• L’INIZIATIVA DI UN PARROCO

Toh, anche il crocifisso di Don Camillo contro l’epidemia

La storia del cristianesimo è piena di miracoli legati a processioni di immagini e oggetti sacri. Ma non era mai successo che qualcuno si affidasse a un’immagine di origine cinematografica. Lo ha fatto in questi giorni (e non è la prima volta) don Evandro Gherardi, parroco di Brescello, che ha esposto sul sagrato il crocifisso di Don Camillo contro il coronavirus

A Roma, nella chiesa di San Marcello al Corso, c’è un crocifisso miracoloso che sopravvisse, solo, a un incendio totale nel 1519. Riferisce Radio Spada che nel 1522 fu portato, visto che era miracoloso, in processione per sedici giorni di fila in occasione della peste. E, nelle strade in cui passava, diminuiva l’epidemia. Quando la città fu tutta battuta, la processione terminò in San Pietro e con essa il contagio. Allora, come prevenzione, dal 1600 in poi ogni Giovedì Santo la processione fu ripetuta con gran concorso di popolo e andò avanti fino al Giubileo del 2000.

Nei secoli cristiani la gente, correttamente, voleva, prima, la prova che un’immagine sacra fosse capace di prodursi in miracoli, poi le si affidava con trasporto (e col trasporto pubblico). Ora, l’ex Cristianità è piena di immagini del genere; grazie al cielo il Dio cristiano ha moltiplicato gli intercessori e, tra arcangeli, santi, madonne e cristi, si può addirittura scegliere.

Tuttavia non era mai successo che qualcuno si affidasse a un’immagine sacra di origine letteraria e pure cinematografica. Cioè, inventata. Vabbè, proviamo anche questa. È successo che il parroco di Brescello, don Evandro Gherardi, in concomitanza col dilagare del coronavirus ha esposto sul sagrato il crocifisso di Don Camillo, quello che nei film parlava a Fernandel. Il presbitero (dopo l’aggiornamento conciliare i preti si chiamano così) si era già prodotto in qualcosa del genere quando, in occasione mi pare di un’alluvione, aveva portato quell’immagine in processione sugli argini del fiume. Imitando esattamente una scena di uno dei film di Don Camillo.

Ora, il fatto è che quel crocifisso è pura invenzione. Giovannino Guareschi aveva immaginato colloqui tra il suo protagonista e quel Gesù in croce nella chiesa. E il regista Duvivier ne aveva fatto realizzare uno in cartapesta (o in gesso?), perché nella chiesa reale non c’era. Non solo. Le realizzazioni furono più di una, giacché il volto di quel crocifisso doveva avere differenti espressioni a seconda della scena e del dialogo. Una di queste figure fu, alla fine, regalata alla chiesa di Brescello ed è quella che il parroco ha pensato bene di esporre alla venerazione dei fedeli in questi tempi di pandemia.

Ora, poiché non è l’immagine sacra in sé a produrre miracoli ma il Santo raffigurato (e, a volere essere pignoli, nemmeno il Santo, ma Dio a cui il Santo stesso li chiede a favore di chi lo invoca), un crocifisso cinematografico può altrettanto bene ovviare alla bisogna. Se quello di Brescello si produrrà in miracoli, la cosa costituirà un interessante precedente. In fondo, la cinematografia è l’ultima arte, nei secoli cristiani non esisteva, sennò sicuramente Raffaello e Giotto vi avrebbero fatto ricorso. Non si dimentichi che il primo film italiano a colori fu Mater Dei, alla cui sceneggiatura mise mano tal «sac. Alberione Giacomo», il Beato fondatore della San Paolo e dei paolini. Questo accadeva nel 1950, quando ancora la Chiesa era all’avanguardia e non al rimorchio. E non a caso il primo lungometraggio a colori d’Italia venne dedicato alla Madonna. Ah, quasi dimenticavo: anche il regista era un prete, don Emilio Cordero.