• DITTATURA LGBT

Il "dovere" del coming out: 50 dichiarazioni nel 2020

L’anno della pandemia è stato anche l’anno dei coming out "eccellenti": Elly Schlein, Gabriel Garko, DJ Qualls, Ellen «Elliot» Page, Hig Roberts, Carolina Morace. I grandi media salutano con gioia. Ma è una liturgia che punta a ghettizzare anche chi vive il proprio orientamento sessuale in modo più discreto. 

Gabriel Garko

Elly Schlein, Gabriel Garko, DJ Qualls, Ellen «Elliot» Page, Hig Roberts, Carolina Morace, e tanti altri. È davvero ampio l’elenco di personalità provenienti da vari ambiti – dal mondo della politica a quello dello sport, da quello del cinema a quello della cultura – che in questo 2020 hanno deciso, come usa dire, di fare coming out, ossia di rivelare urbi et orbi il loro orientamento sessuale Lgbt. Secondo Federico Boni, attivista e firma del sito gay.it, a fare coming out sarebbero stati addirittura 50 vip: suppergiù uno a settimana. «Il 2020», commenta Boni alla luce di questi numeri, «è stato un anno ricchissimo, dal punto di vista dei coming out, con decine di personaggi più o meno famosi che hanno deciso di uscire allo scoperto, pubblicamente».

L’anno della pandemia, insomma, è stato anche l’anno dei coming out; con questo secondo fenomeno che, ovviamente, i grandi media salutano con gioia, interpretandolo come esempio da dare ai giovani che fossero ancora incerti nel dichiararsi gay, lesbo o trans. Che questo sia il convincimento di chi opera nel mondo della comunicazione e dell’informazione è provato anche dal fatto che i personaggi Lgbt ormai popolano lo schermo. Lo prova il rapporto di Glaad, organizzazione no-profit che si occupa di attivismo Lgbt, che, con riferimento all’anno 2019, ha messo in luce come, dei 879 personaggi delle serie tv americane, oltre il 10% di essi – ossia una quota almeno doppia rispetto a quella della popolazione reale - sia arcobaleno.

Ma torniamo ai coming out, che si stanno radicando come un tormentone non solo frequente ma che, ormai, costa critiche pesanti per chi osa solo non apprezzare. Ne sa qualcosa Mahmood, il cantante già vincitore di Sanremo 2019, il quale in passato ha evidenziato come, a suo dire, sbandierare la propria sessualità come sinonimo di identità crei delle etichette sbagliate non abbattendo, bensì ampliando le divisioni. Non l’avesse mai detto. «Purtroppo Mahmood ha perso un’occasione per stare zitto. La sua critica al coming out delle persone lesbiche e gay è del tutto fuori luogo», gli è stato prontamente risposto dal portavoce del Gay center, Fabrizio Marrazzo.

Analogamente, è finita nel mirino del sinedrio arcobaleno la cantante Gianna Nannini, figura che non si può certo considerare né bigotta né conservatrice - basti pensare che si è spinta a definire l’utero in affitto «un atto d’amore» - ma che ha grave la colpa, appunto, di non veder di buon occhio l’intoccabile coming out. «A me le divisioni, a partire da quelle di genere», ha dichiarato in proposito la cantante a Vanity Fair, «non mi hanno mai interessato granché. Ho sempre amato uomini e donne,  soprattutto non ho mai avuto freni nel sentire e seguire quello che volevo. Le ho sempre rifiutate, le definizioni. Al termine “coming out”, che ghettizza, ho sempre preferito la parola libertà».

Eppure, nonostante questa non banale osservazione della Giannini – la quale di tutto, lo si ripete, può esser tacciata fuorché di difendere da morale cattolica – il coming out si sta affermando non più come una libertà, bensì come una sorta di dovere. Hai per caso il dubbio, la sensazione, l’impressione di avere tendenze omosessuali o di percepire un’identità di genere diversa da quella biologica? Dillo, fatti avanti, non aver paura: questo, sia pure in sintesi, lo schema di pensiero che sta prendendo piede, e che non tiene conto di criticità che, ancora una volta, non riguardano certo solo il mondo conservatore.

Basti pensare alla frenata in corso, al livello internazionale, sui baby trans, con il Regno Unito che ha detto stop a terapie transgender e bloccanti della pubertà per gli under 16 senza prima il via libera di un giudice, il Royal Australian College of Physicians che a marzo ha risposto al suo governo che «le prove esistenti sulla salute e sugli esiti dell’assistenza clinica» dei minori che “cambiano sesso” «sono limitate» e la Svezia dove, dall’autunno 2019 i casi di minori con disforia di genere operati sono in forte calo a causa delle cautele sanitarie che si sono diffuse proprio con riferimento a farmaci e trattamenti ormonali per il «cambio di sesso». Tutto ciò per stare alla sola galassia transgender.

Ma ci sono anche tantissime altre storie personali – una delle più celebri è quella del nostro connazionale Luca Di Tolve, autore del libro Ero gay (Piemme, 2011) – che suggeriscono come, pur con tutto il rispetto per ogni vicenda e situazione individuale, la liturgia mediatica del coming out rischia di essere quanto meno incauta. Eppure, come si è visto, guai a contraddirla o anche solo a metterla in discussione. The show must go on.