• STORIA

I vangeli e l'ultima cena

Un'attenta ricostruzione storica fa superare le presunte discordanze tra sinottici e Giovanni a proposito della cena pasquale.

ultima cena
Tra le anticipazioni riguardanti il secondo libro del Santo Padre - in uscita la prossima settimana e di cui La Bussola Quotidiana ha già pubblicato due brani -  una di quelle che più hanno incuriosito i commentatori riguarda le presunte discordanze esistenti nei quattro vangeli nel datare l’ultima cena. Questo articolo tenterà semplicemente di ripassare in sintesi quanto descritto dagli evangelisti, accumulando gli elementi necessari a verificarne l’attendibilità storica, in attesa di poter approfondire meglio l’argomento aiutati dall’atteso volume del Papa: "Gesù di Nazaret. Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione”.   

Matteo (26,2) e Marco (14,1) scrivono che, immediatamente prima dei fatti che stiamo indagando,  mancavano due giorni alla Pasqua. Luca (22,1) si limita a riportare che si avvicinava la festa degli azzimi, chiamata Pasqua.


La Pasqua ebraica è abbondantemente descritta dal Pentateuco (Esodo 12,2-20; Levitico 23,4-8; Numeri 28,16-25; Deuteronomio 16,1-8) ed è celebrata per sette giorni (dal 15 al 21 nisan, giorni di convocazione sacra e di totale astensione dal lavoro); gli “azzimi” erano prescritti dalla sera del 14 nisan. Si ripuliva accuratamente la casa, ad evitare ogni traccia di pane lievitato.


Innanzitutto bisogna ricordare che il giorno ebraico inizia alle 18 di sera: perciò la “sera” (il calar del sole) del 14 nisan corrisponde alle primissime ore di quel “giorno” 14 di calendario lunare (è logico: cambia l’astro di riferimento). L’agnello veniva immolato nel pomeriggio (prima del tramonto) del 14 nisan e poi cotto e mangiato nella notte, entrati nel 15 nisan.


La pasqua ebraica fa memoria di quanto accadde quando il popolo ebraico visse il momento della liberazione dalla schiavitù in Egitto. Dalla descrizione degli avvenimenti che possiamo leggere nel libro dell’Esodo, la notte della liberazione è quella del 15 nisan: è la pasqua.


Il mese di nisan, secondo il calendario lunare allora in uso, è a cavallo dei nostri mesi di marzo ed aprile. Il mese di nisan era considerato il primo, contando dalla luna nuova dopo l’equinozio di primavera. Il mese lunare inizia infatti con la luna nuova e la notte del giorno 14 corrisponde alla luna piena. Questa annotazione è di straordinaria importanza, perché ancor oggi è possibile stabilire con esattezza i movimenti della luna nel periodo che ci interessa, correlandone le date al nostro attuale calendario (http://eclipse.gsfc.nasa.gov/phase/phases0001.html): per esempio dal 30 d.C. al 34 d.C. le date della luna piena successiva all’equinozio di primavera (la NASA le esprime con date del calendario giuliano), furono il 6 aprile (30 d.C.); il 27 marzo (31); il 14 aprile (32); il 3 aprile (33) e il 23 marzo (34).


Trasposte nel nostro attuale calendario gregoriano (http://www.fourmilab.ch/documents/calendar/) le date precedenti slitterebbero oggi a due giorni in meno, cioè rispettivamente al 4 aprile (nel 30 d.C.), 1 aprile (nel 33) e così via… Per il calendario ebraico tale data è in ogni caso sempre quella del 14 nisan. Gli anni prima del 30 d.C. e dopo il 34 non sono da prendere in considerazione per incompatibilità evidenti con gli anni di regno di Tiberio e la cronologia paolina, desumibile soprattutto dalla lettera ai Galati, secondo quanto già illustrato in altri articoli della “Bussola”.   


Ritorniamo ai quattro vangeli: essi sono concordi nel riferire molte informazioni assai precise.

