• SIRIA

Il caro «vecchio amico» Bashar Assad

3 anni fa Napolitano volò a Damasco per insignire Assad della più alta onorificenza italiana. Poi ritiratagli dopo l'inizio della rivolta. Strano: ben voluto dai leader europei quando aiutava i terroristi islamici a combattere le forze occidentali in Afghanistan, e ora che combatte contro qaedisti e salafiti lo bombardano.

Napolitano premia Assad

L’apparente imminenza delle operazioni belliche anglo-americane contro la Siria, sembra riproporre gli interrogativi circa il ruolo dell’Italia, pressata tra l’interventismo anglosassone e francese e la posizione della Germania che ancora una volta (come fece in occasione delle guerre contro l’Iraq nel 2003 e la Libia nel 2011) si oppone all’uso della forza privilegiando il tentativo di trovare una soluzione politica. Un approccio certo più vicino a Mosca che vede nell’intervento militare guidato dagli Stati Uniti la volontà politica di far saltare il round di negoziati tra regime siriano e opposizione noto come Ginevra 2.

In questa fase interlocutoria, alla vigilia delle probabili incursioni aeree su Damasco, la posizione italiana appare un po’ ondivaga. Il presidente del Consiglio, Enrico Letta, dopo un colloquio telefonico con il primo ministro britannico, David Cameron, ha fatto sapere di convenire  “sul fatto che con l'uso massiccio di armi chimiche in Siria si è oltrepassato il punto di non ritorno”. Letta ha ribadito a Cameron la ferma condanna da parte dell'Italia dell'attacco del 21 agosto contro la popolazione civile siriana (peraltro non ancora dimostrato dai tecnici dell’Onu), definendolo un crimine inaccettabile che non può essere tollerato dalla comunità internazionale. Più decisa era sembrata poche ore prima Emma Bonino, il ministro degli Esteri che aveva messo in chiaro che l'Italia non parteciperà ad alcuna azione se non in presenza di un pronunciamento in tal senso delle Nazioni Unite.

Un po’ meno categorico è apparso invece il Ministro della Difesa Mario Mauro. "Dobbiamo essere estremamente responsabili e prudenti" di fronte all'opzione di un intervento militare in Siria, ha dichiarato Mauro auspicando che la "nostra voce" non sia "timida" nei confronti di Washington, Berlino e Parigi, ma "profondamente in sintonia" con il ruolo degli alleati. Difficile però essere in sintonia con chi vuole la guerra ad Assad e al tempo stesso anche con chi non intende parteciparvi.  Mauro ha sottolineato che "le consultazioni in corso con gli alleati" permetteranno di capire "quale sia soluzione più adeguata", ma allo stesso tempo "l'Italia deve continuare a indicare come strada privilegiata la soluzione politica" o di un intervento ma solo sotto l'egida delle Nazioni Unite. Mauro ha però ribadito che l’Italia darà "sicuramente l'assenso a quelli che sono gli orientamenti della comunità internazionale" ricordando che Roma "è fortemente impegnata in Afghanistan, in Libano, con un impegno che è anche assunto davanti al G20 sui destini della Libia"

Parole che sembrano voler anticipare eventuali richieste da parte degli alleati che, a differenza del conflitto libico del 2011, per attaccare la Siria non hanno bisogno né delle nostre basi né dei nostri aerei. Dopo aver “tradito” Gheddafi facendogli la guerra in barba al trattato di amicizia italo-libico, l’Italia ha già da tempo abbandonato anche il “vecchio amico” Bashar Assad per molti anni corteggiato e riverito da tanti governi italiani (ed europei) nonostante fosse un dittatore salito al potere dopo la morte del padre Hafez Assad che ha governato la Siria col pugno di ferro.

Per ricordare i fasti dell’amicizia tra Roma e Damasco non occorre sfogliare molto all’indietro il calendario. Nel marzo 2010, appena tre anni e mezzo fa e poco più di un anno prima dell’inizio della rivolta, il presidente Giorgio Napolitano si recò a Damasco per una visita di ben quattro giorni. All’epoca, giova ricordarlo, Bashar era già uno strenuo alleato dell’Iran, disponeva di armi chimiche e cercava di avviare un programma atomico, armava e finanziava i miliziani sciiti di Hezbollah e soprattutto aveva fatto eliminare o incarcerare numerosi oppositori al suo regime. Per dirla tutta Assad consentiva dal 2004 ai miliziani di al-Qaeda di attraversare il Paese per penetrare in Iraq e colpire le truppe statunitensi e alleate (anche italiani) e ospitava a Damasco i più importanti gruppi terroristici palestinesi.

Ciò nonostante nel marzo 2010, tra la firma di un accordo commerciale e l’intesa per la cooperazione bilaterale nel settore militare (con un Paese che disponeva già di 5 mila tonnellate di armi chimiche!) Assad ricevette da Giorgio Napolitano la medaglia di Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone, decorazione solitamente riservata ai capi di stato e conferita per premiare altissime benemerenze.

Dopo lo scoppio della guerra civile il governo Monti si schierò fin dall’inizio con gli Stati Uniti nel minacciare “opzioni militari” contro il regime siriano e ritirò l’onorificenza concessa ad Assad. Il sottosegretario agli Esteri Staffan De Mistura dichiarò in Parlamento che “il governo ha revocato per indegnità l’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce”.

Famiglia Assad amica della Famiglia Blair

Povero Assad, quando era amico dei terroristi ed eliminava senza troppo clamore mediatico dissidenti e oppositori, era ben voluto da tutti; oggi che combatte una guerra all’ultimo sangue contro qaedisti, salafiti, e altri avversari non certo migliori di lui viene esecrato da tutti, al punto da ritirargli persino le medaglie e di bersagliarlo con bombe e missili. Una sorte che accomuna il dittatore siriano a Saddam Hussein o a Muammar Gheddafi il quale, chiedendosi perché il presidente francese Nicolas Sarkozy volesse ad ogni costo la sua testa, domandò ironicamente se non fosse perché Tripoli non aveva acquistato i cacciabombardieri francesi Rafale che lo stesso Sarko aveva offerto al raìs pochi mesi prima di fargli la guerra.