• LO STUDIO USA

La Sinistra religiosa non prega, ma pesa più di tutti

Qual è il gruppo politico più attivo? Quello della «sinistra religiosa». I credenti liberal che frequentano i luoghi di culto sono l’1% degli americani, ma sono la categoria con i più alti livelli di mobilitazione politica. Con un'impennata - guarda caso - dall'arrivo di Trump. La conferma da uno studio Usa.

Qual è il gruppo politico più attivo? Davanti a questa domanda, molti penseranno al populismo o all’ambientalismo, all’estremismo di destra o – per stare a fenomeni recenti – al movimento delle «sardine». Quasi nessuno, tuttavia, immaginerebbe l’esito di un recente studio statunitense a cura di Paul A. Djupe, della Denison University, e Ryan P. Burge della Eastern Illinois University, i quali hanno scoperto che il gruppo più attivo, nella politica americana, è quello della «sinistra religiosa».

Per arrivare questa conclusione Djupe e Burge hanno esaminato, per le annate dal 2006 al 2018, il Cooperative Congressional Election Study, un sondaggio nazionale stratificato effettuato su un campione di oltre 50.000 persone cui collaborano docenti universitari di atenei del calibro di Harvard; non parliamo insomma di un database di poco conto né inaffidabile, tutt’altro. Ebbene, a partire da questi dati i due ricercatori hanno scoperto che il gruppo politicamente più dinamico, come si diceva, è quello della «sinistra religiosa», il che non può non colpire.

Infatti, i credenti liberal e progressisti che frequentano assiduamente i luoghi di culto sono davvero rari e negli Usa superano di poco l’1% della popolazione, ma anche basandosi su parametri più elastici non si arriva che al 5%. Come mai, quindi, costoro sono la categoria di persone che più si impegna in manifestazioni, mobilitazioni e comizi? Per quale motivo un gruppo pur così ristretto riesce ad essere tanto significativo?

Secondo Djupe e Burge, ciò si spiega sulla base del fatto che i cittadini molto liberali sono, già di per sé, una categoria con alti livelli di mobilitazione; a ciò si aggiunga come il maggior coinvolgimento in una chiesa o congregazione sia a sua volta un indice predittivo della partecipazione nella vita pubblica, ed ecco che la «sinistra religiosa» si materializza in tutta la sua forza. Oltre a questa, i due studiosi hanno fatto almeno altre due scoperte su cui vale la pena spendere due parole.

La prima concerne la componente confessionale più vasta (25.1%) che, almeno negli Usa, sostiene la «sinistra religiosa», ossia quella cattolica; il che, considerando che l’ideologia liberal di cui si sta parlando è quella pro aborto, nozze gay e «dolce morte», appare abbastanza allarmante. Oltre a quella cattolica, compongono la «sinistra religiosa» le rappresentanze protestante, evangelica e, molto dopo, mussulmana (1,5%). Curiosamente, si nota anche un 7,1% di «non religiosi», cioè di persone che hanno un qualche legame e familiarità con luoghi di culto – motivo per cui possono essere classificate come religiose – ma rifiutano di identificarsi in una chiesa.

Un’altra scoperta di Djupe e Burge è quella del progressivo assottigliarsi, dal 2006 al 2014, della «sinistra religiosa», passata da oltre il 7,5% a meno del 5%, per poi risalire decisamente dopo il 2016. Come mai? Forse perché è stato eletto alla Casa Bianca un certo Donald Trump, spesso demonizzato in ambienti ecclesiastici? I due studiosi non avanzano ipotesi specifiche, ma fanno capire che la crescita della «sinistra religiosa» - che comunque già era il gruppo politico più attivo – non può non avere un qualche collegamento con il successo di Trump.

Ora, che cosa insegna questa ricerca, dai risultati per nulla banali? Potremmo dire che una prima lezione che dà sta nella conferma nella fede granitica che progressisti religiosi hanno verso la politica. Una fede persino più forte di quella religiosa vera e propria, come ha osservato Marcello Veneziani, secondo il quale i cattolici progressisti hanno più in simpatia i progressisti non cattolici dei cattolici non progressisti.

Una seconda lezione di questo studio, significativamente intitolato The Religious Left is Small But Loud - la «sinistra religiosa» è piccola ma forte -, consiste in un ammonimento di cui dovrebbero far tesoro i credenti conservatori, e cioè la necessità d’impegnarsi politicamente, di darsi da fare. Se infatti il vento culturale progressista appare prevalente (anche se poi le urne riservano sorprese), non è solo grazie ai media , ma è dovuto anche a quanto qui emerso: la  «sinistra religiosa» sa rimboccarsi le maniche, pianificare, lottare.

Ciò non toglie, tuttavia, come il destino del mondo non passi in ultima analisi dalla mobilitazione politica, ma dalla volontà di Qualcuno di più grande, ed apparentemente assente o addirittura inesistente. Un aspetto fondamentale che forse, in effetti, alla «sinistra religiosa» sfugge.