• L’ANALISI/4

Sulla rugiada e la traduzione delle preghiere eucaristiche

L’introduzione di nuove preghiere eucaristiche, oltre al Canone romano, risale alla riforma postconciliare, con cui sono state superate le norme sul silenzio e il latino. Le revisioni delle PE nel Messale italiano 2020 sono in gran parte felici e più fedeli all’originale latino. Il termine “rugiada” nella PE 2 è divenuto motivo di discordia, ma ha il suo fondamento nelle Sacre Scritture e nella tradizione.

Il Messale del 1962, l’ultimo “prima del Concilio”, prevedeva il Canone o Preghiera Eucaristica (da ora in avanti: PE) in lingua latina e annotava che dopo il Sanctus il sacerdote “dicit secreto”, cioè pronunciava sottovoce le parole e dunque non era udito dal popolo.

Il Canone non era in origine sottovoce e un sermone dell’epoca di sant’Agostino, rivolgendosi ai ragazzi, nomina «quelle cose che accadono nelle sante preghiere che voi siete prossimi a udire, e cioè il fatto che (gli elementi) attraverso la parola diventano il Corpo e il Sangue di Cristo» (PL 46,836). Un secolo dopo, il 26 marzo 565, l’imperatore Giustiniano ordina che vescovi e preti pronuncino le parole della PE «non in segreto, ma con una voce tale che possa essere udita dal popolo fedelissimo» (Righetti, Storia liturgica III, p. 346). La disposizione testimonia che si stava diffondendo proprio ciò che si intendeva evitare. Il silenzio nella PE cominciava ad affermarsi sino ad imporsi del tutto con gli albori del Medioevo.

Ad oggi le Premesse del Messale “dopo il Concilio” spiegano che «tra le parti proprie del sacerdote, occupa il primo posto la PE, culmine di tutta la celebrazione» e le parole presidenziali vanno proferite «a voce alta e chiara» di modo che «siano ascoltate da tutti» (OGMR 30.32). Dunque si è prodotto un ribaltamento e sono cadute due barriere: il silenzio e la lingua latina. Da qui l’esigenza di tradurre la PE e di rivedere le traduzioni.

UN PERCORSO TORTUOSO

La prima “nuova Messa” del 7 marzo 1964 prevedeva ancora la PE in latino, tuttavia il nuovo contesto al cui interno era pronunciata innescò l’avvio a due impulsi di cambiamento.

Il primo fu di tradurre la PE nella lingua parlata. Scrive Annibale Bugnini, l’indiscusso (e amato e odiato) regista delle prime fasi della riforma postconciliare: «Se tutta la Messa si fosse celebrata nella lingua materna e il Canone fosse restato in latino, sarebbe stato come spalancare all’ospite tutte le porte di casa, ma chiudergli il cuore. Nel cuore c’è la vita; nel Canone, il mistero» (La Riforma liturgica, CLV Ed. liturgiche, Roma 1997, p. 121).

Il secondo impulso di cambiamento fu di comporre altre PE. Si tentò di riordinare il testo del Canone romano, ma il 20 giugno 1966 Paolo VI stabilì: «Si lasci immutata l’anafora attuale; si compongano o si cerchino due o tre anafore da usarsi in particolari determinati tempi» (ivi, p. 444). La strada era aperta e si arrivò ad altre tre PE, promulgate con il Decreto Prece eucharistica del 23 maggio 1968 (EV 3/420-421) con possibilità di essere usate dal 15 agosto 1968.

Poiché il movimento verso la composizione di ulteriori PE cresceva e in modo selvaggio, la Sacra Congregazione per il culto divino, con la Lettera Eucharistiae participationem del 27 aprile 1973, stabilì: «Non è sembrato conveniente in questo momento concedere alle conferenze episcopali la facoltà generale di far comporre o di approvare nuove PE» (nn. 5.6: EV 4/2482). Ma il divieto era “per il momento” e si garantiva che la Sede Apostolica «non rifiuterà di considerare le richieste legittime [delle conferenze episcopali] e [le] giudicherà benevolmente» (EV 4/2483): il muro nasceva già con delle brecce e ci si domanda se si trattò di un atto di buon governo.

