• LA MORTE DEL SOCIOLOGO

Berger, il neoconservatore che si arrese a Dio

Con Peter Ludwig Berger scompare una delle figure più rigorose della sociologia buona, quella che ha come oggetto il mistero dell'uomo. Strada facendo comprese che Dio era tornato. Anzi, che non se n’è mai nemmeno andato; e che se per un po’ è sembrato nascondersi, è stato in realtà l’uomo che ha cercato di cacciarlo sotto il tappeto. 

Si dice, ripetendo una felice, espressione d’Irving Kristol (1920-2009), il “padrino” dei neocon americani, che «un neoconservatore è un liberal che è stato aggredito dalla realtà» (meno, purtroppo, si ricorda il proseguio: «Un neoliberal è un liberal che è stato aggredito dalla realtà, ma che ha rifiutato di sporgere denuncia»). Peter L. Berger è stato tutto questo: un neoconservatore e uno studioso serio al punto da lasciarsi sorprendere dalla realtà, tanto da cambiare addirittura paradigma scientifico. Fra gli accademici, è merce più unica che rara.

Peter Ludwig Berger è nato a Vienna il 17 marzo 1929 ed è morto a Brookline, in Massachusetts, il 27 giugno 2017. Con lui scompare una delle figure più rigorose, stimate e influenti di quella scienza, la sociologia, che - lo affermava lui stesso, uomo di spirito qual era - non è certo famosa per brio e acume. Ma questo, bene inteso, solo, perché nella cultura moderna e postmoderna del riduzionismo la sociologia è caduta in mano ai positivismi e alle formule fatte, all’uomo a una sola dimensione (quella orizzontale, banale, preludio alla posizione cadaverica) e ai meccanicismi logori. Esiste infatti una sociologia diversa, la buona sociologia: quella che non scorda mai di avere per oggetto i processi riguardanti quello che Sir John C. Eccles (1903-1997) chiamava “il mistero uomo”, tale anzitutto perché, per sana e robusta costituzione, è fatto di quell’intricato e affascinante sposalizio tra anima e corpo che nessuna mera equazione riesce a rappresentarsi. In questa tradizione, in cui la sociologia diviene uno sguardo che si apre stupito e (laicamente) pio alla complessità dei fattori in gioco, tutti e nessuno escluso, un Robert A. Nisbet (1913-1996), cattolico, ha saputo articolare la disciplina come una ricognizione della “reazione conservatrice” alla disgregazione progressista nella chiave specifica della difesa dei corpi sociali intermedi. Diverso da lui, Berger, luterano, gli si affianca idealmente con grande stile.

Come accadde a molti che fuggirono al crollo dell’impero asburgico, alla peste del nazionalsocialismo e al buio del dopoguerra riaccasandosi nel mondo anglosassone dove, paradossalmente, certe dinamiche del “mondo antico” sopravvivevano meglio di quanto non succedesse nell’Europa dei modernismi, nel 1946 Berger emigrò 17enne negli Stati Uniti e nel 1952 ne acquisì la cittadinanza. Conseguito il Ph.D. alla New School for Social Research di New York nel 1954, aveva avuto l’intenzione di farsi pastore luterano, ma finì per diventare uno scienziato stimato. Nel 1955 e nel 1956 fu all’Evangelische Akademie di Bad Boll nella Germania allora Ovest; fino al 1958 fu assistente nella University of North Carolina di Greensboro; fino al 1963 professore associato all’Hartford Theological Seminary nel Connecticut; e poi insegnò stabilmente nella sua alma mater, la New School for Social Research, la Rutgers University di New Brunswick, nel New Jersey, il Boston College e, dal 1981 al 2009, nell’Università di Boston come docente di Sociologia e Teologia. Sì, di Sociologia e Teologia: da noi sarebbe impensabile, in alcuni salotti probabilmente persino una bestemmia. Nel 1985 fondò l’Institute for the Study of Economic Culture, divenuto in seguito Institute on Culture, Religion and World Affairs e inglobato nella Pardee School of Global Studies della Boston Univerisity, dirigendolo sino al 2010.

Sposatosi nel 1959 con Brigitte Kellner (1928-2015), anch’ella nota sociologa, è diventato famoso soprattutto con La realtà come costruzione sociale, pubblicato nel 1966 con Thomas Luckmann (1927-2016) e tradotto in italiano tre anni dopo da Il Mulino, ma ragguardevoli sono, fra le decine di suoi titoli, anche Invito alla sociologia del 1963 (trad. it. 1976), Homo ridens: la dimensione comica dell’esperienza umana del 1997 (trad. it. 2006) e Many Globalizations: Cultural Diversity in the Contemporary World, pubblicato nel 2002 con il politologo Samuel P. Huntington (1927-2008).

Particolarmente accattivante, come sottolinea il suo amico sincero George Weigel, resta Il brusio degli angeli: il sacro nella società contemporanea, del 1969 (trad. it. 1995), un’investigazione fra i segni, miti ma decisi, che Dio lascia sempre nella realtà quotidiana. Ancora una volta, un’eccezione virtuosa fra gli accademici.

Ma in che senso Berger è stato aggredito dalla realtà? In tempi ormai non più giovani, Berger era tra i convinti assertori della “secolarizzazione inevitabile”. Non l’auspicava, non ci si beava come i “teologi della morte di Dio”, ma riteneva che la scomparsa o quantomeno l’irrilevanza di Dio fosse solo questione di tempo, del resto breve, e irrimediabile. Fa testo il suo La sacra volta: elementi per una teoria sociologica della religione del 1967 (trad. it. 1984). Solo che, evitando di trascurare sistematicamente ciò che disturba le ipotesi preconcette, come invece fanno molti dei suoi colleghi accademici in innumerevoli campi del sapere, strada facendo si è accorto che Dio era tornato. Anzi, che non se n’è mai nemmeno andato; e che se per un po’ è sembrato nascondersi, è stato in realtà l’uomo che ha cercato di cacciarlo sotto il tappeto. Nel 1999 curò la raccolta di studi The Desecularization of the World: Resurgent Religion and World Politics e annunciò al mondo di avere cambiato idea, perché le cose, e la loro natura intrinseca, sono sempre più grandi dell’ideario, pur ricco, dell’uomo. E nell’autobiografia Adventures of an Accidental Sociologist: How to Explain the World without Becoming a Bore del 2011 lo ha ribadito.

Come diversi altri sociologi della religione seri, da Rodney Stark a Lawrence R. Iannaccone a J. Gordon Melton, dissimili ma per questo analoghi, oppure ancora come il “teologo della secolarizzazione” Harvey Cox (che a differenza di Berger all’epoca ne era compiaciuto), Berger si è arreso, non certo di cattivo umore, alla presenza costante e ineliminabile di Dio dall’orizzonte umano. Mica una ipotesi di scuola, ma un fatto insopprimibile. Lo dice appunto la (buona) sociologia.