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San Giuseppe e i carmelitani: una pioggia di grazie

Da Teresa d’Avila, a Teresina di Lisieux fino a Teresa Benedetta della Croce, insieme a molti altri religiosi: in "I santi carmelitani e la devozione a San Giuseppe" di don Marcello Stanzione si racconta l'amore dell'Ordine carmelitano al padre putativo di Gesù e la conoscenza profonda di questa figura capace di grazie miracolose.

«Giuseppe è il servo silenzioso della Parola che si cancella dietro la sua missione, con la quale fa corpo finanche nel suo nome. Giuseppe è "quello che fa crescere e che veglia sulla crescita" del Figlio di Dio». Eppure «il Signore ha riunito in Giuseppe, come in un sole, tutte le prerogative e tutto ciò che i santi hanno insieme di luce e di splendore», come osserva acutamente san Gregorio di Nazianzo.

Di qui, in un tempo di «profonda crisi della paternità, faremmo forse bene a volgere i nostri sguardi ed i nostri cuori verso colui che incarnò, nel cuore del mondo, quella paternità divina "da cui fuoriesce ogni altra paternità in cielo e sulla terra" (cfr. Ef 3, 15). Perché non seguire dunque l’esempio del ‘Papa buono’, Giovanni XXIII, che confessava in tutta semplicità: “San Giuseppe lo amo molto, a tal punto che non posso cominciare la mia giornata, né finirla, senza che la mia prima parola e il mio ultimo pensiero non siano per lui”».

Un appello accorato a una sincera e profonda devozione a san Giuseppe, soprattutto in quest’anno a lui dedicato, emerge dalle pagine del recente volume I santi carmelitani e la devozione a San Giuseppe (Edizioni Segno 2021, pp. 140) del noto angelologo Marcello Stanzione.

Onorato quasi esclusivamente in relazione a Gesù e Maria, san Giuseppe diviene motivo di devozione popolare particolarmente dopo il 1522, anno di pubblicazione di un libro in suo onore da parte del frate domenicano Isidoro de Isolani, fino a esser proclamato, per volere di papa Pio IX, Patrono della Chiesa Universale nel 1870, così da proseguire in cielo quel patrocinio iniziato sulla terra allorquando gli «venne dato il sacro compito di prendersi cura della Santa Famiglia di Nazareth».

Nelle encicliche di papa Leone XIII è invocato subito dopo Maria con i superlativi di San Giuseppe «beatissimo, castissimo, purissimo, santissimo, gloriosissimo, immacolato». Nella mirabile Redemptoris Custos il Santo Padre Giovanni Paolo II esorta tutti i fedeli a imparare «da lui a servire l’"economia della salvezza". Che san Giuseppe diventi per tutti un singolare maestro nel servire la missione salvifica di Cristo, compito che nella Chiesa spetta a ciascuno e a tutti: agli sposi e ai genitori, a coloro che vivono del lavoro delle proprie mani o di ogni altro lavoro, alle persone chiamate alla vita contemplativa come a quelle chiamate all’apostolato».

Nella schiera di queste anime occupa sicuramente un posto di primo piano la suora carmelitana Teresa d’Avila. «Colta da una paralisi totale, nella sua immobilità, viene inchiodata al letto da dolori acutissimi. È malmenata dai medici, dichiarata poi inguaribile, prende una decisione importante: scegliersi un medico nel cielo. Teresa trova e sceglie san Giuseppe». Di lui dirà: «Vidi chiaramente che questo mio padre e patrono mi trasse fuori sia da quella situazione, sia da altre più gravi in cui erano in gioco il mio onore e la salvezza dell’anima mia, meglio di quanto io non sapessi chiedergli. Ho ricevuto grazie da questo santo benedetto». In una visione estatica è sempre san Giuseppe a rivestirla di una veste bianchissima, come segno esteriore di una purificazione interiore dai peccati.

Un supporto operativo, quello del Santo Patriarca, che si manifesta anche nelle ristrettezze economiche: «Una volta, trovandomi in tale situazione da non sapere che fare né come pagare alcuni operai, mi apparve san Giuseppe, mio vero padre e protettore, e mi fece comprendere che il denaro non mi sarebbe mancato; pertanto pattuissi pure il prezzo». Di qui la radicata convinzione di santa Teresa che la sospinge ad affermare: «Io vorrei persuadere tutti a essere devoti di questo glorioso Santo, per la grande esperienza che ho dei beni che ottiene da Dio».

