• COME SI FORMA IL CONSENSO

Fake news, anche i media vengono manipolati

La polemica sulle fake news è strumentale perché il problema è anche dei media tradizionali. Oggi si può appurare con facilità la veridicità di una notizia in Rete, piuttosto che quella di una informazione diffusa dai canali tradizionali.

Nell’imminenza della campagna elettorale si è riaccesa la polemica sulle fake news e sulla disinformazione in Rete. Non c’è da restarne meravigliati, visto che la nube tossica delle bufale si è diffusa in Inghilterra in occasione del referendum sulla Brexit, negli Usa, prima del voto che ha incoronato Trump, e anche in Francia e Germania, alla vigilia delle ultime elezioni, senza parlare della Catalogna.

Ora è la volta dell’Italia, dove le forze politiche cercano di piegare ai loro interessi propagandistici una discussione che invece dovrebbe riguardare più in generale la qualità dei contenuti diffusi on line e la tutela dei diritti delle persone, senza impantanarsi nelle secche delle sterili rivendicazioni di bottega.

L’allarme fake news in Italia l’ha lanciato nei giorni scorsi il New York Times, e i grillini temono che si tratti di una manovra renziana per mettere le mani avanti in caso di uscita di nuove notizie su Banca Etruria o caso Consip o altre inchieste scottanti che coinvolgono la famiglia dell’ex Presidente del Consiglio o il suo entourage. Come a dire che, se dovessero spuntare altri particolari piccanti di quelle pagine ancora buie del rapporto tra politica e potere finanziario, secondo il segretario del Pd si tratterebbe di fake news.

Il Movimento Cinque Stelle a sua volta paventa il rischio di contaminazioni dei circuiti informativi, rilancia l’allarme voto di scambio e chiede l’intervento dell’Osce, affinchè possa essere garantito il regolare svolgimento delle prossime elezioni politiche.

E' innegabile che la diffusione di alcune fake news possa produrre ritorni di natura politica o assecondare disegni di destabilizzazione o alimentare propaganda a senso unico. Non per questo, però, bisogna perdere di vista le manipolazioni che da decenni l’informazione tradizionale subisce nel nostro Paese. Nella carta stampata editori impuri continuano ad essere molto condizionati da interessi extraeditoriali, così come certe posizioni dominanti nel settore radiotelevisivo e una scarsa obiettività di molti programmi del servizio pubblico concorrono a determinare una situazione di squilibrio che almeno sulle generazioni adulte può certamente produrre alterazioni per quanto riguarda i processi di formazione del consenso.

Dunque, se la mancanza di pluralismo nei media tradizionali produce certamente distorsioni nelle dinamiche della rappresentanza politico-istituzionale, con sovraesposizione di soggetti non legittimati dal voto popolare e sistematico ridimensionamento/screditamento di forze nuove che puntano a modificare lo status quo, appare tutto da dimostrare il nesso tra diffusione anche virale di fake news e influenza sulle scelte elettorali dei cittadini. Anzi, una recente ricerca della Michigan State University tende a smentire quel legame, per una ragione molto semplice e anzi del tutto condivisibile. Grazie alle innumerevoli possibilità di verifica offerte dalla Rete, si può appurare con maggiore facilità la veridicità di una notizia reperita in internet, piuttosto che quella di una informazione diffusa dai canali tradizionali. Se sui social un post contenente un racconto inverosimile o paradossale viene condiviso in modo incontrollato, chi tiene davvero a conoscere la verità non potrà non cercare riscontri dei fatti oggetto di quel resoconto e navigare in siti con brand consolidati per accertare la loro attendibilità. On line, cioè, la stessa notizia può essere verificata attraverso una molteplicità di canali e in modo molto veloce.

Ecco perché appare strumentale la polemica di queste ore sulle fake news e alquanto bizzarra la proposta di costituzione di un osservatorio o addirittura di emanazione di una legge sulle fake news. E’ vero che la Germania ha prodotto una legge che prevede multe salate per gli over the top e i colossi della Rete che, a fronte di segnalazioni precise e argomentate, non rimuovono contenuti palesemente falsi. Una normativa simile si potrebbe fare anche in Italia, ma senza dimenticare che nel nostro Paese già esistono reati punibili come il procurato allarme, le truffe (anche in Rete) e la diffamazione. Facebook e altre multinazionali stanno intervenendo e si stanno autoriformando per potenziare la sicurezza degli utenti e ripulire la Rete da fake news, perché si rendono conto che, se l’ambiente virtuale perde credibilità, anche l’intero sistema si deteriora e i loro fatturati pubblicitari inevitabilmente scendono.

Eh già, perché più che effetti concreti e visibili sulle opinioni politiche, le fake news generano lauti guadagni per quelle organizzazioni specializzate, quei centri di potere occulto o quei semplici freelance che, attraverso finti account sui social, diffondono notizie sensazionali non vere, solo per attrarre milioni di clic. D’altra parte, il modello di business di chi si arricchisce con le attività in Rete è basato proprio sull’incremento del traffico, che alimenta i fatturati pubblicitari.

Su questi risvolti economico-finanziari bisognerà intervenire su scala europea, rigenerando la filiera di produzione e distribuzione dei contenuti informativi e audiovideo, attraverso l’introduzione di misure uniformi in tutti gli Stati del Vecchio continente, sia per quanto riguarda gli aspetti fiscali che per ciò che concerne il diritto d’autore e la privacy.

In definitiva, chiunque dovesse vincere le prossime elezioni politiche in Italia ben difficilmente dovrà dire grazie alle fake news.