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Praetorius e la musica sacra, arte delle connessioni

Oggi ricorre l’anniversario di nascita e morte di Michael Praetorius, compositore e teorico tedesco che tentò un approccio enciclopedico alla musica. Un approccio utile anche per chi si occupa di musica liturgica. Che deve conoscere la liturgia, la teologia, la storia della musica, le Scritture e tanti altri aspetti.

La musica è in realtà un’arte delle connessioni. Il sapere prettamente specialistico, soltanto focalizzato su una particolare branca del discorso musicale, quale esso sia, è molto limitante, e non corrisponde veramente all’acquisizione di una conoscenza e di una sapienza che possa veramente fare elevare colui che la persegue. Questo è anche vero per la musica sacra o liturgica. Sapere tantissimo su un certo aspetto, ma non aver chiaro il quadro d’insieme, porta solo a risultati parziali e incompleti. Certo, non è semplice acquisire una conoscenza vasta, il che richiede una vita di studio, ma questo è l’unico modo per far avanzare la conoscenza.

Ci fa riflettere su questo la vita del compositore e teorico tedesco Michael Praetorius (1571-1621), nato e morto nello stesso giorno, il 15 febbraio. “Praetorius” era il nome umanistico di questo autore, che probabilmente si chiamava Michael Schultz. Protestante, fu maestro alla corte di Brunswick e autore di numerose composizioni musicali reputate dagli studiosi come di grande pregio.

Ma qui ci interessa la sua opera di teorico, specialmente quella che attua con il Syntagma musicum, un’opera concepita in quattro volumi (di cui ne compirà tre) e che tenta proprio un approccio enciclopedico alla musica, nel senso accennato in precedenza. Michele Sartor, un una bella scheda (su examenapium.it), così introduce questo lavoro:

“Il Syntagma musicum appartiene agli ultimi anni di vita di Praetorius. Le tre parti pubblicate (una quarta avrebbe dovuto trattare dei metodi di composizione) mostrano un approccio enciclopedico e sistematico alla teoria e alla pratica musicale. Il primo volume tratta della musica religiosa, i suoi principi e i suoi tratti liturgici.  Il secondo volume offre informazioni dettagliate sugli strumenti della sua epoca, con un approfondimento particolare dedicato all’organo. Il terzo volume è un trattato teorico riguardante le forme musicali a lui contemporanee, con un approccio dettagliato verso questioni tecniche come la notazione, le proporzioni, la solmisazione, le trasposizioni, la scrittura polifonica. L’importanza del Syntagma musicum non risiede tanto nella sua influenza sulle successive generazioni - a causa dei rapidi cambiamenti della prassi musicale seicentesca, segnatamente del continuo - quanto nel suo alto valore documentale”.

L’autore in effetti si sforza di condensare nei volumi del suo libro le nozioni più importanti e le fonti iconografiche per offrire una visione ampia del fenomeno musicale, parlando di liturgia, organologia, salmodia e via dicendo. Se riprendiamo il testo di Erling Strudsholm (Treccani.it) che fa riferimento all’uso del termine “sintagma” nella linguistica strutturale, abbiamo quanto segue:

“Etimologicamente, il termine, coniato da Saussure (19864: 149; dal gr. sýntagma «unione»), è appropriato perché indica che le parole di un enunciato si raggruppano fra loro attraverso relazioni a più livelli, semantiche per quanto riguarda il significato, fonologiche in quanto le parole sono pronunciate insieme, e sintattiche giacché possono essere spostate insieme”.

Quindi, il sintagma è certamente un’unità, ma anche una gerarchia di unità. Questo è certamente importante anche per la musica, e per la musica sacra. Pensiamo a quelle persone che si arrovellano tutta la vita su un solo aspetto della stessa, che sia un particolare storico o tecnico, perdendo del tutto di vista l’evoluzione nel suo insieme. Certamente chi si occupa di musica liturgica deve conoscere la liturgia, la teologia, la storia della musica, le Scritture e tanti altri aspetti che danno conto dell’evoluzione della stessa. Al di fuori di questa comprensione, è possibile una conoscenza soltanto limitata.

Per questo vale l’invito ad essere perfetti come è perfetto il Padre celeste. Sappiamo che la perfezione non è di questo mondo, ma la conoscenza arriva solo quando uno si immola in quella tensione al perfezionamento che non vede una fine in questo mondo. Come si dice spesso, il cattolico è colui che vuole tutto (ciò che è buono), colui che non esclude, nella logica dell’et-et. Ecco, se il cattolico vuole tutto, il musicista cattolico, perdonatemi il paradosso, deve volere anche di più.