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Samantha Power a capo di Usaid: più aborto nel mondo

Samantha Power, già ambasciatrice degli Usa all'Onu all'epoca dell'amministrazione Obama, è stata nominata a capo di Usaid, l'agenzia Usa della cooperazione allo sviluppo. Stando alle sue passate esperienze e alle intenzioni espresse da Biden, non ci sono dubbi che farà molto per esportare l'aborto e i "diritti riproduttivi" nel mondo. 

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Samantha Power

Negli Stati Uniti, la nuova amministrazione Biden-Harris ha adottato immediatamente l’approccio della “tabula rasa” in materia di diritto alla vita. Dal giorno uno, i proclami, gli ordini esecutivi e le dichiarazioni del presidente hanno impostato piani per cancellare tutte le leggi e i regolamenti che tutelano la vita, implementati da tutte le amministrazioni repubblicane, a partire da quella di Ronald Reagan.

Sulla scena internazionale, questo si traduce, ancora una volta, nella disponibilità a finanziare le organizzazioni che annoverano l’aborto fra i loro servizi medici rivolti alle donne nei Paesi in via di sviluppo e in quelli meno sviluppati, sotto la forma della cooperazione allo sviluppo.

Il principale attore statunitense della cooperazione allo sviluppo è l’Usaid, l’agenzia degli Usa per lo sviluppo internazionale, che quest’anno celebra il suo sessantesimo anniversario. La nuova amministratrice a capo dell’Usaid è ora Samantha Power, infine confermata dal Senato degli Stati Uniti il 28 aprile con un voto di 68 a 26, ricevendo meno voti rispetto a quelli della sua nomina ad ambasciatrice all’Onu, nel 2013 (erano 87 contro 13). Ha ricevuto ufficialmente l’incarico il 3 maggio. Per di più, l’amministrazione Biden ha elevato la Usaid al rango del Consiglio della Sicurezza Nazionale all’interno della Casa Bianca, per sottolineare ulteriormente l’importanza che attribuisce alla sua opera.

Samantha Power non è estranea al mondo della politica. È una giornalista molto nota, autrice di diversi libri, docente ad Harvard, già membro dell’amministrazione Obama, prima in veste di consigliere per la Sicurezza Nazionale alla Casa Bianca, poi come ambasciatrice all’Onu (dal 2013 al 2017). Fra i vari riconoscimenti, è stata inserita dalla rivista Forbes nella classifica delle 100 donne più potenti del mondo.

Con la sua personalità forte, la Power ha iniziato il suo nuovo lavoro con un programma ambizioso per l’Agenzia che lavora fianco a fianco con il Dipartimento di Stato per dispensare aiuti pubblici in tutto il mondo. Anche prima della sua conferma, il presidente Biden aveva già preparato un programma molto ampio interno e internazionale, annunciato assieme al prossimo bilancio pubblico.

Le Linee guida per la strategia provvisoria di sicurezza nazionale sono state pubblicate in marzo dal presidente Biden. Contengono alcuni passaggi chiave su come verrà condotta l’assistenza allo sviluppo: «Promuoveremo l’eguaglianza di genere, i diritti Lgbtq+ e l’avanzamento della condizione sociale della donna come parte del nostro più ampio impegno per uno sviluppo economico inclusivo e per la coesione sociale. Lo sviluppo globale è uno dei nostri migliori strumenti per formulare ed incarnare i nostri valori e, al tempo stesso, perseguire i nostri interessi di sicurezza nazionale. In sintesi, la nostra assistenza allo sviluppo all’estero e le nostre partnership sono la cosa sia più giusta sia più intelligente da fare».

Probabilmente non tutti concorderanno che queste siano le cose “più giuste e più intelligenti da fare”. Secondo altre fonti, sappiamo che l’amministrazione Biden finanzierà ancora le organizzazioni non profit che promuovono l’aborto come forma di “avanzamento della condizione sociale della donna”. Come lo stesso Biden ha già reso noto, non solo ripristinerà, ma aumenterà anche i fondi per l’Unfpa (Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione). Nel 2017, il presidente Trump aveva tolto fondi all’Unfpa che, secondo i dati dell’anno fiscale 2016 (terminato il 30 settembre di quell’anno) aveva ricevuto 67,9 milioni di dollari dagli Stati Uniti. Di questa somma, 30,7 milioni erano stati destinati a «Problemi di sviluppo della popolazione, soprattutto ai diritti riproduttivi e all’uguaglianza di genere».

La nomina di Samantha Power quale amministratrice della Usaid è stata salutata con entusiasmo dall’industria abortista. Anche prima delle elezioni presidenziali, un gruppo di 90 organizzazioni pro-aborto avevano pubblicato un manifesto dettagliato destinato agli amici nel Partito Democratico, in cui chiedevano la fine di tutti gli impedimenti, legali e di altra natura, che i Repubblicani avevano istituito in molti anni. La loro richiesta, intitolata “Priorità assolute” e la lista delle organizzazioni firmatarie, si può trovare qui.

Un forte promotore del programma abortista, Change (Center for Health and Gender Equity), organizzazione non profit con sede a Washington, in attività da più di 25 anni, monitora da vicino l’attività del governo sui diritti riproduttivi. Quando Samantha Power è stata nominata, Change ha emesso un comunicato stampa in cui esprime tutto il suo ottimismo.

Il più forte fra i promotori dell’aborto, Planned Parenthood, ha espresso la sua soddisfazione tramite un comunicato stampa del suo presidente, Alexis McGill Johnson, che recita fra le altre cose: «Dopo anni di politiche anti-abortiste, omofobiche, transfobiche, misogine e isolazioniste implementate dall’amministrazione del presidente Donald Trump, dopo la mancanza di uno sforzo coordinato e globale dell’amministrazione passata per combattere la pandemia di Covid-19, Power deve ripartire in quarta per proteggere e migliorare la condizione dei diritti umani e la salute di tutti».

Visti tutti gli elogi che ha ricevuto, da Samantha Power ci si aspetta molto sul tema dei diritti sessuali e riproduttivi. E considerata la sua passata esperienza, specialmente all’Onu, sfortunatamente, con tutta probabilità, manterrà le promesse.

* Vincenzina Santoro è un'economista specializzata in economia internazionale. Rappresenta l'American Family Association di New York presso l'Onu.

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