• USA E ISRAELE

Ambasciata a Gerusalemme, vittoria (postuma) di Bannon

Chi è l'artefice della decisione di trasferire l'ambasciata Usa da Tel Aviv a Gerusalemme, riconoscendo anche ufficialmente quest'ultima quale capitale di Israele? Se tutti pensano a Jared Kushner, genero di Trump, ebreo, presente alla cerimonia, sfugge che l'idea fu del "cristiano sionista" Steve Bannon. Ormai fuori dai giochi.

Steve Bannon

Lunedì 14 maggio, nel 70° anniversario della nascita dello Stato d’Israele, è stata inaugurata l’ambasciata degli Stati Uniti d’America a Gerusalemme: ovvero Washington ‒ e Vienna, e Praga, e Bucarest, e Budapest ‒ ha riconosciuto la Città santa come capitale dello Stato ebraico. In realtà, sembra trattarsi ancora solo di Gerusalemme Ovest, giacché Gerusalemme Est - in arabo al-Quds, “la santa” - potrebbe in qualche modo restare ai palestinesi. Come, dove e quando è tutto da vedere, ma è un dato di fatto che così facendo gli Stati Uniti stiano mettendo i palestinesi di fronte alle proprie responsabilità in una occasione storica unica e che lo spostamento dell’ambasciata statunitense si sia potuto fare solo con il consenso del mondo sunnita.

Il motivo dei sunniti è palese: la rivalità con gli sciiti (reggentisi sull’asse Iran-Siria e sostenuti dalla Russia) per l’egemonia sul mondo musulmano, che giocoforza spinge i sunniti ad allearsi con Israele e con gli Stati Uniti. Ma la “questione Israele” non è condizionata solo dallo scontro fra sunniti e sciiti: esiste anche un secondo scontro, tutto interno al mondo sunnita. Quello per l’egemonia dei sunniti stessi, contesa fra Arabia Saudita e Turchia (per il momento il blocco sciita non ha la voglia o forse la forza di scatenare conflitti interni di leadership e sfrutta alla meglio la protezione garantita dal grande alleato russo). Il fatto che l’Arabia Saudita sia schierata con Israele e con gli Stati Uniti porta dunque automaticamente la Turchia sul fronte opposto, non lontano dalle posizioni del blocco sciita e della Russia. La Turchia però fa parte della Nato, e questo complica tutto.

Nel passato recente Ankara è arrivata ai ferri molto corti con Mosca, ma gli sviluppi della guerra all’Isis (i cui successi si debbono in massima parte ai curdi e agli americani) l’hanno poi indirizzata a un accordo con la Russia nel cui quadro essa sarà libera di chiudere come vorrà la partita con i curdi che, vinti i terroristi, ora rivendicano l’indipendenza, dunque di spartirsi con Damasco e con la stessa Russia certi territori siriani del dopoguerra.

La Turchia si trova quindi ad appoggiare le forze palestinesi più anti-israeliane: Hamas. E qui la vicenda s’infittisce ancora. Primo perché Hamas sta sfruttando l’occasione per cercare di strappare la leadership del mondo palestinese ad al-Fatah e mettendo in conto a Israele quanti più morti possibili. Secondo perché Hamas è sunnita e così facendo rompe, assieme alla Turchia, il consenso del mondo sunnita. Terzo perché in questo modo Hamas s’infeuda come non mai ad Ankara (parte del suo quartiere generale è in Turchia dall’inizio della guerra civile siriana). Quarto perché, pur essendo sunnita, Hamas è sempre stata ampiamente foraggiata dal mondo sciita (fino allo scoppio della guerra civile siriana il suo quartiere generale era a Damasco e ora la parte di esso che non si trova in Turchia è nel Qatar sunnita che l’Arabia Saudita ha ostracizzato per essersi avvicinato al blocco sciita).

Quel che più interessa ora però, soprattutto e anzitutto perché è l’aspetto meno evidenziato dai media, è che il mito dell’indivisibilità di Gerusalemme, sancito nella legge fondamentale (di valore costituzionale) che la Knesset - il parlamento israeliano - ha approvato nel 1980, è solo un ricordo. Il governo di Benjamin Netanyahu non usa più quel linguaggio da tempo. Certo, è l’unico modo in cui Israele ha potuto strappare l’appoggio dei sunniti in quota saudita, ma forse non è l’unico motivo.

