• IL BELLO DELLA LITURGIA

Il Crocefisso di San Marcello, la fede che genera bellezza

Molto venerato, il Crocefisso di San Marcello è ritenuto miracoloso per i fatti legati alla peste del 1522, quando Roma venne liberata dall’epidemia dopo giorni di partecipata processione. A riprova che l’arte sacra è funzionale alla preghiera, e frutto di fede vissuta. Come abbiamo visto il 27 marzo a San Pietro, quando Papa Francesco ha pregato sotto una pioggia battente affidando l’umanità intera a Colui che sta su quella Croce.

“Abbiamo un’àncora: nella sua croce siamo stati salvati. Abbiamo un timone: nella sua croce siamo stati riscattati. Abbiamo una speranza: nella sua croce siamo stati risanati e abbracciati affinché niente e nessuno ci separi dal suo amore redentore” (Papa Francesco, Roma, 27 marzo 2020)

San Marcello al Corso è una delle chiese più antiche di Roma. È citata addirittura in un documento del 418, una missiva in cui il prefetto della città rendeva edotto l’imperatore Onorio della recente elezione del pontefice avvenuta in quel luogo sacro. Che non esiste più nella versione originale: millecento anni dopo quello scambio epistolare, una notte di maggio del 1519, un incendio devastò il tempio e dalla violenza delle fiamme si salvò solo un antico crocefisso ligneo posto allora sull’altare maggiore. Quello che adesso è custodito nella quarta cappella, entrando a destra, della chiesa riedificata subito dopo il rogo da Jacopo Sansovino; quello di fronte al quale, la sera dello scorso 27 marzo, Papa Francesco ha pregato sotto una pioggia battente, affidandogli l’umanità intera.

Se gli storici dell’arte hanno avanzato una presumibile datazione dell’antica Croce, facendola risalire agli anni Settanta del Trecento, non si sono espressi circa il suo artefice - forse una maestranza senese - che resta, a oggi, anonimo. Ci spiegano, comunque, che l’archetipo per questo e altri simili manufatti sia da individuare nel Crocefisso di San Lorenzo in Damaso, a sua volta derivante da modelli nordici. Il corpo di Cristo, indagato con intenso realismo anatomico, è trasfigurato dalla sofferenza, i cui segni sono evidenti nel volto e nelle ferite del costato del Suo Corpo straziato.

Ritenuto miracoloso, il Crocefisso di San Marcello è molto venerato dal popolo romano che a Lui è ricorso nei periodi più bui della sua storia, come la peste del 1522 da cui la città fu effettivamente liberata dopo la lunga, e partecipata, processione che seguì la Croce da San Marcello al Corso alla basilica di San Pietro.

È la fede vissuta, dunque, che genera l’arte che è, prima di tutto, strumento di preghiera a disposizione dei fedeli. Dalla Verità scaturisce la bellezza, che non è mai - o non dovrebbe mai essere - fine a sé stessa.

Così nacquero anche gli affreschi che circondano il Crocefisso nel luogo divenuto sua dimora. Furono commissionati dalla Compagnia dei Disciplinati, una confraternita nata subito dopo la peste, che si aggiudicò il giuspatronato sulla cappella in cui si riuniva per tenere viva la devozione nei confronti della Croce miracolosa attraverso opere di carità. Uno dei suoi primi provvedimenti fu di ornare di affreschi quel sacro ambiente e per farlo chiamò Perin del Vaga, tra i pittori più importanti del tempo, che tra il 1525 e il 1527 realizzò, sulla volta, la Creazione di Eva e, ai lati, gli Evangelisti Marco e Giovanni (Matteo e Luca spettano al suo aiutante di bottega, Daniele da Volterra). Sono purtroppo andati perduti gli Angeli che sostenevano gli strumenti della Passione.

Data la crescente devozione verso il Crocefisso, la Confraternita vide aumentare di conseguenza il numero dei suoi sodali, che avvertirono la necessità di una sede più grande: l’erezione dell’Oratorio del Crocefisso fu affidata a un giovane architetto, Giacomo della Porta, e il programma decorativo fu incentrato sulle Storie della Croce e su quelle della Confraternita stessa che raccontano in modo semplice, comprensibile a tutti, le vicende fin qui narrate.

E arriviamo allo scorso 27 marzo, quando il Crocefisso di San Marcello colmava, con la sua presenza, il vuoto di piazza San Pietro. Non da solo: il Papa ha voluto che gli fosse esposta accanto l’icona di Santa Maria Maggiore, l’immagine della Salus Populi Romani, tradizionalmente attribuita alla mano di San Luca, una Madre della tenerezza che, nel Figlio, ci mostra chiaramente la Via.

Due opere d’arte, entrambe bellissime, che, insieme, proclamano al mondo la Verità.