• NICHILISMO

L'idea diabolica: «I bambini assistano all'eutanasia!»

Che sia il caso di iniziare i bambini all’eutanasia, facendoli familiarizzare già in tenera età con la «dolce morte»? A chiederselo è una nota dottoressa canadese: «Il mio istinto mi dice che coinvolgere i bambini nel processo MAID della persona amata sarebbe probabilmente una delle esperienze più importanti e terapeutiche». Ecco dimostrata la «china scivolosa» della legalizzazione della morte di Stato.

Legalizzare l’eutanasia non rappresenta, come fior di bioeticisti da decenni avvertono, la fine di un problema; semmai, è l’inizio della fine. Una considerazione che trova nell’immagine della «china scivolosa» la sua più compiuta esemplificazione, anche se molti ancora ne dubitano. Peccato che invece la realtà, questa ostinata, continui a dimostrare che la «china scivolosa» - anche sotto un profilo meramente culturale - resti uno schema tristemente valido.

L’ultimo esempio ci viene dal Canada dove, dal giugno 2016, è entrato in vigore il Maid - acronimo che sta per Medical Assistance in Dying - e dove ora l’ultima frontiera del dibattito bioetico ruota attorno ad un nuovo dilemma: che sia il caso di iniziare i bambini all’eutanasia, facendoli familiarizzare già in tenera età con la «dolce morte»? A chiederselo non è qualche pazzo isolato, ma gli stessi esperti del settore.

Come la dottoressa Susan Woolhouse, co-presidente dell’Ontario College of Family Physicians Palliative/End of Live Care la quale, sul sito della University of British Columbia - non quindi su qualche blog di terz’ordine - ha avanzato apertis verbis la proposta di far sì che i bambini possano assistere all’eutanasia dei loro parenti. La Woolhouse - che, con oltre 70 casi di morte assistita già seguiti ora come esecutrice ora come valutatrice, non è esattamente la prima che passa - si è infatti accorta che quasi sempre chi chiede la «dolce morte» la ottiene in presenza di figli adulti o di nipoti comunque cresciuti; e quasi mai in presenza di fanciulli.

Il che, secondo la dottoressa, costituisce un limite non indifferente. A dirlo in modo chiaro è sempre lei, quando afferma che la sua sensazione è che bisognerebbe decidersi a superarlo, tale limite. «Il mio istinto», sono le sue esatte parole, «mi dice che coinvolgere i bambini nel processo Maid della persona amata sarebbe probabilmente una delle esperienze più importanti e terapeutiche per un bambino».

Non contenta, la Woolhouse avanza pure un’ipotesi di come si potrebbe preparare un minore ad assistere all’uccisione in diretta del nonno o di un suo zio anziano, e cioè fornendogli informazioni «oneste e compassionevoli sul Maid», e spiegandogli che «in Canada, quando qualcuno ha una malattia che causerà la morte del suo corpo, può aspettare che ciò accada o può chiedere aiuto ad un medico». A seguire, tutta una serie di elucubrazione alle quali rinviamo chi volesse leggersi integralmente il testo della Woolhouse, eloquentemente intitolato «Preparing children for the medically assisted death of a loved one».

Quel che qui è doveroso sottolineare è che ci troviamo di fonte ad un allucinante tentativo di indottrinamento eutanasico ai danni dei piccoli. Sì, perché un conto è sdoganare il tabù della morte - tema che di cui la società adulta laica e secolarizzata ha semplicemente terrore -, un altro, ben diverso, è iniziare i più piccoli all’omicidio della persona anziana o ammalata. Senza comunque dimenticare - cosa che furbescamente la Woolhouse fa - che non è vero che in Canada il Maid riguarda solamente chi è in procinto di morire, anzi. Ci sono tanti casi che dimostrano il contrario.

Si pensi, per esempio, alla sconvolgente storia di Sean Tagert, un malato di Sla di 41 anni della British Columbia che l’anno scorso ha chiesto - ed ottenuto - la «medically-assisted death»; ma non perché piegato sofferenza, bensì perché abbandonato dallo Stato in condizioni critiche e perché non riusciva a pagarsi l’assistenza domiciliare di cui aveva bisogno. Di qui un dubbio: che cos’ha esattamente da insegnare uno Stato che ai malati disperati non fornisce assistenza, ma solo scorciatoie per la morte? E quale insegnamento può arrivare ad un giovane da episodi come questo così come, più in generale, dalla consapevolezza che il sistema sanitario più che eliminare le malattie elimina i malati?

Questi e altri dilemmi, naturalmente, non sono affrontati dalla dottoressa Woolhouse né dai tanti tifosi dell’eutanasia di Stato. A loro interessa solamente diffondere una cultura di morte, facendo il possibile - venendo ad espressioni molto usate in questi giorni - per favorire il contagio.