• ORE DECISIVE

Pell, la sentenza e il pregiudizio anticattolico

Martedì si conoscerà il destino processuale del cardinale George Pell, cioè la decisione finale sul secondo ricorso presentato dal porporato contro la sua condanna a sei anni. Diversi gli scenari possibili. Intanto, la maggior parte dei media australiani continuano ad alimentare il pregiudizio anticattolico e anticlericale

Pell

Sta per scoccare l'ora del giudizio: alle 10 di mattina australiane, quando le lancette degli orologi italiani segneranno le due di notte, il cardinale George Pell conoscerà il suo destino processuale. Domani, martedì 7, è il giorno indicato dall'Alta Corte per la decisione finale sul secondo ricorso presentato dal porporato contro la sua condanna a sei anni.

Tre gli scenari possibili dopo la lettura della sentenza a Brisbane, città della costa orientale: se venisse respinto il suo appello, il cardinale rimarrebbe dietro le sbarre; qualora accolto, sarebbe immediatamente liberato; i sette giudici potrebbero anche rinviare il caso alla Corte d'appello di Victoria, la stessa che a maggioranza aveva confermato il verdetto di condanna lo scorso agosto.

Durante le udienze tenutesi davanti alla Corte suprema l'11 ed il 12 marzo, l'avvocato di Pell ha fatto valere le sue ragioni: secondo la tesi difensiva, Anne Ferguson e Chris Maxwell – i due giudici favorevoli alla condanna, contro il parere dissenziente del collega Mark Weinberg – avrebbero commesso un errore a dare per certa la credibilità del denunciante al punto tale di invertire l'onere della prova e chiedere ai legali dell'imputato di dimostrare l'impossibilità del reato ed avrebbero ugualmente sbagliato a non ritenere irragionevole il verdetto della giuria di primo grado nonostante la presenza di numerose prove e testimonianze che lo contraddicevano.

L'intera storia di questa vicenda giudiziaria obbliga ad essere soltanto cautamente ottimisti i sostenitori dell'innocenza del prefetto emerito della Segreteria per l'economia, nonostante le udienze di marzo abbiano visto Kerri Judd, direttore della pubblica accusa, in forte difficoltà di fronte alle domande dei giudici dell'Alta Corte.

Intanto, la maggior parte dei media australiani, purtroppo, continuano ad alimentare il pregiudizio anticattolico ed anticlericale che pare aver contrassegnato la via crucis giudiziaria dell'ex arcivescovo di Sidney sin dall'inizio: pochi giorni fa, con un tempismo sospetto, la Abc ha mandato in onda una puntata del programma "Revelation" totalmente incentrata a screditare Pell. Nell'anteprima, la conduttrice, Sarah Ferguson, aveva annunciato con grande enfasi nuove accuse contro il cardinale: in realtà, la trasmissione non ha fatto altro che dare spazio a due vecchie testimonianze già rese alla polizia tra il 2016 ed il 2017 ma cadute in sede di audizione e rigettate persino dalla pubblica accusa per mancanza di prove.

Pur sapendo che la pubblica accusa aveva deciso di non dover procedere sulla base di queste accuse, l'emittente più vicina al mondo progressista australiano ha ritenuto ugualmente di riproporle al pubblico a pochi giorni dalla sentenza definitiva della Corte suprema, presentandole – con toni e musiche strazianti ed accostandole a vicende giudiziarie estranee – come "nuove". Un'operazione mediatica che, alla luce di quanto successo fino ad oggi, non desta sorprese: John Macauley, figlio spirituale del cardinale ed accolito nella cattedrale di Melbourne al tempo dei fatti a lui contestati, ha raccontato al "La Nuova Bussola Quotidiana" che quello di Pell è "il primo caso nella storia giudiziaria australiana in cui la polizia ha indagato attivamente su un individuo nonostante non ci fossero denunce contro di lui. Anzi, hanno pagato per una pubblicità su un grande giornale chiedendo se qualcuno fosse a conoscenza di abusi sessuali avvenuti nella cattedrale durante il suo mandato episcopale". Macauley non ha mai dubitato dell'innocenza dell'ex tesoriere del Vaticano e lo ha sostenuto sin dall'inizio: "ero un accolito della cattedrale nel 1996, quando uno dei coristi afferma che l'arcivescovo Pell lo avrebbe violentato in sagrestia immediatamente dopo la Messa domenicale. Poiché so che questa affermazione è sia logisticamente impossibile sia fisicamente fantasiosa, ho seguito da vicino il caso".

Nella campagna contro il cardinale, secondo il suo ex ministrante, avrebbe influito, da una parte, lo scoppio dello scandalo sull'uso da parte della polizia di avvocati difensori come informatori, dall'altra la sua fama di "campione della minoranza conservatrice" del Paese che lo avrebbe reso il 'mostro' ideale da sbattere in prima pagina per deviare l'attenzione dell'opinione pubblica dall'inchiesta nata dalle rivelazioni della 'Lawyer X'.

Tra amici e sostenitori di Pell, l'attesa per la sentenza di domani trascorre tra la fiducia per il successo delle ragioni della difesa ed il timore per il vento ostile che soffia nei media nazionali. Il cardinale, invece, aspetta il giorno del verdetto finale nella sua cella del carcere di Barwon, dove è stato spostato lo scorso gennaio. Un suo ex collaboratore con cui è in contatto epistolare ci ha detto che questo trasferimento gli ha reso "la vita più facile". A causa dell'emergenza coronavirus, i detenuti della prigione di massima sicurezza della periferia di Melbourne non possono attualmente ricevere visite. Macauley ci ha raccontato che il cardinale "scrive molte lettere e trascorre il suo tempo occupandosi del giardino e aiutando nella pasticceria, che fornisce pane a tutte le carceri statali".

Nonostante le dure condizioni della prigionia e nonostante l'impossibilità di celebrare l'Eucarestia, il porporato offre quotidianamente la sua personale sofferenza in espiazione dei peccati dei membri del clero che hanno commesso abusi ai danni di minori. E in una recente lettera ha detto di sperare che domani "i giudici facciano la cosa giusta".