• AIUTO ALLA CHIESA CHE SOFFRE

Acs rilancia #MeToo: donne molestate per la loro fede

La fondazione pontificia Aiuto alla chiesa che soffre (ACS) sbarca sul patinatissimo Vanity Fair per ricordare che le violenze sulle donne non sono solo quelle denunciate dal movimento MeToo. I casi di Rebecca, Dalal e suor Meen sono un pungo in faccia allo sdegno da copertina: sono donne molestate e perseguitate per la loro fede

Rebecca

La fondazione pontificia Aiuto alla chiesa che soffre (ACS) sbarca sul patinatissimo Vanity Fair per ricordare che le violenze sulle donne non sono solo quelle denunciate dal movimento MeToo. La paginata pubblicata nell’edizione italiana della fiera delle vanità si rivolge direttamente ad Asia Argento, Meryl Streep, Sharon Stone e Uma Thurman chiedendo che le signore si spendano anche per le angherie che subiscono altre donne meno alla moda.

I casi di Rebecca, Dalal e suor Meen sono un pungo in faccia allo sdegno da copertina che caratterizza la campagna Me too all’occidentale. «Abbiamo voluto lanciare una provocazione», commentano Alfredo Mantovano e Alessandro Monteduro, rispettivamente Presidente e Direttore di ACS Italia. «Per questo chiediamo a quattro famose attrici di prendere a cuore anche le decine di migliaia di donne che in molti Paesi, soprattutto quelli in cui dominano i fondamentalismi religiosi, subiscono violenze indicibili solo perché professano una religione di minoranza, nella maggior parte dei casi quella cristiana».

C’è Rebecca, 28 anni, che è venuta recentemente a Roma per la campagna «Colosseo rosso», un evento di ACS che ha illuminato con il colore del sangue dei martiri l’anfiteatro Flavio. È una giovane donna nigeriana di religione cristiana schiavizzata sessualmente dai terroristi islamisti di Boko Haram. «Mi hanno violentata, tenuta prigioniera per due anni, hanno ucciso uno dei miei figli e mi hanno venduta come schiava».

Poi c’è la ragazza yazida Dalal, rapita a 17 anni nell’agosto 2014 in Iraq, insieme a due fratelli, due sorelle e la madre. Tenuta in ostaggio dai terroristi dell’Isis per nove mesi è stata venduta come un oggetto a nove uomini diversi. L’ultimo le ha permesso la fuga e per vendetta l’Isis le ha ucciso il fratello, la madre una sorella sono ancora nelle mani dei terroristi.

Il terzo volto è quello di suor Meena dell’ordine religioso delle Servitrici. Era impegnata al Centro pastorale di Divyajyoti a K Nuagaon, nel distretto indiano di Kandhamal, insieme al sacerdote Thomas Chellan, quando il 25 agosto del 2008 suor Meena, insieme a padre Thomas, è stata rapita e picchiata, denudata e fatta girare nuda per il villaggio. Vittima della violenza dei radicali indù, suor Meena è stata stuprata e costretta a sfilare nuda per 5 chilometri. Fu liberata in tarda serata da un blitz della polizia che però è stato tardivo: per tutto il giorno gli agenti non hanno fatto nulla, nonostante la donna implorasse il loro aiuto.

La campagna di ACS è una denuncia contro l’indifferenza occidentale che dimentica le donne che vengono torturate, violentate e molestate in nome della libertà di fede. Non ci sono solo le star e starlette di spettacolo che patiscono soprusi. La pioggia di sdegno che i media occidentali hanno dedicato alla campagna Metoo profuma di ipocrisia, visto che per decenni la nostra cultura ha sguazzato nell’irridere ogni regola morale e ora piange lacrime di coccodrillo per la perdita del rispetto.

Le signore e signorine dello spettacolo che hanno aizzato mezzo mondo contro alcuni produttori o registi, sanno bene che il loro mondo si regge su provocazioni e avance a cui anche loro, in qualche modo, hanno partecipato. Se ogni coercizione è da condannare, bisogna dire che la denuncia di Rebecca, Dalal e suor Meena ha un sapore più forte, anche perché impastato con le scelte di una quotidianità a cui manca l’ingrediente fondamentale della libertà.

Care Asia, Meryl, Sharon e Uma, indignatevi anche per loro, chiede ACS su Vanity fair. «Per contrastare l’intollerabile ipocrisia di chi si indigna solo per quel che accade nel cortile della propria abitazione». O nel proprio camerino.