• DA SAN BENEDETTO IN POI

L'Unione Europea dell'arte e le sue radici cristiane

Caravaggio, Raffaello, Leonardo, Michelangelo, Giotto, Beato Angelico, Van Dyck, Rubens, il punto in comune di tutti questi nomi - così diversi per provenienza geografica e stile - è uno solo: la produzione artistica dell’Occidente nata dalla fede. L’affermarsi dell’Arte “cristiana” in Europa è andata di pari passo con la stessa realizzazione del concetto d’Europa dopo il crollo dell'Impero Romano e sull'esempio di san Benedetto. 

San Benedetto, patrono d’Europa: un’etichetta? Forse, potrebbe essere così. Che il santo di Subiaco abbia contribuito in maniera evidente alla creazione di un substrato europeo non ci sono dubbi. Questa, ormai, è opinione comune da quel 24 ottobre 1964, giorno della proclamazione - da parte di papa Paolo VI - del santo a patrono d’Europa. Ma, non sarebbe altrettanto giusto lasciare a lui tutto l’onore e l’onere di tale “impresa”. Certamente, la parola che viene più spontanea nel nostro Oggi è proprio “impresa”, visto le condizioni in cui - ultimamente - verte l’Unione Europea. Ma questo, è un altro discorso.

Torniamo alla nascita dell’ideale europeo, di questo “sogno” che sempre più, purtroppo, ha solo dell’utopico. Parola “magica” è la Bellezza: richiama un’infinita, sconfinata sequela di nomi che oltrepassano il tempo e lo spazio, che hanno prodotto opere ancora visibili e attuali nel nostro Presente: nomi di artisti (letterati, pittori, musicisti) che nella radice europea hanno trovato una collocazione e una propria origine. E questo “peccato originale” (o meglio, si tratterebbe di “grazia originale”: viene in mente la “felix culpa” del preconio pasquale, quasi) è stato compiuto grazie all’azione della Chiesa, nella veste di committente.

C’è un filo rosso che collega i nomi e le opere prodotte nell’Europa di ogni tempo, fatta eccezione per gli ultimi trenta-quaranta anni: la Chiesa ha contribuito a un’unione europea - prima ancora di quella meramente economica - fatta di ideali di cultura e bellezza, grazie alle commissioni di importanti opere artistiche, realizzate nel corso dei secoli, che hanno visto impegnati nomi come Caravaggio, Raffaello, Leonardo, Michelangelo, Giotto, Beato Angelico, Van Dyck, Rubens, Doré e tanti altri che sarebbe davvero troppo impegnativo poterli nominare tutti: ne risulterebbe un elenco sconfinato da riempire pagine e pagine di libri. Questi personaggi sono stati capaci «di tradurre il messaggio divino nel linguaggio delle forme e delle figure, rendendo sensibile il mondo invisibile», così papa Montini, Paolo VI, definiva il ruolo, il dono degli artisti. E aveva ragione, ovviamente.

Il punto in comune di tutti questi nomi - così diversi per provenienza geografica e per stile, naturalmente - è uno solo: la produzione artistica dell’Occidente – dalla Spagna alla Russia, dall’Italia ai Paesi scandinavi, come abbiamo capito – non può essere compresa separatamente dalle sue radici cristiane. E queste stesse radici sono inevitabilmente europee.

La Chiesa – ma potremmo parlare anche di "Chiese", come la Chiesa cattolica o quella ortodossa - ha fatto la sua parte in questo scenario. Questa importante eredità - che andrebbe risvegliata - era stata sottolineata così bene dall’esortazione apostolica di Giovanni Paolo II, “Ecclesia in Europa” (1999), un documento da riscoprire ancor di più in questo periodo post-covid: «Il tempo che stiamo vivendo appare come una stagione di smarrimento. (...) È smarrimento della memoria e dell'eredità cristiane, accompagnato da una sorta di agnosticismo pratico e di indifferentismo religioso, per cui molti europei danno l'impressione di vivere senza retroterra spirituale e come degli eredi che hanno dilapidato il patrimonio loro consegnato dalla storia. Non meravigliano più di tanto, perciò, i tentativi di dare un volto all'Europa escludendone la eredità religiosa e, in particolare, la profonda anima cristiana».        Le opere pittoriche, artistiche che l’Europa ha prodotto sono lì a ricordarcelo, come un monito per noi tutti, nessuno escluso. Anche per chi è poco avvezzo all’Arte.

Come in ogni cosa, c’è sempre un inizio, lo sappiamo bene. Verrebbe da sottolineare - allora - come la maggioranza delle opere artistiche a soggetto religioso cominci proprio con quella caduta dell’Impero Romano d’Occidente del 476, data in cui molti storici vedono l’affacciarsi dell’idea di Europa. È una congiunzione, questa, che suscita riflessioni e che ci rende responsabili (quella responsabilità di cui scriveva Giovanni Paolo II, nella citazione precedente) di una eredità di diversi millenni, vasta e poliedrica.

L’affermarsi dell’Arte “cristiana” in Europa è andata di pari passo con la stessa realizzazione del concetto d’Europa. Ed è stato così fin dai suoi  albori. L’Arte - da sempre - ha unito popoli, generazioni, estrazioni sociali: davanti a un mosaico, a una tela, a un affresco, ognuno perde la concezione del tempo - la famosa “sindrome di Stendhal”, per intenderci - e riesce a scoprire-riscoprire sé stesso, la propria identità. Da quel crollo dell’Impero Romano, ciò è accaduto - e le opere lo testimoniano, basti pensare alla “super inflazionata” (per citazioni e altro) Cappella Sistina - davanti a un’opera avente come soggetto pittorico quello religioso. Un perchè, forse, ci sarà.

Arte cristiana-arte europea: il loro sviluppo si è creato e ricreato su binari che potremmo definire paralleli. Hanno vissuto - per sintetizzare in poche parole - grazie alle stesse comuni radici e prendono linfa vitale dallo stesso “soggetto”: la Fede. Viene così in mente - come metafora - un dipinto poco conosciuto che però ci dà lo spunto per un augurio al tempo presente, vittima di un’arte più vicina alla morte che alla vita. E l’arte, per sua natura, non può che essere vita: addirittura eterna, se vogliamo, visto il suo perpetuarsi nei secoli. Il dipinto è “Il trionfo del Cristianesimo sui pagani”(1869), opera del pittore francese Gustave Doré. L’artista ci presenta un Cristo risorto, colmo di luce: un sole nascente dall’oscurità della notte. È stupefacente, immenso e grandioso: Cristo recante la croce in mano, ci dice che la morte non l’ha avuta vinta. È un quadro di un artista europeo, della secolarizzata Francia addirittura. Potrebbe far riflettere gli amanti dell’arte. E non solo.