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Il Kurdistan separatista è già sotto attacco

Dopo il referendum per l'indipendenza del Kurdistan iracheno, ampiamente vinto dai secessionisti, Baghdad minaccia concretamente un intervento armato. Già ci sono scaramucce nei pressi di Kirkuk. I cristiani denunciano una nuova minaccia di pulizia etnica, stavolta da parte dei curdi. Gli Usa tentano una mediazione.

Peshmerga curdi

Venti di guerra sul Kurdistan iracheno dopo le scaramucce di ieri a Kirkuk, città petrolifera dell'Iraq settentrionale, tra le milizie dei peshmerga curdi e quelle sciite di Mobilitazione popolare dopo il successo del referendum per l'indipendenza del Kurdistan. Il premier iracheno, Haidar al-Abadi, ha lanciato un ultimatum alle autorità curde di Erbil per la completa restituzione alla sovranità di Baghdad dell'area di Kirkuk, che i curdi hanno difeso contro le offensive dell’Isis “ripulendola” però da molti abitanti arabi e turcomanni con un’operazione di pulizia etnica.

Minacce e intimidazioni denunciate anche dal Movimento Babilonia, milizia che ha combattuto l’Isis nella Piana di Ninive, che ha accusato i curdi di intimidazioni e minacce di deportazione contro i cristiani che si sono opposti allo svolgimento del referendum sull'indipendenza nelle aree della Piana di Ninive, controllate dalle milizie peshmerga ma non facenti parte della regione autonoma del Kurdistan. I miliziani del Movimento Babilonia sono Caldei cattolici per la maggior parte inquadrati nelle milizie della Mobilitazione popolare (Hashid Shaabi), a maggioranza sciita. Secondo il portavoce del movimento, Dhafer Louis, prima del referendum molti cristiani hanno subito pressioni e minacce al fine di obbligarli a partecipare alla consultazione. In seguito, ha aggiunto Louis, sono stati intimiditi e minacciati di deportazione dalle aree controllate dai curdi perché non avevano accettato di votare, o avevano espresso la loro opposizione alla secessione dall'Iraq".

Nelle ultime ore a Kirkuk sarebbe in atto una mediazione statunitense tesa a evitare che il fronte ani-Isis si incrini in Iraq, ponendo le truppe irachene e le milizie sciite contro i curdi, situazione che avvantaggerebbe lo Stato Islamico ormai barricato solo in alcune ridotte della provincia di al-Anbar ai confini siriani.

Truppe regolari irachene e uomini delle unità paramilitari sciite avrebbero rioccupato alcune posizioni abbandonate dai peshmerga nei quartieri meridionali. L'intento di Baghdad è quello di riportare la situazione a quella in vigore prima del giugno 2014, quando di fronte all'avanzata dell'Isis gli iracheni abbandonarono Kirkuk che venne completamente conquistata dalle milizie curde, ma al tempo stesso il governo iracheno afferma di non voler la guerra con i curdi. Il comando congiunto delle forze irachene ha smentito le notizie sull'avvio di un'operazione militare a sud di Kirkuk, ammettendo solo "operazioni di perlustrazione e bonifica nelle aree" riconquistate dai jihadisti dell'Is che le avevano occupate durante l'avanzata del 2014.

Da quanto riferito all'agenzia di stampa Dpa da un ufficiale iracheno coperto da anonimato, le forze di Baghdad si stanno muovendo verso le aree controllate dai peshmerga nei pressi di Kirkuk, dopo aver liberato dall’Isis la regione di Hawjia, a sud ovest della città petrolifera. La fonte ha però aggiunto che non c'è stato alcun contatto diretto tra le forze irachene, sostenute dai miliziani sciiti delle Unità di mobilitazione popolare (Hashd al-Shaabi), e i combattenti curdi che nelle ultime ore si sono ritirati da due villaggi a sud di Kirkuk, Lo hanno reso noto fonti della stessa Mobilitazione popolare.  Le forze curde hanno rafforzato le loro posizioni nella stessa Kirkuk, portando da 4mila a 10mila uomini la guarnigione militare che difende la città.

Le tensioni tra le autorità centrali di Baghdad e quelle curde sono andate salendo fin dal 25 settembre scorso, quando i curdi hanno tenuto un referendum sull'indipendenza, giudicato incostituzionale da Baghdad e osteggiato anche da Iran e Turchia, ma dalle prossime ore potrebbero subire un’ulteriore escalation. Secondo quanto rivelato da fonti dell’amministrazione curda, il governo iracheno ha lanciato ieri un ultimatum alle forze curde di abbandonare Kirkuk entro le ore 2 (le una in Italia) e di ritirarsi sulle posizioni occupate fino al 6 giugno 2014, cioè prima dell’attacco dell’Isis e dell’intervento dei peshmerga a difesa della città.

L’ultimatum è stato reso noto in coincidenza con i colloqui tra il presidente iracheno Fuad Masum, che è di etnia curda, e i leader della regione autonoma a Sulaimaniyah. Proprio Masum avrebbe consegnato l’ultimatum di Baghdad ai curdi con la pretesa riconsegna della città e dei tre campi petroliferi circostanti da tre anni in mano ai curdi. Il premier del governo regionale del Kurdistan iracheno, Nechirvan Barzani, ha lanciato un appello alle autorità religiose irachene e alla comunità internazionale perché intervengano per evitare un conflitto tra le forze di Baghdad e i peshmerga che non sembrano intimiditi dall’ultimatum. "Se gli iracheni dovessero compiere qualche errore e muovere nella nostra direzione, daremo loro una lezione che non potranno mai dimenticare", ha dichiarato il comandante dei peshmerga nella zona ovest di Kirkuk, Kamal Kirkuky, nel corso di una conferenza stampa. "Non ci ritireremo dalle nostre posizioni e siamo pronti a qualsiasi confronto", ha aggiunto all'agenzia Dpa.     

Il segretario alla Difesa americano Jim Mattis ha detto ieri che Washington sta lavorando per ridurre le tensioni tra le forze federali e le forze curde irachene, esortandole entrambe a rimanere concentrati sulla guerra contro i jihadisti. Del resto gli USA hanno puntato tutto o quasi sul supporto alle forze curde in Iraq e Siria e un’eventuale invasione dei territori curdi da parte degli eserciti di Baghdad, Teheran e Ankara rappresenterebbe per Washington una disfatta politica e militare.