Santa Teresa è dunque profondamente consapevole del patrocinio, ossia «del potere universale d’intercessione» per ogni necessità di san Giuseppe, il quale è anche «modello delle anime oranti» ed è presente nella sua spiritualità mistica «in stretto rapporto con Gesù e Maria».

Dopo santa Teresa, padre Girolamo Gracián scrive la Josefina, un libro di spiritualità e devozione giuseppina nel quale ripercorre la vita dell’uomo "giusto", le sue virtù, il suo lavoro, il suo esempio di angelica castità, soffermandosi soprattutto sul suo «amore fervoroso, forte e tenero» verso i due tesori che gli sono affidati, la Sposa e il Figlio. Il padre carmelitano evidenzia con venature poetiche che «non solo Giuseppe dormì sul petto di Gesù, ma innumerevoli volte Gesù si addormentò sul petto di Giuseppe, ponendo la sua bocca divina sopra quel cuore, saccheggiandolo, abbracciandolo, frantumandolo e producendovi ferite d’amore. E Giuseppe vegliava sul suo sonno, contemplando i misteri racchiusi nel Cristo». Nel solco della spiritualità teresiana sorsero presto tanti conventi e case dell’Ordine carmelitano dedicate proprio a san Giuseppe.

«Chi non ha maestro, si rivolga a San Giuseppe, maestro di orazione. Il suo magistero è tutto nella sua paternità spirituale, con la quale attira e stringe a Gesù e Maria», scrive nelle Lettere pastorali padre Antonio di Sant’Alberto, vescovo carmelitano in Argentina vissuto nel 1700. Egli sottolinea opportunamente anche che, essendo san Giuseppe morto fra le braccia di Gesù e di Maria, «gode di un potere di protezione e grazia particolare per i suoi devoti nell’ora della loro morte».

«Oh! il buon san Giuseppe; Oh! quanto lo amo!», esclama spesso un’altra Teresa, la giovane santa del Carmelo di Lisieux. Ella si pone sotto il manto di san Giuseppe fin dall’infanzia, perché intravede in lui «un valido esempio per vivere a servizio di Gesù e Maria, di passare in silenzio e contemplazione le giornate offerte per la salvezza del mondo». Gli dedica anche una poesia e, in un testo scritto per essere rappresentato, mette sulla bocca di Giuseppe queste parole: «O Bimbo, com’è dolce il tuo sorriso! Ma è proprio vero che io, il povero falegname Giuseppe, ho la felicità di portare tra le mie braccia il Re del Cielo, il Salvatore degli uomini? È vero che ho ricevuto la missione sublime di essere il padre putativo di Colui che sazia con la sua presenza gli ardenti serafini e dà il nutrimento a tutte le creature? È vero che sono lo sposo della Madre di Dio, il custode della sua verginità? O Maria, ditemi, che profondo mistero è mai questo?». E in un’altra scena, a chi gli domanda perché Dio non punì con la morte il crudele Erode durante la strage degli innocenti, Giuseppe replica: «Io non posso sondare la profondità dei pensieri divini e li adoro senza comprenderli».

Un’altra santa carmelitana, Teresa Benedetta della Croce, al secolo Edith Stein, in un componimento in onore di san Giuseppe che si fa preghiera, scrive: «Custodisce il bambino Gesù con la Madre di tutte le madri. Perciò in lui si trovano al sicuro le madri fedeli di tutti i bambini. San Giuseppe, alle nostre mamme dona ampia benedizione. Oggi poniamo nel tuo cuore tutte le loro domande». In una chiesa di Auschwitz a lui dedicata «per salvaguardare il futuro da un deprecabile rinnovato furore di uomo contro uomo», egli è invocato dai carmelitani scalzi polacchi quale «potente Taumaturgo della nostra speranza».

Il volume di don Marcello Stanzione documenta accuratamente anche la storia del culto con una ricognizione delle feste liturgiche e delle pie pratiche di devozione in onore del padre putativo di Gesù e riporta in appendice sia una lettera dei superiori generali carmelitani sul patrocinio di san Giuseppe sul Carmelo, sia un’ampia raccolta di preghiere per invocare il provvido Custode della Santa Famiglia per ogni esigenza spirituale e necessità concreta.