• CRONACA

L'«animalista» di Brembate

Un'associazione protesta perché il presunto assassino di Yara Gambirasio dalla stampa è stato definito "animalista": «Noi non commettiamo violenze», ha detto stizzito. Peccato che la realtà dica ben altro.

Il presunto assassino di Yara

Nella foto che viene sparata da giorni sui media, tanto da potersi considerare “ufficiale”, il presunto assassino di Yara è circondato da cani e gatti, perciò qualcuno ha cominciato ad aggiungere l’aggettivo «animalista» al suo nome. Niente di che, roba da sveltine giornalistiche, tipo «il muratore animalista di Brembate». In realtà, si vuol solo dire che gli piacciono le bestiole domestiche, ma all’Aidaa (Associazione italiana per la difesa degli animali e dell’ambiente) l’appropriazione indebita di copyright non è piaciuta e ci ha tenuto a precisare che «animalista» è termine che indica un preciso tipo umano e che questo non può essere, per definizione, un delinquente.

Dice il presidente dell’Aidaa, comunicandolo ai giornali, che «la violenza contro uomini o animali è ripudiata dal mondo animalista». Forse, tuttavia, per «mondo animalista» egli intende la sua associazione, perché se si allarga un po’ lo sguardo non pare proprio che tutti gli animalisti militanti siano delle mammolette. Giusto in queste pagine abbiamo riferito di quel povero circense addestratore di cammelli ucciso da un infarto dopo giorni di assedio da parte di animalisti che inveivano contro di lui al grido di «assassino».

Esiste, infatti, anche una violenza verbale. Ed esiste una violenza contro le cose. Le quali appartengono a persone e, se danneggiate, fanno male alle stesse, almeno al portafogli. I vari blitz nei laboratori clinici dove si effettuano esperimenti su animali, le scritte minacciose sulle porte delle abitazioni dei ricercatori, la diffusione delle loro foto con tanto di indirizzo e telefono sono gesti pacifici o violenti? Sì, davvero quello degli animalisti è un «mondo» e, perciò, ci sta dentro di tutto, dal metodo non violento al giacobinismo attenzionato (e talvolta incarcerato) dalla polizia. Un esempio del primo: l’inglese Buav (British union against vivisection) con un’azione di lobbying è riuscita a ottenere che il Parlamento europeo nel dicembre 2004 vietasse all’industria cosmetica i test su animali.

Gli esempi del secondo sono, ahimè, non pochi e, se uno ha la pazienza di leggere il lungo articolo di Giuseppe Gagliano («Aspetti dell’ecoterrorismo») apparso l’8 marzo 2014 sulla rivista online «Dissensi & Discordanze», ne trova un copioso e internazionale elenco. A far problema sono i cosiddetti gruppuscoli estremi, spesso costituiti da (è il caso di dirlo) quattro gatti. Come il britannico Shac, che è arrivato a irrompere nelle scuole frequentate dai figli dei «vivisezionatori» per mostrare ai ragazzini foto di animali «torturati». Negli Usa qualche «vivisezionatore» ha ricevuto lettere-bomba con lamette al topicida.

I cosiddetti «fronti per la liberazione degli animali», presenti in una ventina di Paesi, in qualche caso si sono segnalati per intimidazioni, aggressioni personali, devastazioni, auto bruciate e bombe «dimostrative». Il loro motto è, testuale: «Anche un solo topo morto per trovare un rimedio per tutte le malattie sarà inammissibile». Gagliano cita pure il caso dell’annuncio, su internet nel 2007, di contaminazione di liquido per lenti a contatto da parte dell’inglese Animal Rights Militia.

Niente di serio, ma la multinazionale Novartis, per sicurezza, ha dovuto ritirare dai negozi decine di migliaia di confezioni in Francia e in Inghilterra, avvisando, per giunta, coloro che le avessero già acquistate di buttarle. Certo, la filosofia animalista, in sé, è per forza di cose gandhiana, e sarebbe addirittura giainista (religione dell’India che rispetta perfino i moscerini) se allargasse il suo amore alle zanzare e a quegli animali che un tempo si chiamavano «nocivi».

Ma, come ben sapevano Robespierre e Lenin, c’è sempre qualcuno che si spinge più in là di te. O, fuor di metafora, che interpreta il tuo amore per il creato in senso fanatico. Anche i jihadisti sono musulmani, solo che lo sono un po’ più degli altri. Nel caso delle bestiole, proprio l’altro giorno il famoso presentatore televisivo DJ Francesco ha visto uno che maltrattava il suo cane e non ci ha visto più, così lo ha preso a cazzotti. Reazione istintiva e, perciò, comprensibile. Solo che il gesto è andato in prima pagina, con codazzo di commenti e malcelate approvazioni. Fa bene, dunque, l’Aidaa a indignarsi per l’indebito uso del termine «animalista» nel caso del muratore presunto assassino. Ma il «mondo» animalista forse dovrebbe fare chiarezza anche in casa propria, magari stilando un preciso statuto: le sigle che lo firmano (e rispettano) hanno il diritto di fregiarsi del termine, le altre sono fuori e bisognerà prenderne apertamente le distanze.