a cura di Andrea Zambrano
  • RESISTENZE

L'ortolano di San Martino

Premetto che non sono stato io. E nemmeno che non so che viso avesse, neppure come si chiamava. Però ha tutta la mia stima e anche la mia riconoscenza. Questa mattina sul piazzale della mia chiesa parrocchiale è comparso un cartello anonimo appoggiato alla base del monumento prospiciente la chiesa di San Martino vescovo. 

Il cartello recitava così: Domenica 21 marzo 2021 In questa piazza e in Corso Umberto I, la polizia ha disperso gruppi di cittadini intenti a chiacchierare. Era dai tempi del Fascismo che non succedeva una cosa simile. Meditate...

Era successo questo. Alla fine della Messa delle 10.30, nonostante le raccomandazioni del parroco, siamo soliti fermarci a chiacchierare sul sagrato e soprattutto nella piazza antistante il sagrato della chiesa parrocchiale. Disobbediamo? Sì, contenti?

Si chiacchiera a gruppi di 3, massimo quattro persone, e tutti con mascherina e distanziamento. Quello delle chiacchiere post Messa è un rito scontato e piacevole, che sa di cose belle di una volta, di bambini che scorrazzano nel piazzale e mamme che dopo mezz'ora scappano per andare a mettere su l'acqua. 

Ma nel regime sanitocratico questo non solo non si può fare, ma è anche motivo di invidia da parte di chi invece, per rigore o per assenza vive con rabbia. Qualche giorno prima, infatti, in uno di quei gruppi sfogatoio "Sei di ... se..." un cittadino di San Martino aveva lanciato il sasso e aveva lamentato la presenza dei fedeli della Messa sul sagrato. Ne era seguita una discussione volta a rimbrottare al livoroso delatore che in chiesa le regole sono rispettate. Per la verità, il livoroso non aveva neanche tutti i torti, secondo la sua logica da travet del pandemicamente corretto. Il problema non era la Messa, ma le chiacchiere post messa. Perché le chiese sono aperte e i ristoranti sono chiusi? Per la verità io infatti direi che bisognerebbe aprire tutto, ma proprio tutto, anche le discoteche. 

Gli si poteva rispondere che le Messe sono servizi essenziali, mentre i ristornanti no. Ma è una scusa che poteva stare in piedi per qualche settimana quando nel 2020 qualcuno credeva ancora che il covid fosse una peste bubbonica incurabile e inaffrontabile. Dopo un anno di chiusure e di prese in giro anche i ristoranti sono servizi essenziali.

La polemica era stata tale e tanta che la domenica seguente, la polizia municipale ha così fatto capolino tra i fedeli. Gli agenti sembravano i cops spavaldi di Scuola di Polizia. Brillanti, ma goffi: "Allora, che cosa facciamo qua?", ha detto uno di loro con fare spaccone e per nulla preoccupato di rischiare il ridicolo. 

Beh, ce la siamo data tutti a gambe. Anche io sono scappato come un topolino che viene scoperto in dispensa dalla luce accesa. Io che dalle colonne di questo giornale mi vanto di essere un faro di libertà e di coraggio contro la dittatura sanitaria e il pandemicamente corretto. Sono scappato con la famiglia che sembravo un pusher beccato a passare una dose a un bambino di tre anni. Spariti tutti, volatilizzati in pochi istanti. Mica per timore, ci mancherebbe, ma per evitare rogne, discussioni inutili. A mezzogiorno della domenica, poi...

Stamattina, la sorpresa dopo la Messa con la presenza di quel cartello. Ripeto, non so che viso avesse neppure come si chiamava, però sono felice che a Messa con me ci sia, nascosto tra le mascherine Fp2 d'ordinanza, qualcuno che abbia compreso che questa grande paura non è altro che un modo per affermare senza spargimento di sangue un regime sanitocratico. 

Mi torna alla mente l'ortolano di Praga raccontato da Vaclav Havel nella Cecoslovacchia sovietizzata: staccò il cartello obbligatorio "proletari di tutto il mondo, unitevi" e dimostrò così che resistere era possibile. Allora fu un cartello rimosso, oggi un cartello comparso nella mattina della Domenica delle Palme, ma il messaggio è lo stesso: dobbiamo resistere a un regime, resistere alla pretesa del controllo della libertà e resistere alla pandemia della paura che ci fa accettare anche di non potere parlare pochi minuti all'aperto tra amici che non si vedono da tanto tempo, anzi che ormai si vedono solo a Messa. 

Resistere ai talebani della "mascherina per favore sul naso", ai leccaculo del distanziamento, ai delatori dell'assembramento, categorie sociali emerse in questi ultimi mesi.  

Insomma, a San Martino c'è un ortolano, non sappiamo chi sia, con che voce parli né di che colore siano i suoi capelli. E magari non è neanche un ortolano. Può essere un barista o un fisioterapista o un impiegato comunale, ma c'è un resistente con me. Per quanto mi riguarda la resilienza potete mettervela dove non batte il sole.