• RETORICA

Antifascismo, una maschera del fallimento della sinistra

Manifestazione antifascista

I valori dell’antifascismo appartengono al patrimonio culturale e storico della nostra nazione e ormai nessuno li metterebbe più in discussione. Celebrare determinati anniversari serve ad alcuni per commemorare le vittime di regimi autoritari ma la democrazia italiana per fortuna è abbondantemente al riparo da rischi di ritorno al passato. La società si è profondamente evoluta, le ideologie sono scomparse e le nuove generazioni mostrano disaffezione crescente verso una politica fatta di slogan e di richiami a modelli e schemi superati e fuori dalla storia.

Appare quindi discutibile la scelta di promuovere, sabato scorso a Como, una manifestazione antifascista, a seguito di un blitz degli skinheads nella sede di “Como senza frontiere”. Beninteso, il fatto è in sé deprecabile ed è stato giusto stigmatizzarlo. Quello che sorprende, però, è l’atteggiamento del Pd, che prende la palla al balzo e per distogliere l’attenzione dalle divisioni interne, dagli scandali riguardanti le banche e dalle emergenze irrisolte del Paese, ridà fiato alla retorica antifascista denunciando come incombente il rischio di un ritorno a regimi autoritari di destra. Hanno aderito alla manifestazione anche le altre forze di sinistra e qualcuno ha voluto vedere in questa iniziativa una prova generale di riunificazione dopo le laceranti scissioni dei mesi scorsi. La sinistra, insomma, ridotta a brandelli dalla contrapposizione tra renziani e antirenziani, con un segretario dem sempre più divisivo, gioca la carta dell’antifascismo per evitare la polverizzazione di sigle e partitini. Centrodestra e Cinque Stelle, invece, hanno disertato la manifestazione, pur prendendo le distanze dal blitz degli skinheads.

Ma era proprio il caso di agitare le piazze e di riaccendere il fuoco della contrapposizione ideologica in un Paese come il nostro alle prese con emergenze economiche in parte sottovalutate e con una disoccupazione giovanile che fa paura? Era proprio il caso di offrire ai giovani la rappresentazione di un pericolo descritto come concreto, ma in realtà del tutto inesistente, fomentato ad arte da alcuni media per evitare che si parli dei problemi veri del Paese?

Nel 1994 Silvio Berlusconi vinse per la prima volta le elezioni inalberando il vessillo dell’anticomunismo. Era un modo per galvanizzare la base e per compattare gli alleati attorno a un messaggio forte. Anche quella dell’anticomunismo era una maschera che serviva a nascondere altro, ma almeno un appiglio alla realtà c’era: la “gioiosa macchina da guerra” di Achille Occhetto avrebbe potuto andare al governo e in quello schieramento c’erano forze che esplicitamente si richiamavano al comunismo. Oggi le forze nostalgiche del fascismo, una sparuta minoranza, ininfluente sul piano sociale, culturale e politico, sono fuori dal Parlamento e dalle istituzioni. Anche i centri sociali in alcune città d’Italia negli ultimi decenni sono saliti agli onori della cronaca per scontri, disordini e altro. E si sono resi responsabili negli anni di violazioni di legge spesso non sanzionate o rimaste impunite. Eppure non si ricordano marce o manifestazioni per condannare tali soprusi e per rivendicare il sacrosanto diritto dei cittadini alla sicurezza e all’ordine pubblico.

C’è quindi un’ipocrisia di fondo nella manifestazione di Como, che appare strumentale alla ricomposizione della sinistra, alla vigilia di importanti elezioni, quando i sondaggi appaiono tutt’altro che rassicuranti per il Pd e gli altri partiti di quell’area. Se non fossimo stati alla fine della legislatura, i dem avrebbero manifestato analoga sensibilità? O forse l’allarme della destra xenofoba è stato montato ad arte per bilanciare la crescente percezione, nell’opinione pubblica, di un rischio immigrazione incontrollata?

Tutti gli estremismi sono deleteri e concorrono a deformare la realtà e a non far arrivare messaggi chiari e veritieri all’opinione pubblica. Ridare voce, però, alla retorica dell’antifascismo, potrebbe rivelarsi un boomerang per il Pd di Renzi, che nei sondaggi è sceso al di sotto della percentuale raccolta da Pierluigi Bersani. Le nuove generazioni non sembrano affatto appassionate a questi rigurgiti di ideologismo, ma pretendono da chi governa un indirizzo chiaro nella guida del Paese. Ai giovani è stata rubata la speranza, è stato sottratto il futuro a causa di una cattiva gestione della cosa pubblica che ha avuto tanto di clientelare e poco di meritocratico. Se c’è un autoritarismo da condannare è proprio quello di chi, a sinistra e a destra, ha imposto negli ultimi cinquant’anni leggi, decisioni, atti e iniziative sulla pelle dei cittadini, guardando al bene privato e non a quello comune.