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Arriva anche la maternità surrogata

Pronto in Francia un progetto per legalizzare l'«utero in affitto». Una pratica disumana, ma insieme ulteriore passo verso la rivoluzione gay: legge contro l'omofobia, poi matrimoni, quindi diritto all'adozione e alla maternità surrogata.

Utero in affitto

In materia di rivendicazioni omosessuali l’esperienza di altri Paesi è una lezione da tenere sempre presente in Italia. Le leggi sull’omofobia servono a preparare il terreno per il riconoscimento legale delle unioni omosessuale: chi protesterà a voce troppo alta sarà arrestato come omofobo. Una volta riconosciute le unioni civili, dopo qualche anno – è successo da poco in Gran Bretagna – si cambierà loro nome in «matrimonio»: la notizia finirà in quinta pagina, perché ormai l’opinione pubblica si sarà abituata a considerare le unioni civili fra gay, per cui esistono in municipio cerimonie identiche alle nozze, come veri e propri «matrimoni», comunque li chiami la legge. A un certo punto si aggiungerà anche la possibilità per coppie dello stesso sesso di adottare bambini.

Queste quattro tappe – legge sull’omofobia, unioni civili, cambiamento del nome delle unioni civili in matrimonio, adozione – fanno ormai parte di un «percorso di guerra» collaudato dagli attivisti omosessuali in diversi Paesi in tutti i continenti, e che funziona con la precisione di un orologio svizzero.

Finisce qui? No, e lo vediamo in Francia. L’infaticabile ministra della Giustizia Christiane Taubira, che ha legato il suo nome alla legge sul matrimonio omosessuale, prepara un nuovo progetto che apra alla maternità surrogata, illegale in Francia come in Italia, dichiarando che solo così sarà possibile permettere alle coppie di omosessuali (maschi) di «avere un figlio». D’altro canto, «Le Monde» ripubblica un appello in favore della legalizzazione della maternità surrogata sottoscritto da tre ministri dell’attuale governo francese: la ministra della Cultura Aurélie Filippetti, la ministra dei Diritti delle Donne e portavoce del governo Najat Vallaud-Belkacem, e il ministro delle Relazioni con il Parlamento Alain Vidalies, oltre alla solita pletora d’intellettuali liberali e progressisti, una fauna diffusa in Francia non meno che da noi.

Di che si tratta? La surrogazione di maternità più diffusa è il procedimento con il quale, dopo che un bambino è stato concepito in provetta, l’embrione è impiantato in una «madre surrogata», che s’impegna contrattualmente a portare a termine la gravidanza e il parto per conto della coppia, eterosessuale oppure omosessuale, con cui ha stipulato il contratto. Può avvenire che la «madre surrogata» fornisca anche l’ovulo da fecondare, in provetta o nel suo corpo, nel qual caso si dovrebbe parlare di «procreazione surrogata». Il caso di cui leggiamo più spesso sui giornali riguarda coppie capaci di concepire, ma dove la donna non è in grado di portare avanti una maternità, che quindi «affittano un utero», in genere nell’Europa dell’Est o in India. Basta aprire Internet per rendersi conto del fiorente mercato che esiste in questi Paesi, dove gli uteri di povere donne spesso prive di altri mezzi di sussistenza sono offerti in affitto, con una pubblicità aggressiva e senza esclusione di colpi, da organizzazioni che incasseranno il grosso del compenso.

La Taubira ha però il mente soprattutto il caso di due uomini omosessuali che vogliono un figlio. In questo caso uno dei due cercherà di «produrre» un figlio in provetta con l’ovulo di una donatrice e si metterà poi alla ricerca di una «madre surrogata», a meno che la donatrice e la «madre surrogata» siano la stessa persona. Nei Paesi dove la maternità surrogata non è illegale, le complicazioni di cui i tribunali si sono dovuti occupare sono infinite: da coppie che «ci ripensano» e non vogliono più il figlio per cui avevano stipulato il contratto a «madri surrogate» che si affezionano al bambino che portano in grembo e non vogliono più riconsegnarlo. Per non parlare dell’esistenza di un mercato nero della surrogazione, in certi Paesi collegato alla criminalità organizzata.

Ma questi problemi non sembrano interessare agli ideologi, compresi i ministri della Repubblica Francese. Il testo del manifesto, ora ripubblicato, che costoro avevano firmato nel 2010 è di grande interesse. Vi si afferma – come avviene sempre in questi casi – che si tratta di fare fronte a esigenze reali e regolamentare un mercato che comunque esiste già in modo clandestino. Dall’aborto alla droga, conosciamo ormai a memoria queste argomentazioni.

Ma nel manifesto c’è un altro argomento. Si afferma che le società «ancestrali» pre-moderne avevano una caratteristica che le identificava come tali: «S’imponeva ai futuri genitori la nascita di bambini non desiderati», vietando l’aborto. Per definizione, una società moderna è quella dove solo un bambino «desiderato» ha diritto di nascere: agli altri pensa l’aborto. Eppure, continua il manifesto, la Francia resta un Paese moderno a metà. Perché, se è vero che ai bambini non desiderati s’impedisce – giustamente, secondo gli esimi firmatari – di nascere, è anche vero che «s’impedisce ai genitori di far nascere bambini desiderati», impedendo a una donna di «portare il bambino di altri».

Attenzione, continua il manifesto, questa donna non andrà considerata in nessun modo la madre del bambino. «Non è il fatto di portare un bambino nel suo grembo che fa di una donna la madre di quel bambino, ma il fatto di volerlo». Il problema è di fondo. «La sociologia, la psicanalisi e il diritto», scrivono gli autori del manifesto, hanno chiarito «da tempo» che «essere genitori ed essere figli sono cose che non hanno nulla di naturale, sono legami creati dalla volontà. Non è certo un fatto genetico ma la manifestazione della volontà di essere genitore […] che fa di una persona un genitore».

Sono affermazioni che hanno almeno il pregio di essere chiare. I manuali scolastici della Francia – un Paese dove, come ormai anche in Italia, le scuole sono obbligate a insegnare l’ideologia di genere – spiegano agli alunni delle elementari che certo, potrà loro capitare di scoprire che bambini e bambine non sono proprio fatti nello stesso modo, ma certe caratteristiche che li differenziano sono «come il colore degli occhi o dei capelli» e non devono influenzare la scelta libera, che ciascuno di loro dovrà fare, di dichiararsi al momento opportuno uomo, donna o qualche altra cosa ancora, secondo quello che ognuno si sente e vuole. Se nella laica Francia, patria dei diritti dell’uomo, ci si è così – come insegnano gli stessi manuali – liberati della «tirannia dell’anatomia», e ciascun piccolo Henri o Madeleine sa che sarà libero di decidere se vuole essere uomo o donna, perché si dovrebbe essere schiavi di «fatti genetici» quando si tratta di essere genitori e figli?

La logica è la stessa. Se essere uomini o donne non è un dato biologico ma una scelta assolutamente libera, allora dev’essere una scelta libera anche dichiararsi genitori o figli. Come proclama il manifesto, «essere genitori ed essere figli sono cose che non hanno nulla di naturale». Non è certo il portare un bambino in grembo per nove mesi «che fa di una donna una madre». È il fatto di volere essere madre e di dichiararsi tale di fronte alla République. Così anche un uomo può dichiararsi madre – tanto è solo un «legame creato dalla volontà», «non ha nulla di naturale» –, e anche due uomini omosessuali possono diventare insieme padre e «madre» di un bambino partorito da una povera «madre surrogata» in India. E, se neghi ai due omosessuali questo «diritto», sei un omofobo, e sarai punito dalla legge.