• LA LETTERATURA NELLA GRANDE GUERRA/2

Alla ricerca delle stelle oltre la nebbia

«Il porto sepolto» è la poesia che dà il titolo originario alla prima raccolta di Ungaretti pubblicata nel 1916, durante la Prima Guerra Mondiale in ottanta copie. Che cos’è il porto sepolto? A sedici anni, quando ancora vive ad Alessandria, Ungaretti conosce due giovani ingegneri che gli raccontano di un «porto sommerso, che doveva precedere l’età tolemaica, provando che Alessandria era già un porto prima d’Alessandro». Il titolo del primo libro «deriva da quel porto», di cui ora non si sa più nulla, che giace custodito in fondo al mare.

La poesia appare come una pagina di diario, con l’indicazione del luogo e della data di composizione. Domina lo spazio bianco nella pagina (il cosiddetto blanchissement). Ungaretti non segue una forma metrica tradizionale, come il sonetto o la canzone, ma scrive una poesia breve, costituita di versi liberi in due strofe. Manca del tutto la punteggiatura. Il verso è spesso ridotto all’essenziale, a poche parole, quelle che possono trasmettere la scoperta fatta dal poeta quel giorno.

Leggiamola:

Vi arriva il poeta

e poi torna alla luce con i suoi canti

e li disperde

Di questa poesia

mi resta

quel nulla

d’inesauribile segreto

La poesia è come un inabissamento nella profondità del mare alla ricerca della verità e del senso della realtà. Il poeta desidera trovare le radici della storia, della civiltà, della vita, vuole cogliere l’essenziale delle cose. Nel contempo, il poeta è colui che vuole discendere nella profondità del suo io, del suo vissuto e della memoria. «Il porto sepolto» a detta di Ungaretti «è ciò che di segreto rimane in noi indecifrabile». Così, «trovare una parola significa penetrare nel buio abissale di sé senza turbarne né riuscire a conoscere il segreto».

Ungaretti è da sempre animato da questo desiderio sincero di andare nella profondità delle cose. La sua poesia vuole raccontare la scoperta della realtà e della verità. In Ragioni d’una poesia Ungaretti (1888-1970) scrive: «Il mistero c’è, è in noi. Basta non dimenticarcene. Il mistero c’è, e col mistero, di pari passo, la misura; ma non la misura del mistero, cosa umanamente insensata; ma di qualche cosa che in un certo senso al mistero si opponga pur essendone la manifestazione più alta: questo mondo terreno considerato come continua invenzione dell’uomo».

L’opera che comprende tutte le raccolte di Ungaretti porta il significativo titolo Vita di un uomo. La poesia si propone, allora, come testimonianza di un cammino, di un percorso umano, di una scoperta della realtà che matura nell’esperienza, possibile in un confronto costante con la propria umanità. 

La poesia di Ungaretti rimane grande ancora oggi, proprio perché è uno scavo nella profondità dell’animo umano. A commiato della raccolta Il porto sepolto Ungaretti porrà proprio questi versi: «Quando trovo/ in questo mio silenzio/ una parola/ scavato è nella mia vita/ come un abisso».

Così come al fondo del porto sepolto giace la verità, allo stesso modo dopo tre anni di guerra e di atrocità, trovandosi in Francia sul fronte occidentale, Ungaretti scrive che al di là della nebbia si trovano ancora le stelle. Ecco il testo:

Dopo tanta
nebbia
a una
a una
si svelano
le stelle

Respiro
il fresco
che mi lascia
il colore del cielo

Mi riconosco
immagine
passeggera

Presa in un giro
immortale

Il titolo è rivelatore di uno stato d’animo particolare, rasserenato, uno di quei momenti in cui il poeta ha la percezione di intravedere una via di uscita, in mezzo a tante atrocità. Infatti, al di là delle nebbie che si diradano Ungaretti scorge le stelle, che rappresentano il desiderio di vita, di amore, di felicità del poeta. Il cielo torna a colorarsi e a trasmettere così aria di vita nuova. I versi sono intrisi di percezioni sensoriali molteplici, che coinvolgono tutta la persona: alla vista («si svelano/ le stelle», «il colore del cielo») si unisce il tatto («il fresco/ che mi lascia») in un’efficace sinestesia. 

Non è un sentimento dimentico della reale condizione dell’esistenza, improntata alla precarietà, tanto che Ungaretti scrive: «Mi riconosco/ un’immagine/ passeggera». La brama d’infinito non cessa di palpitare nel cuore del poeta («Presa in un giro/ immortale»).

Il verso è scarnificato, ridotto spesso ad uno o due termini. Le quattro strofe presentano immagini d’infinito e di finito: nella prima la nebbia è accostata alle stelle; nella seconda domina la visione speranzosa del colore del cielo; nella terza ritorna la percezione della precarietà della vita; nell’ultima i versi si spalancano ad un desiderio di assoluto. L’impressione che la lettura lascia è positiva, ottimista, nonostante il male e le atrocità della guerra.