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Congo, repressione di Kabila. La polizia spara sui cattolici

Il presidente/dittatore Kabila, dopo un accordo mediato dalla Chiesa, aveva accettato di indire elezioni entro il 2017. Non ha mantenuto la promessa. La Chiesa, dopo aver fatto suonare le campane delle parrocchie tutti i giovedì per ricordarglielo, il 21 ha indetto pacifiche manifestazioni. La polizia ha reagito con violenza: almeno dieci i morti.

Manifestazioni contro Kabila in Congo

Si sono concluse con un bilancio provvisorio di dieci morti, decine di feriti e di persone arrestate le marce pacifiche organizzate domenica 21 gennaio a Kinshasa e in altre città della Repubblica Democratica del Congo, represse duramente dalla polizia che, ancora una volta, ha disperso la folla sparando e usando gas lacrimogeni. I manifestanti protestavano contro il rifiuto del presidente Joseph Kabila di rinunciare alla carica nel rispetto della costituzione che limita a due i mandati presidenziali che un cittadino può svolgere. Kabila, al potere dal 2001, ha ricoperto i due mandati consentiti. Non essendo finora riuscito a far modificare la costituzione, per potersi ricandidare, ha fatto sì che la commissione elettorale rimandasse più volte il voto accampando problemi finanziari e logistici. Il suo mandato è scaduto nel dicembre del 2016, aveva promesso elezioni entro il 2017. Lo scorso ottobre la commissione ha però rinviato la data addirittura al 2019 per poi stabilire, dopo giornate di proteste, che le presidenziali saranno convocate entro il 2018.

Era stata la Chiesa congolese a ottenere alla fine del 2016 la promessa che le elezioni si sarebbero tenute entro il 2017. Ed è stata la Chiesa a organizzare le iniziative di protesta attuate da quando si è saputo che il governo non intendeva mantenere la promessa. Dal 14 dicembre dello scorso anno, ogni giovedì sera alle nove, le campane di tutte le chiese di Kinshasa suonano per 15 minuti. I parroci hanno chiesto alla popolazione di accompagnare il suono delle campane facendo rumore con qualsiasi mezzo: clacson, fischietti, vuvuzela, casseruole. Il 31 dicembre, era domenica, le parrocchie della capitale hanno indetto una marcia di protesta, o piuttosto una processione iniziata dopo le funzioni domenicali e che ha visto sfilare dietro a un grande crocefisso migliaia di fedeli convenuti dai vari quartieri della capitale. Per fermare i dimostranti le forze dell’ordine non hanno esitato a violare persino il complesso in cui sorge la cattedrale di Kinshasa.

Da allora ogni manifestazione è stata proibita. La Chiesa ha replicato che le proteste continueranno fino a quando Kabila accetterà di mettersi da parte. Come ha spiegato padre Donatien Nshole, segretario generale della Conferenza episcopale del Congo, la Conferenza ha raccomandato ai sacerdoti di partecipare d’ora in poi alle manifestazioni di protesta pacifiche, di affiancarsi ai laici, per garantire che si svolgano senza violenza.

Il Comitato laico di coordinamento, organismo riconosciuto dalla arcidiocesi di Kinshasa, ha organizzato una seconda marcia per il 21 gennaio e di nuovo i sacerdoti della capitale hanno dato appuntamento ai fedeli all’uscita dalla messa. Le Chiese evangeliche hanno aderito all’iniziativa. Anche la comunità islamica congolese ha appoggiato la marcia e ha chiesto con insistenza alle autorità di non reprimerla. Ma il governo ha confermato che “nessun tentativo di disturbare l’ordine pubblico” sarebbe stato tollerato. La sera precedente ha interrotto i collegamenti internet nella capitale, ha fatto piazzare posti di blocco nelle strade e ha ordinato all’esercito di presidiare la cattedrale e altre chiese per impedire il formarsi della marcia.

Tuttavia la popolazione ha risposto all’appello e la repressione è stata violenta nonostante la presenza di un dispiegamento di caschi blu della missione di pace Onu Monusco, incaricati di osservare e registrare l’uso della forza da parte delle forze dell’ordine e di gruppi di cittadini vicini al governo. Le testimonianze dei sacerdoti sono commoventi. La marcia della parrocchia di Santa Maria di Kimwenza, ad esempio, è iniziata subito dopo la messa delle 6.30 con la partecipazione di sei sacerdoti: “la polizia – racconta padre Adelard Insoni – ha cercato di intimidirci ordinando ai fedeli, a colpi di gas lacrimogeni, di disperdersi, ma noi abbiamo resistito. Per strada le venditrici ci incoraggiavano scandendo canti contro Kabila”. All’uscita dalla chiesa di San Francesco di Sales pronte a sfilare c’erano più di 500 persone con bibbie e rosari in mano: “per tre volte siamo stati costretti a ritornare verso la chiesa – dice padre Aimé Lusamu – inseguiti dalle forze dell’ordine che ci avevano asfisiati con gas lacrimogeni – poi è successo l’impensabile. Un mezzo della guardia presidenziale ha sparato in direzione della parrocchia uccidendo una giovane religiosa che tentava di proteggere una ragazzina”. Alla marcia partita dalla parrocchia di San Giuseppe di Matonge hanno partecipato moltissime persone, tra cui alcuni dei più acclamati esponenti dell’opposizione. “questo ha complicato le cose – riferisce padre Vincent Tshomba – i sostenitori delle personalità politiche presenti non hanno rispettato le nostre raccomandazioni. Così ci sono stati scontri con le forze dell’ordine che hanno lanciato dei lacrimogeni. Siamo rientrati in parrocchia e ci siamo restati fino alle 12.30. Poi abbiamo dovuto negoziare con la polizia affinché consentisse ai fedeli di rientrare a casa”.

Al termine di una giornata tanto drammatica, la Conferenza episcopale ha rinnovato il proprio sostegno morale alla popolazione: “i vescovi congolesi – ha ricordato padre Donatien Nshole – hanno raccomandato alla popolazione di non cedere né alla paura né alla rassegnazione. Piuttosto tocca a chi ne ha facoltà di fare il possibile per rispettare la costituzione che chiede di disciplinare le manifestazioni pacifiche, non di reprimerle”.