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Papa in Iraq, la sfida di Abramo

Papa Francesco arriva oggi in Iraq per un pellegrinaggio «nel segno del padre Abramo». In una terra devastata dalla guerra e dall'odio religioso, si tratta di un richiamo a una convivenza pacifica nel riconoscimento di una comune fraternità tra cristiani e musulmani. Ma il Papa deve superare il doppio rischio di un appello che ignori la reale situazione politico-militare e di un sincretismo che censuri la diversità della concezione di Dio, a cominciare dalla stessa figura di Abramo.
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In attesa dell'arrivo del Papa

Un pellegrinaggio «nel segno del padre Abramo, che riunisce in un'unica famiglia musulmani, ebrei e cristiani»: così papa Francesco ha definito lo storico viaggio in Iraq che inizia oggi. E certamente l’appuntamento simbolicamente più importante di questo viaggio è proprio quello di domani a Ur dei Caldei, il luogo della vocazione di Abramo, il punto di partenza di un viaggio che doveva portare alla Terra Promessa. Quella del Papa è l’indicazione di un cammino di riconciliazione, il riconoscimento di una fraternità che viene prima di tutte le divisioni e differenze, in una terra devastata da una guerra di cui i cristiani sono le prime vittime, come abbiamo già avuto modo di scrivere nei giorni scorsi.

Ma il riferimento al padre Abramo, per quanto suggestivo, rischia di essere tragicamente semplicistico e controproducente se non è accompagnato dalla doppia consapevolezza della situazione concreta in Iraq e delle concezioni diverse che cristiani e musulmani hanno dello stesso Abramo, per non parlare di Dio.

Per quel che riguarda la situazione sul terreno, è chiaro che la pace e la convivenza non si potranno mai fondare sulla generica denuncia di violenze tra i diversi gruppi etnici e religiosi. Le cose vanno chiamate con il loro nome, non si possono mettere sullo stesso piano perseguitati e persecutori, milizie ed eserciti occupanti e popolazioni inermi costrette a fuggire. Per questo la scorsa settimana padre Rebwar Basa invocava come auspicabile modello il discorso che Giovanni Paolo II fece in Sicilia contro la mafia invitando gli assassini alla conversione.

Dopo la sconfitta dell’Isis nel 2017 ci hanno pensato le milizie sciite a tenere lontano i cristiani dal ritorno nelle loro case nella Piana di Ninive. Nel Venerdì della Bussola del 26 febbraio don Aisen Elia Barbar metteva giustamente in guardia da probabili strumentalizzazioni da parte dei leader sciiti e dal rischio che l’entusiasmo per la visita del Papa faccia dimenticare la reale situazione dei cristiani iracheni, mai come oggi vicini all’estinzione in questa terra che abitano dai tempi della Chiesa apostolica e dove parlano ancora la lingua di Gesù.

Richiamare alla comune vocazione della famiglia di Abramo è solo l’inizio di un auspicabile cammino che porti alla fine della violenza e a riprendere una convivenza pacifica. Ma è necessario porre la condizione previa di un ritorno dei cristiani nelle loro case, un ritorno in sicurezza e con la garanzia di poter concretamente ricominciare una vita.

Il richiamo ad Abramo, poi chiama in causa il tema religioso che, dati i tempi, appare ancora più insidioso di quello politico-militare. C’è infatti una tendenza ingenua a semplificare questa comune eredità abramitica come se ci fosse una reale unità originaria da riconoscere e a cui tornare. E in questa prospettiva si cerca una sorta di sincretismo in cui le tre religioni che riconoscono Abramo come padre sarebbero come tre figli chiamati a dividersi equamente e pacificamente l’eredità paterna. È una posizione, peraltro, che solo certo cristianesimo sostiene e che mai e poi mai potrebbe essere accettata dai musulmani (e neanche dagli ebrei).

Già il racconto di Abramo nel Corano è ben diverso da quello che troviamo nella Genesi. Nel Corano Abramo è “amico di Dio” e l’antenato di tutti i profeti, incluso Maometto. Si ricorda che ha come moglie Agar e che con il suo figlio Ismaele ha ricostruito la Caaba (la costruzione al centro della Mecca che è il luogo più sacro dell’islam) che era stata spazzata via dal diluvio. E diversi riti islamici sono ispirati a episodi della vita di Abramo e Agar. L’Abramo della Bibbia è invece l’uomo con cui Dio per primo sigla l’alleanza, la cui eredità passa soltanto a Isacco, il figlio avuto in tarda età con sua moglie Sara. Mentre a Ismaele, avuto in precedenza dalla serva Agar, Dio concede soltanto la benedizione e la promessa di una discendenza illimitata.

La promessa di Dio a Ismaele che, come sappiamo, è scacciato insieme a sua madre Agar dalla casa di Abramo, è tutta nella storia e riferita al solo popolo che da lui nascerà. Con Isacco invece si rinnova la promessa eterna di un’Alleanza tra Dio e l’uomo, alleanza che è anche universale.

Da questo si comprende anche quanto possa risultare ambigua l’affermazione che spesso viene ripetuta, secondo cui cristiani e musulmani «crediamo nell’unico Dio». Il Dio in cui crediamo è molto differente, come aveva spiegato magistralmente Benedetto XVI nel famoso discorso di Ratisbona, e un dialogo religioso parte male e non porta da nessuna parte se censura e distorce la realtà in nome del «guardiamo alle cose che ci uniscono».

Nessuna costruzione di pace può nascere sulla menzogna: la grande sfida di papa Francesco in questa visita storica in Iraq è proprio quella di gettare le basi di un incontro e di un dialogo fondato sulla Verità.