I capi del sinedrio volevano eliminare Gesù, ma prima della festa, per evitare tumulti (Mt 26,5). Alla festa, abbiamo visto prima, mancano meno di due giorni: la festa è il 15 nisan, dunque a questo punto del racconto siamo o al 13 oppure al 14 del mese. Ed ecco ancora concordi gli evangelisti: è il primo giorno degli azzimi (Mt 26,17 e Mc 14,12), che Luca (Lc 22,7) specifica essere quello in cui si immola la vittima. Può essere soltanto il 14 ed esso corrisponde ad un periodo di 24 ore che va da tramonto a tramonto (nota bene: il giorno ebraico inizia attorno alle ore 18). Ad inizio primavera a quell’ora è ancora chiaro, ma ben presto scendono le ombre della sera. E riecco concordi i vangeli: “venuta la sera” (Mt 26,20 e Mc 14,17) è il momento dell’ultima cena (Lc 22,14).


Immaginiamoci la scena: alle 18 circa i discepoli chiedono dove preparare la cena. Gesù li invita ad andare dove indicherà un uomo che verrà loro incontro recando una brocca d’acqua. Là dovranno preparare. Non dice loro di arrostire un agnello. Ragionevolmente fu tutto pronto in un paio d’ore. Attorno alle 20 erano a tavola. Troviamo la scena anche nel vangelo di Giovanni (Gv 13,1) che specifica che è “prima della festa di Pasqua”.


Siamo, secondo il nostro calendario, nel giorno precedente (prima di mezzanotte) a quello che vedrà precipitare la situazione. Nel calendario ebraico, in anticipo di circa sei ore, è però già quello stesso giorno in cui, dalle prime ore del mattino al tardo pomeriggio (proprio nell’ora in cui vengono immolati gli agnelli per la cena pasquale), Gesù verrà processato, condannato, crocifisso e sepolto.

Qui il Papa Benedetto XVI, stando alle anticipazioni, dà chiaro assenso alla ricostruzione che riconosce nella cena con i discepoli un’anticipazione della cena pasquale rituale: Gesù sapeva che era lui l’agnello e che la sera successiva non avrebbe potuto fare la Pasqua con i suoi. 
       

Siamo nel primo giorno degli azzimi, non è la notte della cena rituale pasquale, è già il 14 nisan, il giorno in cui si immolano gli agnelli (Mc 14,12), che non è ancora Pasqua, non è ancora “festa”, è ancora un giorno adatto, secondo gli intendimenti dei cospiratori, per eliminare Gesù evitando tumulti.

Ecco a conferma un altro termine assai importante e chiarificatore: era la “parasceve” (Mc 15,42 e Gv 19,14), vigilia di sabato, che Luca definisce la vigilia di Pasqua (Lc 23,54). Un giorno in cui i capi del sinedrio evitavano persino di entrare nel palazzo di Pilato (impuro) per non contaminarsi (Gv 18,28) al punto che Pilato per interloquire è costretto ad un andirivieni tra l’interno e la piazza. Luca annota che, esaurito quel giorno, nel momento della sepoltura, era ormai la vigilia del sabato. E Giovanni specifica che quel sabato era solenne (Gv 19,31).


Quel 14 nisan era un venerdì, ma era iniziato, secondo il nostro modo di contare i giorni, prima della mezzanotte precedente, ossia di giovedì. L’ultima cena fu di giovedì (già il 14 nisan); i fatti cruenti della passione furono tutti nel corso del 14 nisan, di venerdì. Gesù fu sepolto verso sera, comunque prima del tramonto del venerdì.

Iniziava in quel momento “il giorno seguente” (Mt 27,62), quello dopo la parasceve: non è, come equivocano in molti, un clamoroso errore dell’evangelista Matteo, ma la logicissima conseguenza del fatto che, la sera stessa (che però era già un altro giorno, già entrati nel sabato solenne, prima della notte in cui si celebrava la pasqua), i sacerdoti ed i farisei, trasgredendo la legge, si riuniscono da Pilato per chiedere il permesso di mettere una guardia (delle loro, non romana) davanti al sepolcro sigillato. Matteo è preciso ed ironico: gli ipocriti tutori della legge smascherati nel far lavorare le proprie guardie proprio di sabato, per di più un sabato solenne, il 15 nisan!
   
Gesù fu visto risorto il primo giorno della settimana
, ovvero il primo giorno dopo il sabato, che poi è oggi la domenica. Lo troviamo descritto come “passato il sabato (Mt 28,1), al sorgere del sole; “al mattino del primo giorno della settimana” (Mc 16,9; Lc 24,1 e Gv 20,1).