In seguito per l’Anno Santo 1975, con le Norme Postquam de precibus dell’1 novembre 1974 (EV 5/626-632), furono promulgate due PE per la riconciliazione ad experimentum per tre anni (EV 5/629), poi divenute stabili, e, alla stessa data, tre PE per le Messe con i fanciulli (EV 5/633-657). Arrivarono anche le PE per un Sinodo svizzero: il primo avvio di redazione si ebbe nel 1972; dal 1974 in poi molte aree linguistiche chiesero di adottarle e fu loro concesso (la concessione per l’Italia è del 5 gennaio 1980); i testi furono poi tradotti in latino come edizione tipica approvata con il Decreto Prex eucharistica del 6 agosto 1991 (EV 13/435-446).

Così il Messale latino in vigore (2000) ha quattro grandi PE, due PE per la riconciliazione e quattro formulari delle già PE svizzere (le PE per i fanciulli si sono felicemente perse per strada). È da qui che sono partiti gli addetti ai lavori per il Messale italiano 2020.

UN RITOCCO DI FONDO ALLE PREGHIERE EUCARISTICHE SVIZZERE

La già PE svizzera è ora PE per le Messe “Per varie necessità” (pp. 497-513), un formulario unico differenziato in quattro Prefazi iniziali e in quattro diversi testi per le intercessioni finali.

Sino a ieri la richiesta al Padre di mandare lo Spirito Santo sul pane e sul vino era «perché il tuo Figlio sia presente in mezzo a noi con il suo Corpo e il suo Sangue»; oggi invece è per «santificare il pane e il vino perché questi doni diventino per noi il Corpo e il Sangue del Signore nostro Gesù Cristo». La modifica risale alla Santa Sede, che ha corretto il testo iniziale esplicitando la trasformazione dei doni - “diventino/fiant” - e mettendo in luce la transustanziazione che latitava nel testo originale, pure approvato e usato sino a ieri. Deo gratias, ma viene da domandarsi come mai il testo primitivo fu approvato così in fretta e usato per anni.

MOLTI RITOCCHI FELICI

I ritocchi in conseguenza della revisione della traduzione delle PE nel Messale italiano 2020 sono numerosi e per lo più positivi in quanto anche nelle sfumature riportano il testo italiano più vicino all’originale latino. Un lavoro buono e costruttivo, di cui bisogna dare atto a chi ci ha messo mano. Ecco di seguito qualche esempio scelto fra tanti.

Nel Prefazio della PE 4, Dio è nel regno non più “di luce infinita”, ma «di luce inaccessibile» e viene ampliato secondo l’originale il fatto che noi, «voce di ogni creatura che è sotto il cielo, confessiamo il tuo nome ed esultanti cantiamo».

Nelle PE 2 e 3, la ripresa dopo il Santo, da “Padre veramente santo” è diventata «Veramente santo sei tu, o Padre», ristabilendo così il legame tra il Prefazio e quanto lo segue.

Nella formula consacratoria delle PE 1, 2 e 3, la sequenza non è più “Dopo la cena, allo stesso modo” Gesù prese il calice, ma, sul calco del latino: «Allo stesso modo, dopo aver cenato»; anche la PE 4 è stata ricondotta a questa formula, ma perdendo qualcosa dell’originale. Gesù non “si consegnò volontariamente alla morte”, ma «consegnò se stesso alla morte» (PE 4) e similmente nella PE 2 “offrendosi liberamente alla sua passione” è diventato «consegnandosi volontariamente alla passione».

“Il memoriale del tuo Figlio, morto per la nostra salvezza” è diventato «il memoriale della passione redentrice del tuo Figlio» (PE 3), Figlio non più “dilettissimo” ma «amatissimo» (PE 2). Noi che celebriamo questo mistero siamo un popolo radunato non “da un confine all’altro della terra”, ma «dall’oriente all’occidente» (PE 3), espressione più vicina al latino «a solis ortu usque ad occasum». E perché non tradurre “dal sorgere del sole al suo tramonto”?