Lunedì le telecamere del mondo hanno sottolineato che all’inaugurazione della nuova ambasciata americana a Gerusalemme il presidente Donald J. Trump non c’era. C’erano la figlia Ivanka e il genero Jared Kushner. Per qualcuno è la conferma della supremazia del potere personale di Kushner su Trump, se non altro su questo scacchiere, e questo perché proprio Kushner sarebbe l’artefice del riconoscimento americano di Gerusalemme capitale. Ma non è vero. Anzitutto Kushner è il consigliere anziano del presidente americano; dunque non è strano che fosse lui a rappresentare la Casa Bianca. Poi Trump, amico granitico d’Israele, non solo può ma deve permettersi di mantenere il distacco: il Paese più importante del mondo ha amici e alleati, ma non è un lacchè. Terzo, e più importante, Trump era assente giustificatissimo. Melania, la moglie, ha subito un intervento al fegato da tempo programmato ed è convalescente; il marito è rimasto con lei. Quanto a Kushner, il suo ruolo di presunto regista nei recenti avvenimenti israeliani è di fatto una conclusione tratta da tre elementi. Kushner è ebreo (e la moglie Ivanka, figlia di Trump, si è convertita all’ebraismo), è legato agli ambienti finanziari internazionali detti “globalisti” e gli ebrei sono “gran parte” di quel mondo finanziario “globalista”. Solo che così assomiglia a un processo alle intenzioni che puzza di complottismo.

La realtà infatti è diversa. Il grande artefice del riconoscimento americano di Gerusalemme capitale è, sin dai tempi della campagna elettorale per le presidenziali del 2016, l’ex capo stratega della Casa Bianca, Steven K. Bannon. Per comodo, è stato definito antisemita, ma è l’esatto contrario. Supporta Israele da posizioni decisamente di destra, che la stampa di bocca buona definirebbe “nazionaliste”, e si è persino definito un “cristiano sionista orgoglioso”, cosa che lo rende incompatibile con l’essere - come qualcuno ha detto e si continua a ripetere - un seguace dell’ariosofo antisemita italiano Julius Evola (1898-1974). Se la Casa Bianca è filoisraeliana è ampiamente merito suo e dunque il riconoscimento americano di Gerusalemme capitale d’Israele potrebbe essere una sua vittoria postuma, ampiamente sostenuta dall’imprenditore ebreo-americano Sheldon Gary Adelson, il terzo uomo più ricco degli Stati Uniti e il 12° del mondo (secondo Forbes nel 2008), da sempre grande sostenitore dell’impegno conservatore e Repubblicano a favore d’Israele.

Bannon infatti alla Casa Bianca non c’è più, per colpa di Kushner. Ma ciò non implica che oggi prevalga l’“ala Kushner”. Molti elementi lo indicano con chiarezza. A essi si aggiunge ora il ripudio dell’accordo sul nucleare iraniano, da appaiare al riconoscimento di Gerusalemme capitale e quindi non certo ascrivibile al “globalismo” dell’“ala Kushner”; semmai all’“ala nazionalista” rappresentata per esempio  dal Consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton.

Bannon ha sempre accusato Kushner di freddezza nei confronti d’Israele. Per cui delle due l’una: se il riconoscimento di Gerusalemme capitale è merito di Kushner e non di Bannon, si spiega così la porta aperta lasciata su al-Quds da un mondo che preferisce giocare su molti tavoli invece che sostenere “nazionalisticamente” Israele. Ma se - com’è verosimile - si tratta invece di una vittoria postuma di Bannon, l’apertura al mondo sunnita sarebbe da leggersi come l’impossibilità di fare altrimenti in nome della pace (muoversi senza il consenso di Riad avrebbe scatenato la guerra).

In questo quadro grande, forse una luce potrebbe tornare ad accendersi sugli eroici curdi che hanno debellato l’Isis, ma che ora Siria e Turchia stanno cercando di annientare. Ankara pensava di poter agire protetta dall’ombra della Nato. Ma se la Turchia passa all’altro fronte, accodandosi con i russi, con Damasco e sostenendo Hamas contro Israele, forse gli Stati Uniti non saranno più disposti a coprirne le malefatte in Kurdistan. E dato che la storia si fa pure con i “se” e con i “ma”, ciò potrebbe persino convincere Israele a sostenerli in funzione antiturca. Per i curdi sarebbe un sollievo.