• DECISIONE CHOC

Roma, chiese chiuse. Vogliono uccidere la speranza

In nome del "bene comune" tutte le chiese della diocesi di Roma sono state chiuse. E la presidenza CEI prospetta una simile soluzione per tutta l'Italia. Una decisione sconvolgente, senza precedenti, e totalmente irrazionale. E tutto questo mentre il decreto del governo lascerebbe la possibilità non solo di tenere aperte le chiese, ma addirittura di celebrare le Messe, a certe condizioni. Aggiornamento ore 13.00: Un nuovo decreto del Vicariato di Roma torna indietro sulla decisione di ieri pomeriggio e le chiese vengono riaperte. Presto un nuovo articolo che racconta le ultime ore convulse.
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Aggiornamento ore 13.00: Un nuovo decreto del Vicariato di Roma torna indietro sulla decisione di ieri pomeriggio e le chiese vengono riaperte. Presto un nuovo articolo che racconta le ultime ore convulse.

Siamo agli arresti domiciliari, ma l’importante – ci dicono – è la salute. E non è la linea guida del solo Governo: adesso ce lo impone anche la chiesa, con la “c” minuscola, perché la tastiera si rifiuta di fare diversamente.

Il cardinale vicario di Roma, Angelo De Donatis, ha emesso ieri un decreto (vedi qui), con il quale tutte le chiese della diocesi vengono interdette all’accesso dei fedeli; non solo niente Messa, ma anche niente possibilità di pregare davanti al Santissimo Sacramento. Ovviamente, il cardinale De Donatis ci ricorda che «questa disposizione è per il bene comune. Accogliamo le Parole di Gesù che ci dice “dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt. 18.20). In questo tempo, ancora di più, le nostre case sono Chiese domestiche».
Più che chiese domestiche, sono divenute vere e proprie chiese clandestine, che si devono difendere da uno Stato e da una gerarchia ecclesiastica perfettamente in sintonia per annientare la dimensione soprannaturale della vita. Caifa consegna a Pilato Gesù Cristo, nel suo corpo mistico: la passione è davvero incominciata. 200 casi di coronavirus in tutto il Lazio, - casi, non morti - e la chiesa dove il Papa è vescovo smobilita. Poco prima era stata pubblicata anche la nota della Presidenza CEI (Conferenza Episcopale Italiana), che lascia presagire che il provvedimento si allargherà a tutta l'Italia (clicca qui).

La notizia di Roma ci è rovinata addosso, mentre avevamo appena finito di scrivere un articolo sul fatto che bisognerebbe che qualche vescovo iniziasse a porsi la domanda circa la salute delle anime, ormai costrette ad essere private delle Sante Messe da giorni. E non si riesce a capire fino a quando; ma soprattutto non se ne comprende la ragione, viste anche le recenti dichiarazioni del Viceministro della Salute Pierpaolo Sileri, intervistato da Repubblica (vedi qui).

Alla domanda su cosa si intenda per divieto di assembramento, Sileri (dal minuto 8:08) rispondeva sensatamente che, per esempio, una partita di calcetto tra bambini, dove «c’è contatto, allora no; ma se invece io vedo tre bambini che stanno lontani tra loro, che si tirano una palla senza entrare in contatto, non credo che questo sia il problema. Quello che bisogna far capire è che sono state date delle regole, anche di distanza. Queste sono tutte misure che vengono chiamate di rarefazione sociale. Quindi, bisognerebbe solo spiegare di evitare che le persone stiano vicine tra loro. Un metro è sufficiente. Più di un metro anche meglio, quando ci sono più persone in un ambiente chiuso. È questa la cosa che va capita. Là dove tu pensi di entrare in contatto con più persone a meno di un metro, è meglio evitarlo».

Ecco, garantire una distanza: e non è possibile farlo in chiesa? O magari in celebrazioni all’aperto? I criteri forniti dal Viceministro sarebbero compatibili con la possibilità di celebrare nuovamente le Sante Messe, garantita l’osservanza dei criteri di rarefazione sociale; ed ancor più con la possibilità degli ormai pochi fedeli di pregare in silenzio davanti al Tabernacolo.

