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Putin ed Erdogan d'accordo nel pacificare la Libia

La "diplomazia armata" di Russia e Turchia paga. Come in Siria, anche in Libia l'accordo fra le due fazioni in lotta, quella di Sarraj e quella di Haftar, che sono state costrette a sedersi attorno a un tavolo a Mosca per concordare una tregua duratura. Italia emarginata.

Tripoli

Sui campi di battaglia da Sirte a Tripoli la tregua in Libia regge mentre a Mosca il premier del governo di Tripoli, Fayez al-Sarraj, firma l’accordo per il cessate il fuoco davanti ai ministri di esteri e Difesa turchi e russi e il generale Khalifa Haftar prende tempo fino a questa mattina rifiutandosi di far ritirare le sue truppe dalle aree conquistate alla periferia della capitale libica.

Lev Dengov, a capo del Gruppo di contatto russo per la Libia, ritiene però che Haftar firmerà l’accordo perchè "per lui è importante mantenere la Russia come alleato. Difficile pensare di venire a Mosca per firmare un documento, promosso da Russia e Turchia, per poi non sottoscriverlo". L’osservanza incondizionata del cessate il fuoco, la definizione di una "linea di demarcazione" che le due parti non dovrebbero oltrepassare. La probabile costituzione di una fascia smilitarizzata tra i due contendenti ed una commissione militare sotto egida Onu che verifichi il rispetto della tregua sono tra gli aspetti salienti dell’accordo siglato a Mosca che costituisce il trionfo della “diplomazia armata” russo-turca dopo i reiterati fallimenti di Onu, Ue e Italia.

L'intesa prevede l’impegno delle due fazioni libiche a sostenere “l'iniziativa turco-russa per una cessazione duratura delle ostilità" e altri aspetti legati anche alla soluzione dei problemi umanitari e la ripresa economica del paese. Alle truppe del generale Haftar, che controllano gran parte della Libia, verrà affidata la responsabilità della protezione dei pozzi di petrolio e delle risorse di gas naturale del Paese, mentre vi sarà una supervisione internazionale dei porti libici. Il cessate il fuoco verrà garantito da forze militari russe, probabilmente appartenenti alla polizia militare come i reparti dispiegati al confine tra Siria e Turchia, mentre osservatori dell’Onu potranno compiere ispezioni lungo la fascia smilitarizzata che dovrebbe dividere le milizie dei due contendenti. "La presenza Onu può essere opportuna" in qualità di "osservatori" ha detto Erdogan sottolineando così che non dovranno esservi forze militari rilevanti in Libia dal momento che gli osservatori Onu sono solitamente disarmati.

Evidente quindi il successo di Vladimir Putin, che ha sempre espresso rammarico per non aver impedito la guerra della Nato contro Muammar Gheddafi, ma anche di Recep Tayyp Erdogan che ribadisce il ruolo della Turchia come potenza regionale dal Medo Oriente al Mediterraneo. Entrambi i presidenti vedono premiata la loro strategia, già collaudata con successo in Siria, basata sull’impegno militare teso a creare le condizioni per un vantaggioso accordo di cessate il fuoco: truppe, mercenari siriani, consiglieri militari e armi sono stati inviati da Ankara in aiuto a Tripoli mentre Mosca ha affiancato i suoi contractors alle forze di Haftar già sostenute da egiziani ed emiratini.

Certo molto c’è ancora da fare per stabilizzare la crisi libica che verrà di nuovo esaminata alla Conferenza di Berlino indetta per il 19 gennaio, ma che vedrà l’Europa in posizione di gregario, alle spalle di Russia e Turchia che hanno ormai assunto le redini dell’iniziativa. Anche a spese dell’Italia, ormai relegata a un ruolo marginale come dimostra l’affannosa corsa del premier Giuseppe Conte ad Ankara e poi al Cairo in cerca di rassicurazioni circa il fatto che gli interessi italiani in Libia verranno tenuti nella debita considerazione. Non è un caso che al vertice di Mosca abbiano preso parte rappresentanti di Egitto ed Emirati Arabi Uniti, ma non italiani o europei.

Difficile in ogni caso ritenere che al-Sarraj e Haftar possano mettere da parte i rancori determinati da nove mesi di guerra, ma la pace di Mosca e Ankara sembra aver dimostrato a tutti chi siano i veri arbitri di questa crisi ponendo condizioni che potrebbero rendere non conveniente ai leader libici rompere il cessate il fuoco.  Almeno per un po’.