• CRISI SU CRISI

Paesi poveri: decimati dall'assenza dell'Occidente colpito dal virus

Il 20 aprile il direttore esecutivo del Programma alimentare mondiale ai paesi in crisi elencati dall’Ocha, David Beasley, ha affermato che l’umanità rischia una carestia di “proporzioni bibliche”. Le persone che soffrono di malnutrizione e denutrizione potrebbero passare da 135 a 265 milioni: «Nel giro di pochi mesi fino a 30 milioni di persone, e forse anche più, potrebbero morire se non verranno assicurati finanziamenti». 

Il Covid-19 ha raggiunto paesi particolarmente fragili perché già travolti da altre crisi ed emergenze. L’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari, Ocha, ricorda alla comunità internazionale che nel 2020 occorre intervenire in aiuto di almeno 109 milioni di persone tra le più vulnerabili con interventi salva-vita. Neanche un dollaro va sottratto a questi interventi – ammonisce l’agenzia Onu – se succedesse il costo in vite umane sarebbe alto. Bisogna quindi reperire ulteriori fondi.

Quali siano le crisi più preoccupanti, l’Ocha lo ha ricordato in un documento pubblicato il 10 aprile. In Afghanistan 9,4 milioni di persone, 3,1 milioni in più che nel 2019, richiedono assistenza umanitaria e protezione, inclusi circa quattro milioni di profughi molti dei quali vivono in insediamenti informali quasi privi di servizi. I casi di malnutrizione acuta sono numerosi. Servono 733 milioni di dollari e finora ne sono stati raccolti meno di 37. Altri 4,6 milioni di persone, più del 40 per cento della popolazione, patiscono malnutrizione e fame ad Haiti. Nell’isola l’insicurezza alimentare acuta affligge 4,1 milioni di persone. I sistemi scolastici e sanitari sono in condizioni critiche, la violenza delle bande dilaga.

La peggiore crisi umanitaria è probabilmente quella causata in Yemen dalla guerra iniziata nel 2015. Qui, 24 milioni di persone – l’80 per cento della popolazione – hanno bisogno di aiuto, 13 milioni di assistenza di base costante, ma ad aprile alcuni donors hanno sospeso i finanziamenti perché le milizie antigovernative Houthi impediscono la distribuzione degli aiuti e sono stati denunciati casi gravi di corruzione.

La quarta crisi è quella della Siria dove nove anni di guerra hanno causato l’esodo forzato di milioni di persone, fino a 7,6 milioni sfollati e 5,6 milioni rifugiati nei paesi vicini. Otto siriani su dieci vivono sotto la soglia di povertà. Altrettanto disperata è la situazione dei Rohingya rifugiati in Bangladesh dal 2017: oltre 900.000 persone in fuga dagli scontri tra forze governative e milizie ribelli nel Myanmar, stipate nel sovraffollato complesso di campi profughi di Cox’s Bazar. Finora i donatori hanno fornito solo il 13 per cento degli 877 milioni di dollari chiesti dal Piano di intervento comune.

Le altre cinque maggiori emergenze segnalate dall’Ocha colpiscono vasti territori del continente africano. In Corno d’Africa e Africa orientale le locuste da mesi devastano raccolti e pascoli in sette paesi. Qui 25 milioni di persone sono in stato di grave insicurezza alimentare. Dei 153 milioni di dollari chiesti dal Programma alimentare mondiale ne sono pervenuti solo 112. È urgente che ne arrivino altri per combattere l’invasione delle locuste e per fornire mezzi di sussistenza alla popolazione.

Nel Sahel centrale serve oltre un miliardo di dollari per assistere più di un milione di sfollati a causa di scontri tribali e della crescente presenza di gruppi jihadisti. Il Piano di risposta umanitaria finora ha ricevuto meno del 10 per cento dei finanziamenti chiesti. Senza interventi più consistenti la crisi potrebbe degenerare rapidamente. Il jihad scatenato dieci anni fa da Boko Haram è la causa anche della grave insicurezza alimentare che minaccia oltre quattro milioni di persone nel bacino del Lago Chad. Almeno 400.000 minori rischiano la morte per malnutrizione. L’insicurezza del territorio però rende problematico raggiungere le comunità nel bisogno. L’Africa australe è la quarta regione in difficoltà. Una crisi alimentare, a cui ha contribuito un lungo periodo di siccità, coinvolge quasi 16 milioni di persone in gran parte residenti in quattro Stati.

La situazione più drammatica è quella dello Zimbabwe dove sette milioni di persone, metà della popolazione, hanno bisogno di assistenza. Solo per provvedere a loro occorrono 715 milioni di dollari. L’ultima emergenza, se tale si può definire una crisi lunga decenni, riguarda la Repubblica democratica del Congo dove 15,6 milioni di abitanti su 84 milioni soffrono di malnutrizione e insicurezza alimentare. Il Piano di emergenza umanitaria sta cercando di raccogliere 1,8 miliardi per fornire aiuti a circa la metà di essi, ma finora ha ottenuto solo l’8 per cento dell’importo.         

La situazione del Congo è complessa. Le epidemie da combattere sono cinque: oltre al Covid-19, malaria, morbillo, Ebola e colera. Spiega l’Ocha: «La crisi dipende non solo da conflitti e violenze intercomunitarie in molte regioni, ma anche da povertà endemica, difficoltà socioeconomiche, malgoverno, carenza di servizi essenziali e infrastrutture sanitarie insufficienti». Si può dire lo stesso anche delle altre emergenze segnalate dall’agenzia Onu che hanno infatti diversi elementi in comune. Le crisi che l’Ocha porta all’attenzione della comunità internazionale sono conseguenza di conflitti in cui tribalismo e corruzione svolgono un ruolo determinante e che esasperano, rendendole insostenibili, condizioni di vita già molto difficili. Senza l’intervento internazionale a prendersi cura di chi ne è vittima, sofferenze e perdite in vite umane sarebbero incalcolabili. La cooperazione d’emergenza mobilita i fondi, decide, organizza e coordina le iniziative, disposta e preparata ad affrontare ostacoli, minacce, rischi.

L’epidemia di Covid-19 può creare situazioni ingestibili tanto più che coinvolge e mette a dura prova le economie dei paesi da cui provengono la maggior parte delle risorse a disposizione della cooperazione internazionale. Il Programma alimentare mondiale ai paesi in crisi elencati dall’Ocha ne aggiunge altri, tra cui Venezuela, Etiopia, Sudan del Sud e Nigeria. Il 20 aprile il suo direttore esecutivo, David Beasley, in occasione della presentazione del quarto Rapporto globale sulle crisi alimentari, ha affermato che l’umanità rischia una carestia di “proporzioni bibliche”. Le persone che soffrono di malnutrizione e denutrizione potrebbero passare da 135 a 265 milioni: «Nel giro di pochi mesi fino a 30 milioni di persone, e forse anche più, potrebbero morire se non verranno assicurati finanziamenti e rafforzate le scorte alimentari».