• IL CASO

L'indifferenza che uccide in un bar di Torino

Nello storico Caffè Platti una cliente si spara, ma la proprietaria ha mantenuto il locale aperto come se non fosse successo niente.

caffe


Domenica 25 settembre 2011, Torino, storico Caffè Platti, bar ristorante tra i più eleganti della città. E’ l’ora dell’aperitivo, una della più affollate. Una signora francese, Christine M., entra, fa colazione, finisce, va in bagno. Passa qualche minuto, una cameriera bussa. Lei risponde che ha quasi finito. Infatti, si spara. Nella toilette. Si scopre poi che era una vedova di sessantasei anni, faceva la traduttrice ed era stata sposata con un manager.

Nella borsetta, una lunga lettera di spiegazione e tutti i documenti necessari per l’assegnazione dell’eredità. La signora aveva infatti una figlia. Fin qui la notizia. Per i curiosi, la signora ha usato una Smith & Wesson 38, il revolver che non si inceppa mai: non poteva mancarsi. Se a qualcuno interessa, l’arma era regolarmente detenuta. Un vicino di casa (la signora abitava nel quartiere-bene) osserva che, se ha scelto quel posto per farla finita, voleva farsi trovare subito. Direte: embe’, che c’è di strano? Con tutta la gente che si ammazza oggigiorno, in effetti, un suicidio in più o in meno non fa differenza. Una persona in meno. In fondo, come dice Sartori, siamo troppi.

Non fa neanche notizia quanto andiamo a dire: la proprietaria non ha sentito la necessità di chiudere il locale, non pochi clienti del quale hanno continuato a consumare tranquillamente. Indifferenza? Cinismo? Ma no, forse imbarazzo. Forse assuefazione. Forse necessità. The show must go on, cantava Freddie Mercury dei Queen. Lo sapeva anche lui, uomo di palcoscenico, che il suo stesso defungere (per Aids, come si ricorderà) non solo non avrebbe fermato lo spettacolo ma, al contrario, lo avrebbe incrementato. Nel bar torinese c’è stato, in verità, chi ha detto alla proprietà: ma come, hai un morto ammazzato nel cesso e manco chiudi? Almeno il tempo necessario ai rilievi del coroner e a portar via il corpo col furgone della morgue? No, di bagni il Platti ne ha due, mentre i camerieri lavano il sangue dall’uno si può usare l’altro. La proprietà l’ha dichiarato paro paro: è stato un incidente, gli altri settori sono tutti agibili.

Se, anziché spararsi, quella fosse morta per un malore? Non fa una grinza. Del resto, quante volte abbiamo visto gli annegati coperti da un semplice telo mentre, attorno, gli altri avventori continuavano ad abbronzarsi? E’, a ben pensarci, la stessa filosofia che regge Nessuno-tocchi-Caino e tutto il buonismo che circonda gli assassini: il morto è ormai morto e non possiamo farci più niente, pensiamo ai vivi. Alla signora francese che ha scelto un posto squallido ma al contempo di classe per farla finita, certo, non importa se il Platti non ha osservato neanche il famoso minuto di silenzio per rispetto alla sua tragica dipartita.

Ma prima di puntare il dito
contro la mancanza di sensibilità altrui, proviamo a metterci al loro posto. Forse un aereo si dirotta sul più vicino scalo perché la hostess ha trovato un cadavere nella ritirata? Il danno economico, e non solo per il personale, vale la candela? Forse che il circo chiude quando un acrobata precipita? E quella benedetta signora francese, ma doveva scegliere proprio il mio cesso per farsi fuori? Non poche volte, ahimè, chi scrive ha visto di persona un corpo esanime sommariamente occultato da un lenzuolo ai piedi della Torre di Pisa. E i turisti con il telefono a gettone appiccicato all’orecchio continuare imperterriti a sentire la storia della Piazza dei Miracoli. A due metri dal morto. Storia vecchia. Finisci il caffè, dunque, ché l’hai già pagato. Poi, cortesemente, per vomitare vai fuori.