• RINUNCE ACCETTATE

Via Sarah e Comastri. Curia sempre più specchio di Francesco

Sì di Bergoglio alla rinuncia per limiti d’età di Sarah, prefetto per il Culto divino, e Comastri, arciprete della Basilica Papale rimpiazzato da Gambetti. Dal Giovedì Santo alla “correzione” papale sulle traduzioni e le celebrazioni ad orientem, fino al libro con Ratzinger sul celibato, ricco di difficoltà il rapporto con il cardinale guineano. Tuttora, a sorpresa, senza sostituto.

Robert Sarah non è più il prefetto della Congregazione per il Culto divino e la disciplina dei sacramenti. Otto mesi dopo l’inaspettata riconferma al compimento del 75° anno di età, Papa Francesco ha accettato ieri la rinuncia all’incarico del cardinale guineano insieme a quella del settantasettenne cardinale Angelo Comastri dal ruolo di vicario generale di Sua Santità per la Città del Vaticano, arciprete della Basilica Papale e presidente della Fabbrica di San Pietro. Mentre per quest’ultimo è già stato indicato il nome del successore, che sarà il neoporporato Mauro Gambetti, la poltrona più importante del dicastero competente sulla liturgia rimarrà per il momento vuota.

Eppure, lo scorso giugno la conferma di Sarah al superamento dell’età canonica prevista per le dimissioni era avvenuta secondo la formula “donec aliter provideatur”, cioè fino a nuova disposizione del Papa che generalmente implica l’individuazione di un sostituto. La notizia di ieri, quindi, più che per la rinuncia in sé ha suscitato stupore per il fatto che si sia concretizzata senza l’indicazione di un successore. Termina così una collaborazione non certo facile tra il Pontefice e il prefetto da lui stesso nominato il 23 novembre 2014, scandita da incomprensioni e persino correzioni pubbliche, seppur sempre nel rispetto e nell’obbedienza professati dal porporato.

Le prime avvisaglie di un’intesa difficile tra i due si erano manifestate sui cambiamenti del Giovedì Santo quando Francesco, che era solito già farlo da arcivescovo di Buenos Aires e che nel 2013 aveva lavato i piedi ad una ragazza islamica in un carcere minorile, chiese a Sarah di modificare le rubriche del Messale Romano per far sì che per il rito della lavanda dei piedi non venissero scelti soltanto uomini o ragazzi. Quell’ordine, datato 20 dicembre 2014, trovò esecuzione da parte della Congregazione soltanto nel gennaio del 2016 con la pubblicazione del decreto “In Missa in Cena Domini”, accompagnato da quello della lettera con la richiesta del Santo Padre, quasi a voler rimarcare la paternità di quella decisione non molto gradita come confermato un mese dopo in un’intervista dove il cardinal Sarah aveva parlato dell’ammissione delle donne in termini di possibilità e non di obbligo, specificando che il sacerdote “deve decidere in base alla propria coscienza, e in base all’obiettivo per il quale il Signore ha istituito questa celebrazione”.

Nell’estate di quello stesso anno c’era stata poi la sconfessione pubblica sulla celebrazione eucaristica ad orientem che il cardinale Sarah aveva raccomandato a tutti i preti nel corso di una conferenza andata in scena a Londra e a cui era poi seguita una convocazione in udienza dal Pontefice e la successiva uscita di un comunicato della Sala Stampa della Santa Sede dove si bocciava l’espressione “riforma della riforma” utilizzata dal prefetto e si parlava di sue parole “male interpretate”. Pochi mesi più tardi, nell’ottobre del 2016, il volto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti venne ridisegnato dalla sostituzione di alcuni dei membri più vicini alla sensibilità liturgica di Benedetto XVI (Burke, Ouellet, Pell e Scola) e il conseguente indebolimento interno della posizione ratzingeriana del recupero della ricchezza liturgica del passato di cui il prefetto era il rappresentante più illustre.