Nella PE 1, la richiesta di “accettare questi doni, di benedire queste offerte” viene meglio formulata con «accettare e benedire questi doni, queste offerte». I “presenti” di “Ricordati di tutti i presenti” diventano, con più fedeltà al latino “omnium circumstantium”, «tutti coloro che sono qui riuniti»; infine “tutti i santi” sono resi come l’originale: «tutti i tuoi santi».

Ma ahimè, nelle PE 2, 3 e 4 l’originale latino prega per l’ordine episcopale e per “universo clero / totius cleri” e “clero” era scandalosamente rimasto nel Messale 1983 (PE 3 e 4). Ora la revisione rende “clero” con «i presbiteri e i diaconi», evitando così una parola odiosa, scappatella che volentieri si perdona per la bellissima correzione nella PE 4 dove “coloro che mangeranno/berranno il pane e il calice” sono diventati, come il latino “qui ex uno pane participabunt et calice”, «tutti coloro che parteciperanno a quest’unico pane e a quest’unico calice».

LA RUGIADA DELLA DISCORDIA

Nella PE 2 la richiesta al Padre: “Santifica questi doni con l’effusione del tuo Spirito” è diventata: «Ti preghiamo: santifica questi doni con la rugiada del tuo Spirito», traduzione letterale di: «Haec ergo dona, quaesumus, Spiritus tui rore sanctifica».

Sebbene l’espressione latina figuri nel Messale dal 1968, ora, tradotta per la prima volta alla lettera, è stata percepita da alcuni come linguaggio strano e irrispettoso e in altri ha destato sospetti di allusioni alla Massoneria o alla galassia New Age.

La questione è sottile. La nuova PE 2 assume, con qualche adattamento, un testo della Tradizione Apostolica di sant’Ippolito del 215 circa, che prima delle parole dell’istituzione non ha l’epiclesi, cioè la richiesta al Padre di inviare lo Spirito a consacrare/trasformare i doni. Bisognava provvedere a un’epiclesi nuova e i redattori, per esplicita ammissione, si sono ispirati a «un’epiclesi consacratoria del Missale Gothicum gallicano (sec. VII/VIII) e nella Liturgia ispanica antica» (V. Raffa, Liturgia eucaristica. CLV Ed. liturgiche, Roma 2003, p. 729); lì si chiede a Dio che effonda la rugiada del suo Spirito: «et Spiritus Sancti tui rore perfundas». E anche la tradizione italica nel Sacramentario Veronense chiede a Dio di infondere sui fedeli «la rugiada della tua benedizione/rorem tuae benedictionis infunde» (mense julio XL n. 642).

È vero, le immagini dello Spirito sono il vento, il fuoco e la colomba, ma Gesù parla di «fiumi di acqua viva» che sgorgheranno da chi crede in Lui e che sono il dono dello Spirito Santo (Gv 7,37-39). Dunque, se lo Spirito è anche acqua, perché non può essere rugiada? Che autori antichi siano ricorsi a questo termine, si spiega con il contesto agricolo, che percepiva la rugiada come benefica, sostitutiva della pioggia e generatrice di fecondità. Ne parla l’Antico Testamento, dove la rugiada è la benedizione di Isacco a Giacobbe (Gen 27,28); il fluire delle parole di Mosè (Dt 32,2); l’immagine della generazione del Messia (Sal 110,3), del resto di Giacobbe (Mi 5,6) e della tenerezza di Dio (Os 14,6); addirittura «rugiada luminosa» (Is 26,19).

In conclusione, anche se è legittimo valutare che i redattori avrebbero fatto meglio a non rimettere in circolo questa immagine, non c’è nessun equivoco o cedimento. Si tratta solo di riacquisire un’immagine che la civiltà urbana ci ha fatto perdere, ricordando che ancora oggi molti oranti usano il testo della sequenza Veni Sancte Spiritus, dove è scritto: «Lava quod est sordidum, riga quod est aridum / Lava ciò che è sordido, bagna ciò che è arido». Lì nessuno protesta: perché protestare per la rugiada? Attenzione: difendere la tradizione con ragioni insostenibili danneggia la tradizione!