aveva ripreso il concetto di “dittatura del relativismo” elaborato con fini argomentazioni da papa Ratzinger: «In nome di alcune idee si ritiene non solo di poterle affermare, ma di criminalizzare idee diverse. E quindi un relativismo che diventa in realtà un assolutismo». Il relativismo – aveva insegnato Benedetto XVI – è contraddittorio per due motivi. Il primo è che non può essere né argomentato né dimostrato, dato che per farlo bisogna ritenere possibile dimostrare una verità, compresa quella secondo cui non esiste nessuna verità, ma questo è proprio quanto il relativismo vuole negare. Il secondo è che diventa necessariamente totalitario, impedendo non solo di dire le proprie opinioni, ma soprattutto di dire delle opinioni che abbiano la pretesa di essere vere, non solo opinioni ma verità. Il relativismo tollera tutte le opinioni, ma non tollera la verità. E la legge Zan ne è un esempio.

L’arcivescovo Crepaldi lo ha fatto con una sua Nota post missam di domenica scorsa 5 luglio. Anche secondo lui si tratta di “un’iniziativa legislativa che mette a rischio la libertà di espressione. Se si concede la possibilità di censurare giuridicamente e penalmente non delle offese, ma semplicemente delle opinioni e delle verità di ordine antropologico e morale diverse da quelle dei proponenti il Disegno di legge, come per esempio la differenza fra uomo e donna, allora veramente la nostra libertà  – quella di tutti, non solo quella dei cattolici – è in pericolo”.

Anche in questo caso si tratta sì della libertà di opinione, ma non solo, si tratta piuttosto della possibilità di esprimere una verità circa l’uomo e la donna e di fare riferimento ad un ordine. Ambedue gli interventi non si limitano a segnalare il pericolo per il diritto soggettivo di espressione, chiamiamolo il diritto in senso liberale, ma vanno più in profondità e indicano nella possibilità di riferirsi ad un ordine oggettivo della verità e del bene la vera garanzia della stessa libertà di espressione. Ciò che conta è la libertà della verità, o la libertà nella verità. Solo questa infatti, e non la mia semplice opinione, mi dà il dovere / diritto di oppormi al potere politico che compie il male o che confonde il bene e il male. È quanto diceva Giovanni Paolo II nella Centesimus annus: “il totalitarismo nasce dalla negazione della verità in senso oggettivo”.

C’è anche un altro punto interessante che accomuna gli interventi del cardinale Ruini e dell’arcivescovo Crepaldi. Si sa che la Conferenza episcopale italiana è intervenuta il 10 giugno scorso con una Nota per dire che una nuova legge non serve perché le discriminazioni sono già punite e approvarla aprirebbe ad una deriva liberticida. Si sa anche, però, che Avvenire prima di tutti, e poi molti altri giornali cattolici hanno battuto una strada diversa, aprendo ad una interlocuzione con la nuova legge.

Ora, il cardinale Ruini loda l’ìntervento della CEI e critica il comportamento ambiguo di Avvenire, sostenendo che «giornali cattolici continuano a essere piuttosto ambigui, a dire, “sì, è così, sotto un certo aspetto, però ci sono anche altre interpretazioni possibili”». E il vescovo Crepaldi considera “tempestiva e chiara la nota” dei vescovi, facendo indirettamente capire che né tempestivi né chiari sono stati altri interventi del mondo cattolico. Ad essere precisi, la Nota non era stata tempestiva, ma partorita a fatica dopo un lungo silenzio non ulteriormente giustificabile, era anche molto breve e si limitava a fare riferimento ad un generico diritto di espressione senza rivendicare i diritti della verità nella cosa pubblica. Per questo le sottolineature positive della Nota da parte dei due Prelati hanno il senso di stigmatizzare le incertezze del quotidiano dei vescovi più che lodare l’intervento CEI.

In altre parole mostrano una situazione di difficoltà interna alla Chiesa davanti all’ennesimo appuntamento con una legge distruttiva dell’umano. Oggi ci troviamo a usare parole di apprezzamento per questi interventi di due importanti personalità ecclesiastiche, come per tirare un sospiro di sollievo perché finalmente qualcuno parla, e questo è certamente segno di uno smarrimento di notevole portata, perché rimanda indirettamente ai tanti altri silenzi di uomini di Chiesa, alla palude ecclesiastica della maggioranza silenziosa.