E proprio il papa emerito sembrò scendere direttamente in campo a difesa del prelato africano a lui caro, quando scrisse nella prefazione del suo libro “La forza del silenzio” che “con il cardinal Sarah la liturgia è in buone mani”. Un endorsement che probabilmente ebbe l’effetto di blindare il guineano alla guida del dicastero in un momento di particolare debolezza in Curia, ma che non gli risparmiò nell’ottobre del 2017 l’ennesima sconfessione papale, questa volta sulla traduzione dei testi liturgici e l’interpretazione da dare alle novità del motu proprio Magnum Principium. In quel caso Bergoglio chiese a Sarah di far pubblicare la sua lettera di smentita, a mo’ di rettifica, sui siti web - tra cui la Nuova Bussola Quotidiana - che avevano precedentemente dato spazio al “Commentaire” con le precisazioni del prefetto circa i cambiamenti introdotti dal documento papale.

Ma l’episodio più noto dell’insofferenza del cardinale africano durante l’attuale pontificato è senz’altro quello relativo all’uscita del libro “Dal profondo del nostro cuore” a difesa del celibato sacerdotale. Non c’è una ricostruzione completa di ciò che avvenne nelle ore successive al clamore provocato dalla presenza del nome del papa emerito come coautore di un libro con passaggi - nei testi del curatore Nicolas Diat e del cardinal Sarah stesso - fortemente critici con la possibilità di ammettere anche come eccezione l’ordinazione di uomini sposati a ridosso della pubblicazione dell’esortazione con cui Papa Francesco avrebbe dovuto decidere se recepire o meno le conclusioni del Documento finale del Sinodo. A quel pasticcio, però, tra richieste di togliere la firma, smentite, rivendicazioni con tanto di lettere pubblicate su Twitter seguì a breve giro la messa a riposo di monsignor Georg Gänswein, segretario personale di Benedetto XVI, dall’incarico di prefetto della Casa Pontificia. L’impatto mediatico della vicenda aveva fatto presagire che Sarah, in procinto di compiere i fatidici 75 anni, avrebbe finito il suo mandato alla Congregazione per il culto divino lo scorso giugno e già erano girati dei rumors sul nome del suo possibile successore che sarebbe dovuto essere il vescovo di Tortona, Vittorio Francesco Viola.

Papa Francesco, invece, aveva stupito tutti gli addetti ai lavori, riconfermando il porporato guineano con la formula appunto del donec aliter provideatur. Ieri, invece, la notizia dell’accettazione della rinuncia. Nelle prossime settimane Sarah dovrebbe continuare a lavorare sulla redazione del Direttorio sulla liturgia la cui pubblicazione dovrà essere successivamente approvata dal Pontefice.

Chissà se il suo successore, non ancora nominato, sarà davvero colui che veniva dato per probabile la scorsa estate, quel monsignor Viola già ‘attenzionato’ per prendere il posto di Bagnasco a Genova (poi andato a Marco Tasca) e quello di Nosiglia a Torino (prorogato fino a quest’anno). Si tratta di un liturgista ben distante dalla “riforma della riforma” evocata dal cardinal Sarah nella conferenza di Londra del 2016, molto legato a monsignor Luca Brandolini, il vescovo per il quale l’introduzione del Summorum Pontificum fu “il giorno più triste” della sua vita.

Allo stesso Ordine di Viola, quello dei Frati Minori Conventuali, appartiene anche il neoporporato Mauro Gambetti che ieri è stato nominato vicario generale di Sua Santità per la Città del Vaticano, arciprete della Basilica Papale e presidente della Fabbrica di San Pietro al posto del cardinal Angelo Comastri. L’ex arcivescovo delegato pontificio di Loreto, volto familiare e amatissimo dagli italiani che in questo anno di pandemia hanno seguito la sua recita del Rosario in tv e sul web, era stato recentemente depotenziato nella funzione di presidente della Fabbrica di San Pietro dal commissariamento voluto da Papa Francesco a seguito delle indagini della magistratura vaticana sugli appalti per il restauro del Cupolone. Con lui esce di scena uno dei pochi curiali a ‘sopravvivere’ lungo l’arco di tre pontificati. L’arrivo di Gambetti in Vaticano, invece, dà ancora più lustro alla sua immagine già in ascesa negli anni da custode del Sacro Convento di Assisi durante i quali, grazie al rinnovato interesse per la figura di san Francesco con l’esplosione della questione ambientale, ha potuto costruire relazioni importanti e farsi apprezzare dalle autorità religiose e civili che contano.