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Cambiare sesso? Basta il pensiero

Il Tribunale di Rovereto ha concesso a un uomo di sicriversi all'anagrafe come donna, senza neanche l'operazione chirurgica e senza l'adeguamento dei caratteri fisici. Ognuno è quello che pensa di essere, non conta più la realtà.

Transgender

A fine luglio è passata in giudicato una sentenza del Tribunale di Rovereto che ha concesso al sig. Luca, cinquantenne di Arco in provincia di Trento, qualcosa di inedito: d’ora in poi nei suoi documenti avrà nome Lucia nonostante non abbia subito nessuna operazione chirurgica al fine di cambiare i propri caratteri sessuali. La notizia sta nel fatto che per la prima volta in Italia la rettificazione del sesso è avvenuta senza che il transessuale si sia sottoposto ad alcun intervento chirurgico, nemmeno un impianto del seno.

I giudici hanno rispettato la legge? Sì, infatti per il cambio all’anagrafe del proprio sesso la legge 164 del 1982 all’art. 3 non obbliga sempre all’operazione chirurgica, bensì richiede solo che siano già intervenute alcune modificazioni dei caratteri sessuali del transessuale (art. 1), ad esempio tramite l’assunzione di ormoni. Ormoni che il sig. Luca aveva assunto. Dunque in punta di diritto la vicenda del sig. Luca non fa una piega.

Però la sentenza del Tribunale di Rovereto, come spesso capita, travalica i confini giurisprudenziali per approdare a quelli culturali e di costume. Qui non si tratta solo di un cambio di corsia sessuale senza aver messo prima la freccia dell’operazione chirurgica. In gioco c’è l’idea stessa di uomo che si vuole scardinare in radice.

In primo luogo il mero desiderio di diventare donna, senza nemmeno più l’adeguamento dei caratteri fisici in accordo a tale desiderio, è sufficiente per il nostro ordinamento giuridico perché si conceda il cambiamento di sesso. E’ quello che diceva Rousseau: le norme sono la fabbrica giuridica che soddisfano i desideri infiniti dell’uomo.
E così la volontà del singolo diventa diritto, cioè pretesa giuridicamente tutelata. Nulla di nuovo sotto il sole: si tratta della stessa ratio sottesa anche alle leggi sull’aborto, sulla fecondazione artificiale e sul divorzio. E come in queste leggi anche i giudici di Rovereto tirano in ballo il concetto di benessere psicofisico della persona: è per il benessere della donna che questa decide di abortire; è per la tutela della serenità del coniuge che si va davanti ai giudici per sciogliere il matrimonio; è per la felicità delle coppia che la legge 40 ha dotato questa degli strumenti per avere un figlio in provetta.

Dunque è il singolo che decide a posto di madre natura a quale sesso appartenere. La volontà deve immediatamente realizzarsi nella condizione desiderata. Anzi il solo pensiero di essere donna ti fa diventare donna. Ma quando il pensiero coincide con l’essere – annotiamo a margine – siamo in presenza di una prerogativa solo divina. Se poi i fatti – il dato biologico della differenza sessuale – si oppongono a questa tua scelta, basta non badarci. Qualora infine ci fosse qualcuno che ricordasse a tutti questo dato di realtà gli faremo guerra e lo metteremo in galera. Vedi leggi sull’omofobia.

Si chiama razionalismo: costruire a tavolino un mondo immaginario e nuovo di zecca che scalzi dal suo posto - a suon di leggi, sentenze e carcere - quello vecchio creato da Dio. In realtà si tratta di vecchiume, di ideologia stantia cui erano pratici i rivoluzionari francesi, quelli russi del 1917, i sessantottini, il movimento femminista ed ora le lobby pro-choice e omosessualiste. Fare tabula rasa dell’esistente per scrivere una pagina inedita sull’uomo nuovo.

Inoltre questa vicenda esemplifica in modo efficace cosa sia l’identità di genere, concetto chiave attorno cui ruota anche l’attuale dibattito sul progetto di legge anti-omofobia. E’ la percezione soggettiva come uomo o donna che ti fa essere uomo o donna, non il dato biologico cromosomico. Se la percezione soggettiva è il fondamento dell’orientamento sessuale, contestarla è contestare la libertà dell’individuo, reprimere il suo libero arbitrio. Condotta che senza dubbio – così si esprimono i fautori dell’ideologia gender – ha rilievi penalistici.

Ma c’è di più. Leggete cosa ha detto il sig. Luca a sentenza ormai emessa: “Non ho mai avuto come punto di arrivo un ideale di donna perfetta: so che anche dopo l’operazione rimangono delle differenze”. 
La teoria sul gender non dice: “Tu sei maschio ma puoi sentirti femmina o viceversa”. In realtà afferma qualcosa di ben più profondo e sottile: “Tu hai il diritto di essere ciò che vuoi. Nell’orientamento sessuale non ci sono categorie chiuse come ‘maschio’ o ‘femmina’ bensì una tavolozza di colori sessuali estesissima come la tua fantasia, tavolozza a cui tu come un artista attingerai per dipingere il nuovo Tu. Quindi l’alternativa non è unica: se sei uomo puoi diventare solo donna, e se sei donna solo uomo. Sarebbe troppo castrante. Bensì le sfumature dell’io sessuale sono infinite”. Ecco perché il fu Luca può dire che il suo ideale non è la “donna perfetta”. Luca ha coltivato un’idea di donna personalissima, così personale che non gli serve avere seno finto e genitali rifatti per raggiungere il suo ideale femminile. Anzi i termini “femmina” e “donna” sono inadatti proprio perché rimandano a categoria chiuse. Meglio “gender”, parola che indica illimitate nuances non solo di orientamento sessuale ma di personalità.

E qui sta il nocciolo della questione. La sentenza di Rovereto come la legge anti-omofobia non riguarda in realtà il piccolo recinto dell’orientamento sessuale, bensì attiene all’immensa prateria dell’identità umana. Come spiega il Magistero l’essere sessuato non è elemento accessorio alla persona, bensì permea la persona, ne costituisce un aspetto essenziale. Non è come avere i capelli neri o biondi, o essere bassi o alti, fattori che possono cambiare da soggetto a soggetto e mutare nel corso della vita della stessa persona. Bensì informano la persona per quello che è. Questo  a dire che il sig. Luca non può che essere Luca se non come realtà mascolina. Negare la propria mascolinità significa negare la propria identità antropologica, negare di essere Luca, il proprio io profondo. Negare se stessi. Proprio ciò che Lucia per paradosso voleva evitare chiedendo di cambiare sesso.