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Al via l’udienza che decide sulla vita della piccola Tafida

Oggi, a Londra, l’Alta Corte inizierà ad analizzare il caso della bambina di 5 anni che si trova in stato di semi-coscienza. L’ospedale spinge per staccarle il supporto vitale. I genitori vogliono invece portarla in Italia, al Gaslini. Si annuncia una battaglia infuocata. E intanto l’NHS ha tentato di scippare la rappresentanza legale di Tafida alla famiglia, perché islamica.

Il conto alla rovescia è finito. Oggi, a Londra, inizia l’udienza davanti all’Alta Corte che deciderà sulla vita di Tafida Raqeeb, la bambina inglese di 5 anni che si trova in uno stato di semi-coscienza dopo aver subito un’emorragia cerebrale lo scorso 9 febbraio (clicca qui).

L’udienza, presieduta dal giudice Alistair MacDonald (già coinvolto nel caso del piccolo Isaiah Haastrup), dovrebbe protrarsi per cinque giorni, quindi fino a venerdì 13, e prevede l’analisi di due diverse istanze: la prima, proveniente dalla famiglia, chiede alla corte di pronunciarsi sul rifiuto del Royal London Hospital di rilasciare Tafida consentendo il trasferimento a un’altra struttura. Com’è noto, i genitori hanno già ottenuto dall’ospedale pediatrico Gaslini di Genova la disponibilità ad accogliere la figlia, fornendole le dovute cure. Di tenore opposto l’altra richiesta, presentata dal Barts, il trust del National Health Service che ricomprende l’ospedale londinese, e che cerca di ottenere l’autorizzazione a staccare il ventilatore.

Entra dunque nel vivo l’ennesima battaglia legale per disputare su ciò che nemmeno dovrebbe arrivare a essere oggetto di contesa in una società che si dice civile, ovvero il diritto alla vita di un innocente. E anche stavolta, come già fu per i piccoli Charlie Gard e Alfie Evans, si annuncia una battaglia infuocata, come ha confermato tra l’altro un fatto avvenuto quattro giorni fa con il clamoroso tentativo, portato avanti dal Barts, di scippare alla famiglia la rappresentanza legale di Tafida.

Giovedì 5, infatti, il trust del National Health Service ha presentato un’istanza all’Alta Corte chiedendo che venga eliminato il diritto della familiare (su cui vige il divieto della giustizia britannica a riportarne il nome) che rappresenta legalmente Tafida, sostenendo che nessuno dei membri della famiglia, in ragione della loro fede islamica, sarebbe in grado di tutelare il “miglior interesse” della bambina. La mossa, inaudita e che suona come un autogol, è arrivata dopo che la madre, Shelina Begum, un avvocato, aveva ottenuto dal Consiglio Islamico d’Europa una fatwa - un parere espresso su un caso specifico sulla base della legge islamica - in cui si afferma che sarebbe «un grave peccato» e «assolutamente inammissibile» per i genitori o chiunque altro rimuovere il supporto vitale. In breve, un parere in linea, in questa circostanza, con la legge morale naturale, stante il fatto che quel supporto aiuta Tafida a respirare e perciò ottiene il fine di preservarne la vita.

E, invece, esso è stato assunto a pretesto dall’avvocato del trust sanitario, Katie Gollop, per tentare di trarre vantaggio dalla situazione: «Il trust ritiene che, soprattutto alla luce della fatwa, nessun membro della famiglia è adatto ad agire come rappresentante legale». La Gollop ha poi aggiunto: «Non è possibile che la famiglia abbia una mentalità aperta sul fatto che una decisione nel miglior interesse presa dalla Family Division [dell’Alta Corte] è, o può essere, nel miglior interesse di Tafida». Un ridondante e vacuo gioco di parole per sostenere ancora una volta che il “miglior interesse” di una persona con una grave disabilità - qui una bimba di 5 anni - sia morire.

Ricordiamo che la Gollop è la stessa legale che rappresentò il Great Ormond Street Hospital quando si trattò di mettere a morte Charlie: in quel caso, ai genitori Connie e Chris era stata sottratta la rappresentanza legale del figlio, affidata a un tutore (presunto) “indipendente”, rappresentato a sua volta da Victoria Butler-Cole, presidente di un’organizzazione pro eutanasia.

In risposta alla richiesta del servizio sanitario britannico, l’avvocato della famiglia Raqeeb, David Lock, ha detto alla corte: «In qualunque modo la giri, è una dichiarazione scandalosa per un ente pubblico». Nelle sue affermazioni scritte, come riporta il Guardian, Lock ha quindi spiegato: «Rimuovere il rappresentante legale per il solo motivo che abbraccia i princìpi di una grande religione e quindi che, a causa delle sue convinzioni religiose, non si possa prevedere che agisca in un modo che rifletta gli interessi della bambina, non è solo altamente offensivo ma sarebbe anche illegale».

Alla fine il giudice MacDonald ha respinto l’istanza del trust, lasciando così la rappresentanza degli interessi di Tafida in seno alla famiglia, che attraverso la pagina Facebook “Save Tafida” (in cui chiede un aiuto economico per le spese legali e preghiere) ha espresso la propria indignazione per l’offesa subita. Ma non si può certo escludere che il team di legali dell’NHS, alla prossima occasione utile, ci riprovi.

E di certo il tentativo di giovedì scorso rappresenta un inquietante “salto di qualità” da parte della cultura, fondamentalmente atea, che disprezza la vita fragile: che questa cultura non si curasse di andare contro e calpestare il cattolicesimo, per la sua irriducibile difesa della vita umana, lo si sapeva già; ma il fatto che per portare avanti i suoi obiettivi (di morte) sia pronta allo scontro con la comunità musulmana (qui una famiglia corroborata, nella sua giusta idea di proteggere la vita della propria bambina, da un’istituzione islamica) si può registrare tra le novità.