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Soli e senza Conforti: la morte al tempo del Coronavirus

Con le regole ferree imposte dagli ospedali e l'assenza dei famigliari, spesso per i malati delle terapie intensive mancano i conforti religiosi necessari. «Si muore soli». Il viaggio della Nuova BQ tra i cappellani lombardi: «Spesso arriviamo a benedire le salme dopo il decesso. Ci dicono di non andare nei reparti dei contagiosi, ma è surreale perché il prete dovrebbe stare là dove c’è la sofferenza. Medici e infermieri straordinari: anche loro hanno bisogno di noi». 

Il Papa invita i preti a uscire per andare a trovare i malati. Il consiglio però rischia di restare lettera morta. In questi giorni in corsia si muore sempre più spesso senza conforti e non per la mancata volontà dei cappellani ospedalieri, ma per le ferree norme di sicurezza che vigono all’interno delle terapie intensive.

La morte e la sofferenza al tempo del Coronavirus parlano il lancinante linguaggio della solitudine. Accanto ai contagiati ci sono medici e infermieri certo, esercito di indomiti soldati semplici e ufficiali. Ma fanno il loro lavoro. C’è un altro “reparto” però che resta quasi in panchina: è quello dei cappellani ospedalieri che fatica ad essere presente.

Lontani i tempi in cui San Camillo de Lellis fondava la Congregazione dei ministri degli infermi, impegnati a servire «con speciale fervore di carità i malati anche in tempo di contagio». Si muore soli, senza i conforti e gli stessi cappellani per le ferree norme mediche sono costretti spesso a stare in disparte.

La Nuova BQ è entrata in punta di piedi in alcuni degli ospedali lombardi, quelli più colpiti dal Coronavirus cercando di raccontare dalla viva voce dei cappellani la difficoltà di una presenza pietosa e discreta.

Don Antonio Dellabella è parroco della chiesa dell’ospedale di Varese. «Ci dicono di mettere le mascherine, che è meglio evitare di andare in terapia intensiva e al piano degli infettivi. Negli altri reparti passiamo velocemente per un saluto», spiega. E prosegue: «Un’infermiera degli Infettivi ci ha sempre chiamato quando qualche paziente era in condizioni critiche, ma sono otto giorni che nessuno mi chiama per l’unzione degli infermi o per le benedizioni di morti».

Chiediamo perché. La risposta lascia di sasso: «Ci sono regole ferree. Se ce lo permettessero io sarei anche disposto a entrare in quei reparti, ma ci dicono che bisogna attrezzarsi come sono attrezzati loro, ma non possiamo utilizzare mascherine e camici che poi serviranno al comparto medico. Ripeto: io andrei anche subito, ma vedo che è sempre molto difficile. Anche in psichiatria l’altro giorno mi è stato fatto capire che è meglio non andare. Mi dispiace, questa cosa mi fa soffrire».

Senza contatti diretti con i malati, a don Antonio e al confratello non rimane altro che celebrare la Messa nella cappellina dell’ospedale a porte chiuse. «Le tv a circuito chiuso nelle stanze consentono ai malati di seguire la Messa dal letto». Il resto della giornata prosegue con le visite negli altri reparti, quello senza presenza di contagiati: «Portiamo la comunione, ma nei reparti Covid-19 no. Non possiamo».

In questi giorni il loro compito, più che verso i malati è per medici e operatori sanitari: «I medici sono stressati, lavorano in continuazione, lo vedo con i miei occhi e il nostro compito ultimamente è quello di sostenere più loro che i malati».

Parlare con i cappellani in questi giorni non è facile. Al San Gerardo di Monza ad esempio, il parroco don Enrico Tagliabue ci dice che «facciamo quello che dobbiamo fare, ma non siamo autorizzati a rilasciare interviste perché siamo dipendenti dell’ospedale e ci hanno dato consegne molto precise». E cosi anche don Antonio Mascheroni, cappellano di Melzo, che ammette di avere più richieste di conforto dai medici che dai pazienti. 

Ci si spinge un po’ di più nei nosocomi di provincia. Come quello di Oglio Po dove don Alfredo Assandri sconta la difficoltà di non abitare in ospedale, ma in una parrocchia della zona. «Abbiamo tutte le precauzioni necessarie e se ci chiamano andiamo, nessuno ci ha mai proibito di avvicinarci è solo che ancora non mi è ancora toccato di avvicinarmi a pazienti affetti da Coronavirus. Sono andato ad amministrare i Sacramenti in questi giorni, ma per malati diversi».

Molto dipende dall’assenza dei famigliari. Quando un malato è in terapia intensiva o agli infettivi non ha vicino i famigliari che in condizioni normali svolgevano anche una funzione di raccordo. «Ci mandavano a chiamare, ma senza famigliari ora questo è scomparso. Si muore da soli e anche i nostri incontri sono limitati: se prima andavo in ospedale due o tre giorni alla settimana, adesso vado solo quando mi chiamano i parenti perché hanno bisogno».

Inevitabile chiedere della paura. «No, non ho paura per me, ma mi chiamano di meno anche perché gli stessi famigliari quando sono presenti hanno paura del contagio. È evidente che si tratta di una situazione surreale perché il prete dovrebbe stare là dove c’è la sofferenza. Le poche volte che vado mi capita di benedire gli infermieri e di stare un po’ con loro cercando di lenire la loro fatica che è enorme. Sono loro che mi chiedono benedizioni e io le impartisco volentieri».

L'assenza dei famigliari pesa anche a Cremona, nel cuore dell'emergenza da Coronavirus: «Senza parenti presenti, i malati ricoverati vivono con limitatissime relazioni umane. Ci siamo noi», dice don Maurizio Lucini, il cappellano dell'ospedale dove è entrata la troupe di Presadiretta: «Ma noi in terapia intensiva non possiamo entrare. Ho la febbre, sto aspettando il risultato del tampone. Paura? No, penso a quella nonna che mi aspetta in reparto e non sa che il marito è morto. L'altro giorno l'ho messa in contatto con le nipoti. Era felice». Chiediamo a don Maurizio come si muore al tempo del Coronavirus? «Spesso soli. Ho portato la benedizione a persone già morte. Però i medici sono eccezionali: dobbiamo sostenere anche loro, il tempo è poco, ma ci cercano per chiedere uno sguardo paterno su di loro».