• CRISI MIGRANTI

Nel silenzio generale, la Turchia occupa un pezzetto di Grecia

Un manipolo di uomini dell'esercito turco ha occupato un fazzoletto di terra in Grecia. E questo al culmine della crisi degli emigranti, quando la Turchia ha deciso di mandare in Europa i rifugiati (o presunti tali) provenienti dalla Siria. Ma è una dimostrazione di forza che testimonia il carattere imperialista della politica di Erdogan

Emigranti al confine fra Turchia e Grecia

Un manipolo di uomini - il Daily Mail ne ha contati 35 - la settimana scorsa avrebbe invaso una porzione di territorio greco sulla sponda orientale del fiume Evros: il corso d'acqua che divide l'Ue dal mondo islamico turco, nei pressi di Melissokomeio. Erdoğan ha così occupato un piccolo territorio greco, circa 1,6 ettari, e lo ha fatto nel silenzio della comunità internazionale. Per la Turchia non si tratta di invasione, mentre la Grecia sta tentando la via della diplomazia. La scusa turca è quella di una normale operazione militare sul proprio territorio, per i greci il sultano ha volutamente sconfinato con un manipolo di soldati che da dieci sono diventati trentacinque in un baleno, ma temono di dirlo troppo ad alta voce.

Era fine febbraio quando le tensioni tra Atene e Ankara raggiungevano il culmine dell'esasperazione con il sultano che annunciava di non voler più arrestare i flussi di immigrati siriani diretti in Europa. La guerra degli immigrati innescata da Erdoğan ha visto la Grecia resistere con coraggio alle pressioni al confine per l'assedio alla “fortezza diroccata Europa”, anche durante il periodo di quarantena quasi mondiale. Il sultano aveva deciso di tradire il patto con l'Ue - tenere la frontiera chiusa agli immigrati in cambio del denaro di Bruxelles – con quelle che Kelly Greenhill ha definito le “armi di immigrazione di massa” e lasciare il via libera ai milioni di sfollati in fuga da Idlib, la provincia della Siria dove l’esercito turco difende i tagliagole terroristi di Al Qaeda e i ribelli jihadisti minacciati dalla truppe sostenute da Putin. 

Le forze elleniche hanno compiuto sforzi immani per resistere a una pressione che il coronavirus non ha neanche rallentato: il traffico di esseri umani turco alle Cicladi e a nord della regione di Evros è continuato imperterrito. E dopo oltre tre mesi di pressione i militari turchi hanno issato la bandiera con la mezzaluna per segnalare la presenza in territorio ellenico. I soldati di Ankara hanno immediatamente rifiutato l’ordine delle autorità di Atene di abbandonare il fazzoletto di terra greca occupato, che, va ribadito, è certamente un gesto simbolico insieme all’issare la bandiera turca in un accampamento militare. E allo stesso tempo, il 23 maggio, il ministero degli Esteri, con una nota, ha tentato di smentire la notizia: “Non c’è nessuna forza straniera sul territorio greco”. Il chiaro tentativo di dialogo diplomatico caldeggiato da Atene, anche per calmare le acque, è molto probabile si riveli controproducente: Ankara non ha intenzione di abbandonare quella piccola porzione di territorio che rappresenta un precedente esemplare nelle relazioni fra i due paesi. Sostanzialmente oltre alla volontà di Atene di estendere la recinzione anti-clandestini che ha indispettito non poco il sultano turco, tra i motivi del "gesto simbolico" vi sarebbe anche il fatto che la Turchia nega che parte del territorio orientale dell’Evros sia sotto sovranità ellenica.

Sebbene quello turco, viste le dimensioni risibili del territorio occupato, sia un gesto che lascia il tempo che trova, stupisce il silenzio dell’Unione Europea. Probabilmente perché sta iniziando ad ammettere che sarà la prossima vittima dell’agenda espansionistica di Erdoğan, ma resta vero che una bandiera issata oltre i propri confini è una dichiarazione di guerra. L’invasione non arriva come un fulmine a ciel sereno, perché i soldati greci sono colpiti e provocati, in maniera particolare da marzo, oltre che al confine con gli immigrati anche nello spazio aereo e in mare: attacchi con droni e e guardia costiera assaltata da motovedette turche. Nel 2018 il ministero greco della Difesa aveva denunciato la violazione turca del proprio spazio aereo addirittura per 138 volte in un solo giorno. 

La questione dei territori contesi nella Tracia orientale e nell’arcipelago del mar Egeo dura da oltre trent'anni e da trent'anni la Turchia si muove come se disponesse della sovranità  assoluta. Addirittura nel '96 si rischiò il conflitto armato perché Ankara reclamò la sovranità su un'isola a largo di Bodrum. E anche in quell'occasione la bandiera con la mezzaluna turca venne issata - quella volta in diretta televisiva -, nonostante il trattato di Parigi del 1947 e la convenzione Turchia-Italia. Oggi le mosse di Ankara la dicono lunga sul ruolo che già detiene nelle nuove dinamiche geopolitiche: la Turchia è seconda solo alla Cina in quanto a ruolo di potenza che interviene con aiuti e investimenti in Paesi terzi. Anche in fatto di aiuti per fronteggiare il coronavirus in Paesi scelti in maniera molto accurata e coerente con il nazionalismo islamico. E nel frattempo forte anche della disponibilità a muovere i presunti rifugiati in giro per l'Europa utile a costruire la sfera d'influenza neo ottomana. Cosa che dimostra come la Turchia abbia smesso ormai di dipendere dall'Ue, ma è vero il contrario nonostante Ankara non rappresenti una potenza mondiale e abbia un PIL nettamente inferiore anche a quello italiano.

Il più grande assalto turco nel XX secolo è stato quello ai danni di di greci, armeni e assiri tra il 1914 e il 1923, ma i turchi non sono mai stati ritenuti responsabili delle aggressioni ed è per questo che continuano a minacciare la sovranità dei paesi confinanti. E nel frattempo le mire espansionistiche la dicono lunghissima sul pericolo che costituisce Erdoğan. Basti pensare che a pochi giorni dalla bandiera turca issata in casa greca, il sultano era impegnato nelle celebrazioni nazionali per il centenario della Grande assemblea nazionale turca. Il coronavirus non ha distratto i festeggiamenti in pompa magna e, anzi, la stampa in particolar modo, s’è fatta il teatro del messaggio che caratterizza dal primo giorno la presidenza Erdoğan: la Turchia è tornata la grande potenza che deciderà l’ordine mondiale di domani. Poco spazio all’interpretazione è stato lasciato dalle prime pagine dei giornali filogovernativi. intitolato The dream of a great Turkey reborn - il sogno di una grande Turchia è rinato -, è il modo con cui il Daily Sabah  ha festeggiato il centenario. L’agenzia Anadolu è stata ancora più decisa nel concetto da diffondere, Turkey will have a voice in new world’s order  - la Turchia avrà una voce nel nuovo ordine mondiale. 

I passaggi dedicati alla resistenza ai tentativi di occidentalizzare l’identità turca sono stati l’eco già nota di tutte le scelte in politica estera che Erdoğan sta assumendo. E non si può ignorare neanche il passaggio dedicato a Necmettin Erbakan, l’ideatore del movimento islamista Millî Görüş.