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Kim Jong-un è morto? Il suo Paese sta molto male

Le speculazioni sulla sorte di Kim Jong-un stanno continuando da almeno due settimane. Il dittatore della Corea del Nord è stranamente assente da tutte le cerimonie pubbliche. È malato? È morto? È in quarantena? Fra le varie speculazioni, emerge una domanda più inquietante: come sta il suo Paese? Molto male, questo è certo.

Pyongyang

Le speculazioni sulla sorte di Kim Jong-un stanno continuando da almeno due settimane. Il dittatore della Corea del Nord è stranamente assente da tutte le cerimonie pubbliche. E’ malato? E’ morto? E’ in quarantena, ma non può ammetterlo? Fra le varie speculazioni, emerge una domanda più inquietante: come sta il suo Paese?

La Corea del Nord non ha scambi con il mondo esterno. Da quando è scoppiata la pandemia in Cina, ben presto giunta anche nella Corea del Sud, il Nord ha applicato la tattica del ponte levatoio: chiusi anche quei pochi canali di comunicazione con la Cina e la Russia. Al punto che i soldati, pare su ordine diretto di Kim Jong-un, abbattano anche gli uccelli che arrivano dall’estero. Con gran pena per la popolazione che vive solo grazie alla borsa nera e al contrabbando con la Cina, il confine settentrionale è stato ulteriormente militarizzato.

Il numero dichiarato di contagi e di malati è sempre 0. Le stime formulate dagli osservatori nella Corea del Sud sono molto vaghe. Il NK Daily, un giornale-osservatorio del regime del Nord, ipotizzava già a febbraio, che nelle prime settimane di epidemia fossero morti almeno 180 soldati e altre migliaia fossero stati messi in quarantena. Questo, fra l’altro, solo per i soldati di cui si ha qualche informazione, quelli vicini alla frontiera sudcoreana. E i militari sono la parte di popolazione nutrita meglio e maggiormente protetta. In una delle ultime rassegne di notizie lette ufficialmente dal Partito dei Lavoratori, si è ammessa l’esistenza di casi di contagio anche dentro ai confini nazionali. Una voce fuggita dalle autorità, che è stata puntualmente ripresa, all’estero, da Radio Free Asia.

Choi Jung Hun, medico fuggito dal regime comunista, dichiara al Time che in Corea del Nord siano scoppiate numerose epidemie negli ultimi decenni, sempre nascoste dalle autorità statali. La Sars, nel 2002-2003, solo nella sua città aveva provocato centinaia di vittime non dichiarate. Il sistema sanitario versa in uno stato pietoso: i medici sono pagati con 2 chili di riso al mese e i pazienti offrono loro sigarette in cambio di diagnosi. La Corea del Nord, secondo la classifica della Johns Hopkisns University, nel 2019 era 193ma su 195 Paesi in fatto di sicurezza sanitaria.

Ma non solo la sanità è in pessime condizioni. La popolazione nel suo complesso è in crisi. Secondo Nicholas Eberstadt, analista del think tank American Enterprise Institute, vi sono numerosi fattori che fanno temere il peggio. Il primo è proprio l’isolamento, l’autosufficienza vantata come principale virtù e fonte di sicurezza dal regime comunista di Pyongyang. Ma la contropartita è una popolazione che è immunologicamente impreparata a contaminazioni esterne. Qualunque virus che inizi a correre (perché qualche spiraglio per entrare lo trova), contamina persone che hanno ancora meno anticorpi rispetto a quelli sviluppati dagli italiani. Un secondo fattore di rischio è il retaggio della grande carestia degli anni ’90 che ha ucciso un numero ancora imprecisato di nordcoreani (fino a oltre 3 milioni, secondo le stime peggiori) e ha lasciato gli altri malnutriti. Il 40% della popolazione nordcoreana, secondo le stime dell’Onu è sotto-nutrita.

Un fattore ancora peggiore è la grande popolazione rinchiusa: caserme, prigioni, campi di concentramento. La popolazione carceraria e internata nei campi, anche nelle stime più prudenti, supera il milione di individui. In condizioni igieniche e sanitarie da lager, ancor più denutriti del resto della popolazione, chiusi in spazi in cui il contagio diventa inevitabile, i prigionieri sono i più esposti al coronavirus. Della loro sorte si sa poco o nulla, probabilmente, anche nella stessa Corea del Nord (così come si continua a non sapere nulla di quel che è successo ai milioni di internati in Cina, per altro). Qualche piccolissima notizia è trapelata: almeno 11 detenuti nel campo di Chongoi sarebbero morti dopo “difficoltà respiratorie”. Una goccia nel mare, presumibilmente.

In questo contesto è possibile che Kim Jong-un sia egli stesso ammalato, come tutto il resto del suo Paese. È ancora presto per formulare ipotesi sul suo stato di salute, o addirittura sulla sua possibile successione. Il vero pericolo è lo stato in cui versa il Paese eremita. Perché in caso di morte del leader può realmente collassare del tutto e a riempire il vuoto, prima ancora della Corea del Sud, sarà con tutta probabilità la Cina. Che si sta esercitando da anni a questo scenario.