• TRANS PENTITI/2

Rovinati dagli ormoni per “cambiare sesso”… ma c’è una speranza

Fitz racconta delle bugie e le pressioni affinché si sottoponesse ai trattamenti ormonali e all’operazione per apparire donna. Ed elenca i danni fisici e psicologici che vengono taciuti per cui «vorrei che mi fosse stato insegnato ad accettarmi». James Shupe, noto per essere il primo ad aver ottenuto una “x” al posto del sesso sulla carta d’identità, rivela le menzogne della sua battaglia e pentito annuncia: «In Cristo ho ritrovato la mia vera identità e sono una creatura nuova»

Una delle ultime storie pubblicata dal Christian Post sui “detransitioners” parla di un quarantenne di nome Fitz che, cresciuto pensando di essere un mostro perché effemminato, quando venne a conoscere il mondo trans pensò che la soluzione al suo disagio fosse quella di diventare una donna. Ciò lo portò a sottoporsi ai trattamenti ormonali, tagliando con il suo passato (famiglia compresa). L’uomo racconta del medico che lo seguì per anni e che si rivelò solo alla fine del processo una donna che si era a sua volta operata per diventare maschio: «Mi arrabbiai perché pensavo di aver discusso i miei dubbi (sul cosiddetto “cambiamento di sesso”, ndr) di uomo con un uomo», ma ormai era troppo tardi. Prima di cominciare il trattamento a Fitz fu «dato un pezzo di carta da firmare che conteneva molte cose spaventose e mi fu detto di non preoccuparmi, che avrebbero fatto di tutto per impedirle» e «che questa era sostanzialmente una formalità».

Quando poi l’uomo espresse le sue titubanze per gli effetti negativi che gli ormoni potevano avere sul fegato, gli fu risposto: «Beh no, non preoccuparti. Per questo facciamo gli esami del sangue ogni sei mesi». Inoltre, ogni volta che Fitz andava in clinica per un appuntamento, il personale spingeva per l’intervento chirurgico, tanto che alla fine cedette: ma proprio prima che ricevesse l’anestesia ricordò di aver gridato: «Stop!». Ma il processo continuò. Al risveglio il dramma: «Non odiavo i miei genitali prima, ma ora sembravano strani…Il mio scroto sembrava un palloncino sgonfio». Dopo alcuni mesi, nonostante l’intervento, ebbe un'eiaculazione precoce sanguinante, i medici gli dissero che poteva succedere, ovviamente nessuno gli aveva parlato di questa eventualità prima. Poi si sentì dire: «Il tuo ultimo esame del sangue ha indicato che alcuni valori sono bassi e abbiamo bisogno che tu inizi a prendere la vitamina D e il calcio». Quando Fitz chiese se fosse una prescrizione temporanea, gli risposero che avrebbe dovuto prenderli a vita, perché il trattamento ormonale aveva indebolito le sue ossa. Dopo un'attenta revisione delle sue cartelle cliniche, Fitz si rese conto che il medico che aveva il compito di vagliare il suo stato mentale prima di acconsentire all’operazione non aveva mai annotato nessuna delle sue preoccupazioni. Estremamente depresso pensò quindi a come uccidersi, ma poi scelse di affrontare il medico che però gli chiese di andarsene altrimenti avrebbe chiamato la polizia.

Così iniziò a cercare avvocati ma molti si rifiutarono di lavorare con lui, definendolo “bigotto” oppure “omofobo”. Eppure Fitz ha tutte le sue ragioni per fare causa a questo sistema: «Vorrei che mi fosse stato insegnato ad accettarmi…Ora ho cicatrici sui miei genitali…Provo un dolore fantasma. Ho una dipendenza chimica da un farmaco prodotto da una società privata (quindi molto costoso, ndr)». Anche perché «se non sei soddisfatto del risultato di questi trattamenti e interventi chirurgici, la comunità medica ti abbandonerà…si rifiutano di fare ricerche su di noi e di pubblicare informazioni su quali siano i nostri bisogni…ho dovuto lottare per ripristinare il mio certificato di nascita. Ho parlato con diversi giornalisti. La maggior parte di loro finisce per non pubblicare».

Una storia simile è quella di James Shupe, famoso in tutto il mondo per essere la prima persona definita legalmente “non binaria” degli Stati Uniti, che ha combattuto e vinto per far registrare come “x” il suo sesso sulla patente. I giornali gli concessero le prime pagine mentre oggi che si è pentito pochi parlano di lui. Sul Daily Signal però Shupe ha dichiarato così: «Ho mentito sul non essere maschio» e ha definito la sua campagna transgender «un tentativo egoistico di nutrire la mia lunga fantasia sessuale di essere una donna - un disturbo mentale». Nel 2015 invece si era vittimizzato sul New York Times, affermando che «vivo in un mondo in cui politici radicali, conservatori e gruppi religiosi attaccano abitualmente la mia stessa esistenza con una legislazione scritta per negarmi i diritti umani fondamentali come quello di avere un bagno che corrisponde alla mia identità di genere».

