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Ambasciata Usa a Gerusalemme: il sasso nello stagno

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“È il momento di riconoscere Gerusalemme capitale di Israele”. Con questa frase il presidente Usa Donald Trump ha annunciato la prossima attuazione di una delle sue promesse più attese: lo spostamento della sede dell’ambasciata statunitense in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme. Si tratta di una dichiarazione che non ha ancora un seguito pratico, perché il presidente Usa ha contestualmente firmato per il rinvio del trasferimento di altri sei mesi. In ogni caso, il sasso è stato lanciato nello stagno: il Medio Oriente era finito in fondo alle priorità internazionali, ora è tornato improvvisamente in primo piano.

“Non possiamo risolvere la questione mediorientale con il vecchio approccio, ne serve uno nuovo – ha spiegato Donald Trump nel suo annuncio - Vogliamo un accordo di pace che sia un grande accordo per gli israeliani e i palestinesi. Non si può continuare con formule fallimentari. La scelta di oggi su Gerusalemme è necessaria per la pace”. Da Israele è giunto il plauso da tutte le autorità. Il premier Benjamin Netanyahu ha definito la scelta di Trump “una pietra miliare, un atto giusto e coraggioso, un passo verso la pace”. “Nel 1948 il presidente Truman fu il primo leader mondiale a riconoscere lo Stato di Israele, e oggi il presidente Trump ha corretto un errore storico riconoscendo Gerusalemme come nostra capitale”, è stato poi il commento dell’ambasciatore di Israele alle Nazioni Unite, Danny Danon. Un ringraziamento ufficiale è giunto anche dal presidente dello Stato ebraico, Reuven Rivlin: “Non c'è regalo più bello né adeguato, quando ci avviciniamo ai 70 anni dell'indipendenza dello Stato d'Israele (…) è un risultato nel riconoscimento del diritto del popolo ebraico alla nostra terra e una pietra miliare nel nostro cammino per la pace”. Nello Stato ebraico, insomma, c’è aria di festa e di amicizia rinnovata con gli Stati Uniti, dopo otto anni di freddezza e di umilianti concessioni imposte dall’amministrazione Obama.

Il presidente americano Donald Trump ha però anche firmato, appunto, il consueto rinvio del trasferimento. Infatti, questa non è una novità: lo spostamento dell’ambasciata americana a Gerusalemme è stato votato in Congresso nel lontano 1995, con una legge proposta dal repubblicano Bob Dole (ex candidato presidenziale). La legge è stata però sospesa per sei mesi da Bill Clinton, con un provvedimento che è diventato consuetudine. Di sei mesi in sei mesi viene rinnovato, chiunque sia al governo. Anche George W. Bush, prima di Trump, aveva promesso di mettere finalmente in pratica la legge di Dole, ma rinviò la decisione fino alla fine del suo secondo mandato.

Anche Trump, dunque, si unisce alla lunga lista di presidenti che riconoscono Gerusalemme capitale di Israele, ma all’atto pratico tengono l’ambasciata a Tel Aviv? La decisione di rinviare il trasloco è stata presa, secondo la Casa Bianca, “per massimizzare le possibilità di negoziare con successo un accordo fra Israele e i palestinesi”. Per quanto riguarda l’ambasciata la “questione non è se, ma quando” sarà spostata. E’ dunque la solita strategia di Trump: dare ad intendere all’interlocutore che d’ora in avanti tutto è possibile, anche l’impensabile, ma poi, all’atto pratico, muoversi con cautela estrema. Infatti Trump, in un momento delicato di conflitto fra sunniti e sciiti, mentre cerca di cementare la sua alleanza con l’Arabia Saudita (in funzione anti-iraniana), non ha alcuna intenzione di sparigliare le carte. Non subito. Non senza aver accertato, prima, in questi sei mesi almeno, che un’ambasciata a Gerusalemme invece che a Tel Aviv non provochi conseguenze troppo forti.

