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La parrocchia non ospita l’evento gay? A processo

Un’organizzazione Lgbt canadese chiede di affittare una sala parrocchiale. La parrocchia si rifiuta spiegando che «sostenere uno stile di vita omosessuale» è contrario alla fede cattolica. Adesso dovrà difendersi davanti a un tribunale per i diritti umani. È la conferma che la libertà della Chiesa è sotto attacco. E in Italia, se passasse la legge contro l'"omofobia", il quadro si aggraverebbe.

Giusto ieri, a proposito del Ddl Zan contro l’omofobia, Stefano Fontana ricordava sulla Nuova Bussola un pensiero di Benedetto XVI, secondo cui nella società contemporanea vi è il pericolo che «la tolleranza venga abolita in nome della tolleranza stessa» (Luce del mondo, 2010).

Ebbene, tra i tanti fatti di cronaca che ci dicono che non si tratta più di mero pericolo ma di realtà, ce n’è uno fresco che riguarda la Chiesa cattolica in Canada. Qui, con un documento pubblicato il 26 maggio, un giudice ha deciso che la parrocchia “Stella del Mare” di White Rock (Columbia Britannica) deve affrontare un’udienza completa davanti al Tribunale dei Diritti Umani della provincia, dopo che nel marzo 2019 si era rifiutata di ospitare un evento destinato alla raccolta fondi (per la causa 'arcobaleno') e promosso da un gruppo Lgbt, la White Rock Pride Society. L’evento, con a tema il «Love is love», si sarebbe dovuto svolgere - nelle intenzioni dei richiedenti - in una sala parrocchiale attigua alla chiesa.

La parrocchia aveva giustamente detto “no” sia via telefono sia in successive risposte scritte alle ripetute richieste della White Rock Pride Society, che a giugno 2019 presentava una formula denuncia per violazione dei diritti umani. In quello stesso mese gli avvocati dell’Arcidiocesi di Vancouver, intervenuta a sostegno della propria parrocchia, ribadivano in un’email al gruppo Lgbt quanto dovrebbe essere chiaro a tutti dopo duemila anni di cattolicesimo: «L’uso proposto [della sala parrocchiale] è contrario alle pratiche, agli insegnamenti e alla morale della fede cattolica, poiché l’obiettivo del Pride e della cena e danza per l’evento di raccolta fondi è di incoraggiare e sostenere uno stile di vita omosessuale».

La parrocchia e l’arcidiocesi avevano quindi chiesto al tribunale di rigettare il reclamo della Pride Society, adducendo come motivazione la necessità per le istituzioni religiose di rimanere libere di usare i propri spazi senza contraddire la propria fede. Il giudice Kathleen Smith, come riferisce il sito canadese www.mapleridgenews.com, ha anche riconosciuto che la parrocchia ha portato un «argomento convincente» riguardo alla protezione degli spazi religiosi. Ma a suo giudizio questo non basta. «Questo caso - afferma la Smith - è complicato, comunque, dal fatto che la Parrocchia rende una parte del suo spazio disponibile a coloro che sono al di fuori della sua comunità cattolica».

In realtà la “complicazione” di cui parla la Smith è un pretesto bello e buono, segno di un totalitarismo culturale e pratico che si fa sempre più evidente. Non sappiamo a chi la parrocchia di White Rock ha concesso in passato l’uso dei propri locali, se abbia fatto scelte sempre opportune sul piano ecclesiale, ma rimane un fatto: è la Chiesa che sceglie chi ospitare nei locali parrocchiali (casa sua) e - in nessun caso - lo Stato, la magistratura o gli organi per i “diritti umani” possono imporre l’evento o l’ospite alla Chiesa.

È quindi in gioco la stessa libertas Ecclesiae, minacciata da vari gruppi che ne intendono sovvertire l’insegnamento. Nel caso dell’omosessualità, si tratta di un insegnamento presente tanto nell’Antico quanto nel Nuovo Testamento, fedelmente trasmesso dalla Tradizione e dal Magistero di sempre. Come riassume il Catechismo - distinguendo tra peccatore e peccato - le persone con tendenze omosessuali vanno accolte «con rispetto, compassione, delicatezza» (CCC 2358), ma gli atti omosessuali «sono contrari alla legge naturale» e «in nessun caso possono essere approvati» (CCC 2357).

È evidente che ogni gruppo che si qualifica come Lgbt o gay, termine politico, mira a cambiare le leggi statali e della Chiesa in un senso contrario alla morale naturale (ritenuta di fatto, per usare un termine della neolingua, “omofoba”). E la Pride Society, al netto delle astuzie da causa legale, non fa eccezione. Dunque, è doveroso attenersi a quanto Joseph Ratzinger, allora prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, scriveva già nel 1986 nella Lettera sulla cura pastorale delle persone omosessuali, raccomandando di ritirare l’appoggio a qualsiasi organizzazione che contrasti o si mantenga anche solo ambigua rispetto alla dottrina della Chiesa. A proposito degli spazi parrocchiali, spiegava: «A qualcuno tale permesso di far uso di una proprietà della Chiesa può sembrare solo un gesto di giustizia e di carità, ma in realtà esso è in contraddizione con gli scopi stessi per i quali queste istituzioni sono state fondate, e può essere fonte di malintesi e di scandalo».

Assieme alla libertà della Chiesa è in gioco la libertà dell’intera società, che è specchio della prima, come questo quotidiano ricordava ieri nel lanciare il tema della nuova raccolta fondi. E se la libertà della Chiesa è gravemente lesa già oggi - vedi per ultimo le imposizioni da Coronavirus - cosa succederà con una legge contro la cosiddetta “omofobia”?