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Giovani trans: la scienza ammette di non avere spiegazioni

Giovani trans? La scienza non può offrire garanzie di alcun tipo. Il Royal Australian College of Physicians interpellato dal governo ha chiarito che «le prove esistenti sulla salute e sugli esiti dell'assistenza clinica sono limitate» e ha fatto capire che quella degli adolescenti Lgbt non è affatto un’esistenza felice.

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Giovani trans? La scienza non può offrire garanzie di alcun tipo. L’esplosiva ammissione, che cozza in pieno con i tormentoni arcobaleno secondo cui ognuno deve essere e diventare «ciò che si sente» - e guai a chi fiata -, arriva dai medici australiani che, espressamente interpellati sul punto, non hanno potuto che riconoscere, sia pure con prudenza, la realtà delle cose.

Ma andiamo con ordine. Tutto ha avuto inizio lo scorso agosto, quando Greg Hunt, il ministro della salute d’Australia, ha dato al Racp – acronimo che sta per Royal Australian College of Physicians - indicazioni su come trattare la disforia di genere nei bambini e negli adolescenti. Ebbene, in corrispondenza a tale richiesta pochi giorni fa il Racp ha diffuso un documento di quattro dense pagine intitolato "Care and treatment of children and adolescents experiencing gender dysphoria", con varie considerazioni meritevoli di riflessione. Le principali sono essenzialmente due. La prima concerne la disforia di genere nell’infanzia e nell’adolescenza, che i medici riconoscono essere «un'area emergente dell'assistenza sanitaria», sulla quale «le prove esistenti sulla salute e sugli esiti dell'assistenza clinica sono limitate». Ciò è dovuto, continua il documento, «al numero relativamente piccolo di studi, alle dimensioni ridotte delle popolazioni di studio, all'assenza di follow-up a lungo termine».

Semplificando, si può quindi dire che non esiste alcuna evidenza scientifica circa il fatto che assecondare le richieste dei minori desiderosi di «cambiare sesso» significhi fare il loro bene. Il che è naturalmente chiaro da tempo agli occhi di chiunque abbia buon senso, ma vederlo ammesso da un collegio medico scelto come consulente da un governo, ecco, fa davvero un certo effetto. Anche perché non è la sola ammissione fatta dal Racp.

La seconda – indiretta, ma non per questo meno rilevante, anzi – rivelazione del Royal Australian College of Physicians traspare fra le righe quando esso affermata che, nonostante la citata scarsità di prove inattaccabili su ciò che comporti il «cambio di sesso» nei giovani, sarebbe sconsigliabile un’indagine nazionale sull’argomento perché essa «danneggerebbe ulteriormente i pazienti vulnerabili e le loro famiglie attraverso l'aumento dei media e l'attenzione del pubblico».

In pratica, il Racp scrive che è meglio non indagare troppo sulla condizione dei giovani transgender, perché si rischia di sollevare un polverone a scapito dei «pazienti vulnerabili» e delle «loro famiglie». Ora, dinanzi ad un simile argomentare appare impossibile non chiedersi: perché non monitorare i giovani che subiscono precoci percorsi di riassegnazione del genere? Cosa c’è di così segreto - o di così sconveniente - che rischia di emergere? E ancora: per quale ragione la scienza, anziché assecondare la propria vocazione allo studio, sembra qui volerla soffocare? È davvero difficile eludere simili interrogativi. La sensazione è infatti che, col loro rapporto politicamente corretto, i medici australiani abbiano in realtà fatto capire a chiunque abbia orecchi per intendere che quella degli adolescenti Lgbt non è affatto un’esistenza felice.

Del resto, ad ammetterlo sono sempre più i diretti interessati. Basti pensare, per stare alle cronache dello scorso autunno, all’iniziativa di Charlie Evans, una giovane donna inglese di 28 anni che per 10 si è sentita maschio e che nel 2018 ha deciso di «tornare» al suo sesso originario, quello femminile appunto; non solo: nell’ottobre 2019 la Evans ha fondato Detransition advocacy network, realtà che la giovane ha voluto avviare dopo essere entrata in contatto, parole sue, «con tanti diciannovenni e ventenni che hanno subito un intervento chirurgico di riassegnazione di genere e che vorrebbero non averlo fatto perché la loro disforia non è stata alleviata, non si sentono meglio».

Che il fenomeno dei trans pentiti, per così dire, esista è provato anche da Inventing Transgender Children and Young People (Cambridge Scholars), un libro uscito pochi mesi fa a firma di due studiosi, Heather Brunskell-Evans e Michele Moore, che a loro volta hanno raccolto pareri di esperti sul boom di presunti «bambini trans» oggi «detransitioners», cioè pentiti e decisi a ritornare com’erano. Questa è probabilmente la scomoda verità che i medici australiani non si sono sentiti di rivelare al loro ministro della salute; anche se, come si diceva, le sue belle ammissioni il Racp le ha comunque fatte. Basta saperle cogliere.