Tuttavia, anche le dichiarazioni stesse provocano conseguenze. Tutti i leader europei, da Macron in Francia alla Mogherini nell’Ue, dalla Merkel a Gentiloni, condannano con toni più o meno duri la decisione del presidente americano (con l'unica eccezione della Repubblica Ceca, che ha riconosciuto "Gerusalemme Ovest" capitale di Israele). Ma finora l’Europa è stata molto in disparte nel processo di pace mediorientale. La Russia è molto più influente, ma il Cremlino, almeno fino ad oggi, ha mantenuto un atteggiamento prudente e di attesa. Al contrario, la Turchia di Erdogan è stata attivissima fin da prima dell’annuncio nel denunciare la decisione americana, giudicata “incompetente” e “illegale”.

Il governo autonomo palestinese ha subito promesso “tre giorni di rabbia” che culmineranno nella preghiera del prossimo venerdì 8 dicembre, quando molti palestinesi si raduneranno nelle moschee di Gerusalemme. Israele si sta già attrezzando per affrontare una (molto probabile) guerriglia urbana. Tutti i partiti palestinesi, pur con toni diversi, lamentano la fine del negoziato per l’obiettivo “due popoli in due Stati”. L’Olp: “Riconoscendo Gerusalemme capitale di Israele e preannunciando lo spostamento dell'ambasciata americana da Tel Aviv, Donald Trump ha distrutto ogni speranza di soluzione di pace sulla base del principio dei due Stati”. Il presidente dell’Autorità Palestinese, Abu Mazen: “La decisione odierna di Trump equivale a una rinuncia da parte degli Stati del ruolo di mediatori di pace” e ciò “aiuterà le organizzazioni estremistiche a intraprendere una guerra di religione che danneggerà l'intera regione che attraversa momenti critici, e ci trascinerà dentro guerre senza fine”. Hamas, movimento jihadista armato, legato alla Fratellanza Musulmana, puntualmente lancia la minaccia: “La decisione di Trump apre le porte dell'inferno”. Seguirà un inverno caldo.

Abu Mazen si è rivolto alla Lega Araba, assieme alla Giordania, chiedendo e ottenendo un summit straordinario che si terrà il prossimo sabato, dove verranno studiate "contromisure". Ci saranno conseguenze? Le dichiarazioni dei governi arabi, anche quelli più moderati come la Giordania e laici come l’Egitto, sono tutte di condanna, senza se e senza ma. Ma l'Egitto è impegnato nella sua lotta interna al terrorismo islamico, l’Arabia Saudita contro l’Iran, la Giordania a tener fuori le infiltrazioni dell’Isis e di Al Qaeda. Per tutti questi paesi arabi sunniti, Gerusalemme è un simbolo fortissimo, ma Israele è diventato un fronte secondario, quando non un partner contro nemici comuni (è il caso dell’Arabia Saudita, soprattutto).

Abu Mazen si è rivolto anche a papa Francesco. Che ha espresso, pubblicamente: “Profonda preoccupazione per la situazione che si è creata negli ultimi giorni”, lanciando “un accorato appello affinché sia impegno di tutti rispettare lo status quo della città, in conformità con le pertinenti Risoluzioni delle Nazioni Unite”. “Gerusalemme – ha detto ancora - è una città unica, sacra per gli ebrei, i cristiani e i musulmani, che in essa venerano i Luoghi Santi delle rispettive religioni, ed ha una vocazione speciale alla pace. Prego il Signore che tale identità sia preservata e rafforzata a beneficio della Terra Santa, del Medio Oriente e del mondo intero e che prevalgano saggezza e prudenza, per evitare di aggiungere nuovi elementi di tensione in un panorama mondiale già convulso e segnato da tanti e crudeli conflitti”. “Se per la Chiesa Cattolica è sempre una gioia costruire ponti di dialogo con comunità, persone e organizzazioni, è certamente una gioia particolare farlo con personalità religiose e intellettuali palestinesi. La Terra Santa è per noi cristiani la terra per eccellenza del dialogo tra Dio e l’umanità. Un dialogo culminato a Nazareth tra l’Angelo Gabriele e la Vergine Maria, avvenimento al quale fa riferimento anche il Corano”.