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C'è un giudice a Lahore. Asia Bibi, per ora, non morirà

Come si sperava alla vigilia, la Corte Suprema del Pakistan ha compiuto ieri un primo passo importante in favore di Asia Bibi, la donna cristiana da sei anni in carcere con una condanna a morte che pende sul suo capo perché accusata di blasfemia. La Corte ha ritenuto degno di essere esaminato il ricorso presentato dalla difesa di Asia Bibi, che chiede l'assoluzione.

Asia Bibi

C'è un giudice a Lahore. Come si sperava alla vigilia, la Corte Suprema del Pakistan ha compiuto ieri un primo passo importante in favore di Asia Bibi, la donna cristiana da sei anni in carcere con una condanna a morte che pende sul suo capo perché accusata di blasfemia nei confronti dell'islam. La Corte per il momento non si è pronunciata nel merito della vicenda, ma ha quanto meno ritenuto degno di essere esaminato il ricorso presentato dalla difesa di Asia Bibi, che chiede l'assoluzione della donna sostenendo l'inattendibilità delle testimonianze che l'accusano. Dunque adesso verrà fissata una nuova udienza per riesaminare tutta la vicenda (come avrebbe dovuto fare già l'Alta Corte di giustizia del Punjab, che invece nell'ottobre 2014 - su pressione dei leader locali degli estremisti islamici - si limitò a ratificare il primo verdetto di condanna emesso nel 2011). L'ovvia conseguenza della decisione presa ieri dalla Corte è che la condanna a morte per il momento è sospesa, anche se Asia Bibi resta comunque detenuta nel carcere di Multan.

La decisione è stata accolta con soddisfazione dalla famiglia della donna e da quanti si battono per la fine di questo abuso terribile nei suoi confronti, che va avanti ormai da più di 2200 giorni. «Siamo molto soddisfatti - ha dichiarato all'agenzia Fides Joseph Nadeem, responsabile della Renaissance Education Foundation che sostiene Asia Bibi nel suo calvario giudiziario -. Ora è il momento di pregare insieme il Signore di sciogliere i cuori di quanti sono coinvolti in questo caso, inclusi i giudici, e pregare perché sia fatta giustizia e Asia venga rilasciata».

L'avvocato di Asia Bibi, il musulmano Saiful Malook, è convinto che nel dibattimento davanti alla Copre Suprema emergerà chiara l'assoluta inconsistenza delle accuse rivolte contro questa mamma pachistana. Ma è bene ricordare che quello compiuto ieri è stato solo un primo passo; e anche se - come tutti ci auguriamo - l'innocenza di Asia Bibi dovesse essere riconosciuta dal massimo organo giuridico del Pakistan, tanto la donna quanto i giudici resterebbero esposti alle minacce di chi preferisce il giudizio sommario a quello dei tribunali.

Non bisogna inoltre dimenticare che quello di Asia Bibi non è affatto un caso isolato in Pakistan. Proprio alla vigilia dell'udienza alla Corte Suprema sempre Fides ha rilanciato il caso di due fratelli cristiani di Lahore, Qaisar e Amoon Ayub, che dal novembre 2014 si trovano in carcere, anche loro con un'accusa di blasfemia esplosa in concomitanza con un diverbio legato a questioni di lavoro. Perché il problema vero è l'assoluta vaghezza delle norme che rende estremamente facile utilizzare questo tipo di accuse come forma di vendetta privata.

Ma come si è arrivati in Pakistan a questa situazione? Nel 1862, per prevenire gli scontri tra indù e musulmani, furono per primi gli inglesi a istituire nell'India coloniale delle norme contro la blasfemia. Nel Codice di diritto penale indiano fu introdotto l'articolo 295A, sui «reati concernenti la religione», che venne poi adottato anche dal Pakistan quando nacque nel 1947. Quell'articolo proteggeva i «sentimenti religiosi» di tutte le comunità e prevedeva una multa o una pena detentiva fino a dieci anni per chi «insultasse o tentasse di insultare la religione o il credo religioso di un gruppo particolare di persone». 

Fu poi il generale Zia nel 1982 a completare l'opera strizzando l'occhio all'integralismo islamico; aggiunse infatti l'articolo 295B che recita: «Chiunque consapevolmente profani, danneggi o violi una copia del Sacro Corano o di un suo estratto, o chiunque ne faccia un uso spregiativo o arbitrario verrà punito con il carcere a vita». Nel 1986 - poi - si spinse ancora più in là con l'articolo 295C: «Chiunque, con parole sia orali che scritte, o con rappresentazioni visive, o con attribuzioni, o con allusioni o insinuazioni, direttamente o indirettamente, profani il sacro nome del Santo Profeta Maometto (la pace sia con lui) verrà punito con la morte e sarà soggetto a una multa».

L'escalation è evidente: norme a tutela solo della religione musulmana, pene sempre più dure e formulazione del reato sempre più vaga. Il risultato di tutto questo sono le decine di cristiani uccisi in Pakistan negli ultimi trent'anni per violenze legate all'accusa di blasfemia. Si badi bene: tutte morti avvenute prima che l'iter giudiziario si completasse. Anche per questo il caso di Asia Bibi è estremamente importante e va seguito oggi più che mai: un'assoluzione dopo sei anni di carcere ingiusto potrebbe infatti rilanciare la battaglia per modificare questi articoli controversi del codice penale pachistano. E togliere dalle mani dei fanatici un'arma terribilmente potente.