Oggi l’uomo si rende conto della gravità dell’errore di ritenere questo un diritto umano, ma soprattutto di aver vinto usando la menzogna: «Non mi importava che prima della breve udienza, durata pochi minuti, il mio avvocato confidasse che il caso fosse sostanzialmente risolto, dato che il giudice aveva un figlio transessuale e aveva recentemente concesso l’avvio dell’iter per il cambio di sesso ad un dodicenne». Niente di tutto ciò gli importava, perché per Shupe vincere significava vendicarsi di «coloro che ero arrivato a credere che mi stessero facendo del male: le femministe e i cristiani conservatori. "Bene - ho pensato quindi fra me e me - se tutte queste persone non mi vogliono in bagni femminili, allora cercherò di distruggere proprio quello che vogliono proteggere": la definizione di sesso come la conosciamo da oltre 200 anni in America». L’uomo che ora riconosce di essere profondamente ferito ha spiegato che «le persone ferite finiscono per ferire altre persone, quindi al momento non mi importava se le mie azioni avessero fatto del male alle donne e alle ragazze». Il problema, più che le persone come lui, sono quindi i legislatori che permettono a chi soffre di agire irrazionalmente: «Non essere più legalmente classificato come femmina significava che quel malvagio gruppo di donne non poteva più accusarmi di appropriarsi della femminilità e di essere una caricatura di una femmina - anche se ciò fosse stato vero (e lo era). Allo stesso modo, intendevo vendicarmi dei cristiani, un altro gruppo che sentivo come nemico da quando avevo iniziato ad indossare una parrucca…All'epoca non conoscevo molto la Bibbia, ma ne sapevo abbastanza per sapere che amavano l’insegnamento su come Dio ha creato solo maschi e femmine. Così promisi di distruggere quella sacra credenza».

Shupe descrive spesso sul suo profilo Twitter i danni che sul corpo provocati dal trattamento ormonale, per cui viene spesso ricoverato. E ricorda dell’esaltazione di apparire come un mito universale: «I media di tutto il mondo come quelli tedeschi mi hanno incoraggiato, celebrando la mia vittoria e coccolandomi come fossi il loro più recente eroe Lgbt». Infatti, di lì a poco, diversi Stati avrebbero cominciato a discutere se riconoscere fino a 73 identità di genere. Poi l’accusa al mondo del giornalismo, fazioso e ideologico: «È stata tutta una totale illusione, ma i giornalisti l’hanno bevuta. Non una volta mi hanno messo in discussione».

Il modo in cui si è accorto della bugia in cui viveva, Shupe lo ha spiegando descrivendo il suo incontro con Cristo, come sola e vera risposta alla sua inquietudine e alle ferite per cui non riusciva ad accettare se stesso: «Ho usato la mia carne nei sex club di Portland…nei club per adulti. Ho danneggiato il mio corpo con ormoni e comportamenti sessuali rischiosi. E ho disonorato mia moglie e i miei voti matrimoniali con trasgressioni ingiustificabili», mentre «in Cristo, sono una nuova creatura», ha affermato come fece san Paolo. Perciò, «mi sono preso la responsabilità del danno che ho causato, per i milioni di dollari spesi per far avanzare la frode a cui ho vergognosamente partecipato. In chiesa e in pubblico ho confessato i miei peccati e mi sono umiliato davanti al Signore, supplicando che Lui mi sollevasse».

Così Gesù ha fatto e «ora sto ricevendo quell'aiuto che avrei dovuto ottenere da sempre»: Shupe ha capito che la sua confusione derivava da una ferita psicologica ed è stato aiutato dal percorso dei dieci passi per le dipendenze sessuali (lo stesso usato dagli alcolisti anonimi) per cui ha lottato legalmente per essere di nuovo riconosciuto per il maschio che è, aiutato da un’associazione legale cristiana. E oggi afferma che «ho dovuto vedere e sperimentare tutta quella distruzione e riconoscerne i danni per capire finalmente che il cristianesimo genera famiglie più forti, comunità più sicure e, soprattutto, una nazione migliore».

Ancora come l'apostolo Paolo, Shupe ha continuato: «Le mie azioni passate hanno danneggiato i cristiani, nel mio caso anche le donne e le ragazze…mi umilierò sempre di fronte alle donne, al popolo americano e al Signore. Allo stesso modo, come Paolo, anch'io porterò una spina inamovibile nella mia carne». L’uomo ricorda Norma McCorvey, la donna che fingendo di essere stata violentata fece legalizzare l’aborto negli Stati Uniti, e spiega che dopo aver causato un danno simile è possibile continuare a sperare: «A causa dell'entità delle mie nefandezze ho cercato il perdono nell'unico luogo in grado di concedere perdono: le amorevoli braccia di Gesù».