È vero che il decreto vieta qualsiasi cerimonia civile o religiosa, ma è proprio qui che i vescovi hanno il diritto e il dovere di interpretare la norma governativa, componendo il bene della salute del corpo con quello primario della salute dell’anima. È assolutamente necessario precisare che quelle celebrazioni liturgiche (Messe, adorazioni eucaristiche, Liturgia delle Ore, etc.) che soddisfano le norme di rarefazione sociale, non devono essere sospese (a riguardo, può essere molto utile leggere lo scambio tra l’avvocato Adernò e l’avvocato Patruno, vedi qui).
Perché si deve riconoscere la possibilità di accedere al supermercato o in farmacia, per soddisfare le esigenze del corpo, mentre non si può andare con criterio in una chiesa per corrispondere al bisogno dell’anima? Addirittura restano aperte le tabaccherie, ma le chiese no.

Non è possibile pensare di andare avanti praticamente fino a Pasqua, o chissà fino a quando, in questo modo, senza nemmeno tener presente le differenze tra diocesi e diocesi, tra paesi e paesi. La CEI dimostra di aver assimilato la linea irrazionale del Governo, che non fa alcuna distinzione tra le restrizioni richieste a Milano, dove la densità abitativa è di poco più di 2mila persone per Kmq, e il comune di Firenzuola, dove ci sono 17 persone per Kmq. Assimilazione a quel Governo che decide che uscire dal tuo comune per andare a fare una scalata invernale a duemila metri di altitudine può mettere a repentaglio la salute di altri. Capito? A duemila metri di altitudine, da solo, ma fuori dal tuo comune non ci puoi andare; meglio restare barricati dentro il proprio appartamento, magari un monolocale al centro di città affollate. Decisamente più salutare.

È questa congrega di funzionari ecclesiali che sta di fatto prospettando la chiusura delle chiese, non solo nella diocesi di Roma, ma anche su tutto il territorio italiano: «A ciascuno, in particolare, viene chiesto di avere la massima attenzione, perché un’eventuale sua imprudenza nell’osservare le misure sanitarie potrebbe danneggiare altre persone. Di questa responsabilità può essere espressione anche la decisione di chiudere le chiese. Questo non perché lo Stato ce lo imponga, ma per un senso di appartenenza alla famiglia umana, esposta a un virus di cui ancora non conosciamo la natura né la propagazione» (vedi qui). Ecco appunto: allora, in via preventiva, si chiude tutto.

È vitale che i sacerdoti ed i fedeli tutti facciano presente il proprio dissenso ai propri vescovi e anche alla stessa Conferenza Episcopale. Con quella carità che non conosce solo il rispetto per il prossimo, ma anche lo zelo per Dio e la salvezza delle anime. Ed è soprattutto necessario elevare preghiere e suppliche alla Santissima Vergine, perché questa storia ha molto di diabolico. E di idolatrico. La chiesa italiana ha deciso che dobbiamo prostrarci adoranti davanti alla dea Scienza, quella che ormai ha in mano il pensiero e le emozioni delle masse, al punto che sarebbero disposte anche a camminare a quattro zampe, se glielo dicesse lei, la Scienza. Gli altri parametri devono essere tutti subordinati.

Una chiesa totalmente indegna di San Carlo Borromeo, il San Carlo della peste che nel 1576 colpì Milano: 100 morti al giorno, per un totale di quindicimila, i due terzi della città. Cosa fece San Carlo? Chiuse le chiese? Sospese le Messe? No. Raccolse tutti i sacerdoti a disposizione e gli fece moltiplicare le Messe, soprattutto all’aperto; li mandò ad amministrare i sacramenti agli infermi e a confessare. E convinto che la peste fosse un castigo di Dio, pur esortando i milanesi alla cura dell’igiene ed alle necessarie precauzioni, iniziò una lunga catena di preghiere e processioni pubbliche. E lui a piedi scalzi, vestito di sacco, a portare il Santo Chiodo.

Ecco l’esito di questi pastori e teologi che per decenni ci hanno riempito la testa col fatto che Dio non castiga, che Dio non c’entra. Dunque state a casa, fatevi la chiesa domestica. E soprattutto seguite la santa Scienza.